Arrabbiata, infuriata e riuscivo a prestar attenzione a ciò che mi circondava: una meraviglia. Solo al concorso riuscivo a pensare, quel maledetto concorso: era chiaro fossi la più dotata, ma no, le parole del Dott. James non smettevano di ripropormisi: ”No, tu sei donna.” Non mi avevano accettata per la spedizione a Manaus, per la realizzazione del sito archeologico in comitato con il club del Dott. Jamir il direttore del museo di Manaus, per il ritrovamento di quella che sarebbe stata la scoperta del secolo.
Ma no, io non potevo: allora mandarono il secondo in classifica, Kyle, poco più vecchio di me, un tipo simpatico e affabile, non fosse stato per tutta l’invidia che provavo nei suoi confronti.
Dopo il concorso avevo fatto ritorno nella mia palazzina sulle rive del Tamigi: quando due giorni dopo mi arrivò il telegramma mi misi a ridere, quel totano lesso del mio collega era riuscito a scordarsi l’oggetto chiave della missione: la mappa.
La mia risata si era spenta finito di leggere la lettera arriva toni dall’A.E.R.S. , dovevo portargliela.
Allora eccomi qua nel polmone verde della terra, ad arrancare sudata su per una salita:-Camminando, camminando-.
Borbottavo ansimante.
Dovevo seguire le coordinate per Manaus, camminando!
L’Amazzonia non stava dalla mia parte, forse il patrimonio che per secoli ha inghiottito, nascondendolo all’umanità sotto fronde di ebani, foglie di edera e fiori d'eliconia, avrebbe voluto nasconderlo ancora un po' , impedendo il viaggio: le piogge scroscianti erano giunte, i fiumi straripati e le strade rese inagibili.
Il territorio era impregnato di un odore acre di umido, che saliva dal fango sotto il sole di mezzogiorno.
Mi sedetti a riposare appoggiando la schiena contro il tronco di un ebano secolare fissavo il brioso scorrere del fiume, fangoso e pieno di detriti, per la prima volta sentivo la mancanza della mia Londra con le nubi grigie, che incombevano soffocanti sul Tamigi nel suo lento e infinito scorrere.
Non avevo il tempo per fermarmi, Kyle era partito con due giorni di vantaggio e preferibilmente sarebbe stato meglio non farlo aspettare, ma non importa.
presi un tocco di pane e la borraccia, iniziai a fissare il verde sterminato pensosa, ascoltando il ritmico e persistente canto del Campanaro bianco.
Sentii un rumore, per istinto mi alzai di scatto facendo cadere lo zaino a terra.
Mi fermai con le orecchie ritte come radar , si ripetè lo stesso fruscio: lo seguii con un bastone dritto in avanti a modo di arma, arrivai a un cespuglio basso e buffo: un’ananas.
Mi sentivo la pelle tirare per l’emozione, scostai una foglia, mi si sciolse il cuore: aveva la pelliccia grigio-marrone, con il muso color crema simile a quello di un cagnolino, con due giganteschi occhi neri, le zampe erano lunghe e sottili, con artigli ricurvi sulla punta delle dita; era abbastanza piccolo per stare nel palmo d'una mano: un cucciolo di bradipo.
Lo guardai con occhi dolci e lo presi in mano. Emise un verso simile a un miagolio.
Mi alzai in piedi alla ricerca di un esemplare più grande, era raro che fossero senza nessun protettore; ma non lo trovai: un pensiero gelido mi attanagliò il cuore.
Mi misi l’esserino in grembo e aprii la sacca e tira fuori un dizionario Inglese-Portoghese.
-Un nome e lo devo pur dare-.
Gli sussurrai passandogli il dito sulla testa.
-Vediamo... ananas, ananas, abacaxi! E come diminutivo Baca.-.
Gli sorrisi e lo posai delicatamente sulla spalla, lui emise un flebile miagolio aggrovigliandosi tra i miei capelli rossi.
Mi alzai prendendo lo zaino beige e iniziai a camminare con lunghe falcate regolari.
Il caldo delle quattro era afoso e umido e il polline dei fiori rendeva l’aria quasi irrespirabile.
Sentii un rumore, un boa di dimensioni smisurate si avvicinava minaccioso, Baca so nascose sotto i capelli, il serpente sibilò. Il serpente sibilò. D’istinto mi lanciai giù dalla discesa, incespicai in una radice di ebano, le spine di un cespuglio di rovi mi graffiarono il viso, mi tirai su disorientata. Lo vidi. Ogni tipo di parola mi si bloccò in gola, non che sarebbe servito a molto, gli indios non parlavano l’inglese.
Sbiancando mi ghiacciai, un brivido mi percorse la schiena nonostante il caldo umido che mi accerchiava.
Mi prese per un braccio, sentii la sua grossa mano lurida e grottesca premere sulla mia pelle ricoperta di graffi, gemetti.
Mi fece un grugnito cavernoso avvicinandosi al mio volto, poi si ritirò con faccia schifata tagliandomi con un osso che gli pendeva dal naso, una brutta sensazione mi volò per la mente persistente, ma tentai ugualmente di scacciarla, avevo altro a cui pensare.
Scansò i cespugli e sempre con presa dura mi tirò avanti di qualche metro.
Questa volta non trattenni un grido di terrore.
Ve ne erano altri, altri Korowai, altri cannibali.
Ma una immagine mi traumatizzò a vita, ancora oggi mentre scrivo a distanza di anni riesco ancora a fare incubi su l'orrida scena che mi si presentò davanti:-Kyle-.
Dissi con un filo di voce: il suo corpo era lacerato sul fuoco. Ancora oggi giurerei che il cuore mi saltò un battito.
L’omone che mi aveva trascinata fin lì mi affidò a due guardie, che mi legarono a un tronco stringendomi tra le corde.
Tentai di liberarmi dimenandomi con tutte le mie forze ma ogni tentativo era nullo, sarei morta prima se avessi proseguito così.
Mi fermai cercando di riprendere fiato; l’A.E.R.S., le coordinate erano le stesse che avevano consegnato a Kyle, ci avevano condannati entrambi.
Quanto avrei dato per essere a Londra.
Vidi che baca non era più sulla mia spalla, un magone terribile mi assalì. Ma la palpebre improvvisamente mi parvero pesanti e i muscoli privi di forza.
Mi addormentai.
Mi svegliai, qualcuno mi stava toccando, sobbalzai iniziando a tirare deboli calci a vuoto, ma la mano mi toccò di nuovo in qualcosa che mi parve una carezza, aprii gli occhi.
una piccola korowai mi fissava tenendo il fratellino per mano, poi tirò fuori una pietra tagliente, mi misi a gridare, ma il bimbo mi mise le mani davanti alla bocca; strizzai gli occhi aspettandomi il peggio, ma la pietra non mi sfiorò nemmeno, caddi in avanti; mi avevano slegata.
Guardai le abrasioni che avevo sulle braccia: nulla di grave.
Il mio sguardo ricadde oi sui due piccoli korowai; tendevano in avanti le mani per chiedermi qualcosa. Non sapevo cosa fare.
Mi acquattai e presi dallo zaino una bottiglia di latte e due tocchi di pane, loro mi sorrisero e se ne andarono saltellando.
Posso solo ipotizzare la ragione per cui mi liberarono: i bambini sotto i dieci anni di età non potevano mangiare carne umana, ma per il resto è un mistero. Iniziai a correre, Manaus non era lontana e la missione non poteva essere lasciata a metà.
Arrivai al centro città e chiesi a un mercante di stoffe indicazioni.
Arrivai di fronte alla palazzina del Dott.Jamir ed entrai senza curarmi del mio aspetto, nel suo studio mi accompagno una cortese servetta.
Il Dott.Jamir stava raggruppando alcune scartoffie:-Buongiorno signorina-, Disse squadrandomi da testa a piedi:-Mi avevano detto sarebbe stato un uomo a portarmi la mappa-
-Non le piacciono i cambi di programma?-.
Domandai sorridendo; lui si sfregò le mani e attese in silenzio.
Tirai fuori dalla custodia di cuoio la mappa e feci combaciare i due lati: era perfetta.
Mi fissò con gli occhi febbrili di un bambino che ha appena ricevuto un nuovo giocattolo a Natale, poi iniziò a parlare:-Non so come una metà la mappa del tesoro di Manaus possa essere arrivata fino a Londra, comunque sia ora i due pezzi sono nuovamente insieme e sono certo che il sito archeologico sarà visitato da molti turisti.-.
aveva un accento inglese impeccabile da far gola ai professori di lettere.
A un certo punto si fermò con il suo monologo e si chinò a frugare nei cassetti della scrivania:-Eccolo!-.
tirò fuori una bobina di filo giallo con ago, tirò cinque punti netti e mi fissò spingendo la mappa verso di me:-Il viaggio prosegue verso l’entroterra-.
Sussurrai.
-Esatto signorina- Disse compiaciuto:-Eeee…-.
Mi sollecitò:-Ci allontaneremo dal fiume-.
Esclamai.
-Esatto lì le strade sono facilmente percorribili-.
Annuii sollevata
-Ha per caso avuto una brutta esperienza qua nella nostra Amazzonia?-.
Disse notando la mia faccia tesa.
-No, no assolutamente-.
Dissi scuotendo le mani, non mi andava di farlo preoccupare, era così gentile e poi l’immagine di kyle fu la prima risposta orrida.
-Allora direi che possiamo proseguire-.
Disse sorridente.
Entrò un autista che ci salutò con un inchino.
Il resto del viaggio proseguì regolarmente: Ravy era un’ottima guida turistica, ma comunque non riuscii a godermi a pieno il viaggio: Baca mi mancava, ma forse meglio così, sarebbe morto subito tra il cielo nuvoloso e i tubi di scappamento delle auto.
Arrivammo alla città perduta: bellissima.
Il professore mi fece scegliere il nome:-Abacaxi-. Dissi con voce ferma:-Abacaxi-.
Abacaxi testo di Papavero