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Un tormento
Quel giorno del 2005 presi un treno per Catania, ero nervoso. Mia madre era stata quaranta giorni ospite di un centro oncologico per fare le sedute di radioterapia, se n'era uscita spossata, bruciata in una parte del corpo ma felice di dover tornare a casa. Il centro si trovava verso la periferia, in un quartiere di verde e villette, a me quel quartiere metteva l'ansia.
Adesso andavo a ritirare il referto della Tac. La piazza della stazione centrale come al solito non creava empatia. Catania non mi è mai piaciuta, anche se bellissima col suo barocco disastrato, le sue spiagge affollate e quel mercato del pesce che puzza come la fossa delle Marianne. Presi un taxi perché con l'autobus avrei impiegato mezza giornata di giri, dissi al taxista di aspettarmi fuori. Tutti quei tubi d'acciaio che fuoriuscivano dall'edificio lo facevano sembrare una locomotiva futuristica ma dentro la gente spingeva per la vita, bisogna andare avanti per vivere il più a lungo possibile, vietato morire.
Quel referto era una grazia o una condanna, lo presi. Il taxista rimase in silenzio mentre la città sfilava coi suoi palazzi scuri, la gente che come sempre tira dritto e gioca con le immagini. Nessun luogo è così allo stesso tempo invitante e respingente come la mia Sicilia, ti abbraccia e, dopo qualche tempo, ti rigetta come spazzatura. Non riuscii a trattenermi e lo lessi: anche se non sono un fottuto medico, qualcosa riesco a decifrare, tutto pulito e la giornata s'illumina. Di colpo le strade presero colore, la gente sorrideva, un angelo buono era fuoriuscito da quella carpetta gialla, il tempo preannunciava pioggia forte.
Basta poco per renderci felici: una giornata di pioggia, il vulcano maestoso laggiù che sbuffa dall'inizio del tempo col suo capo innevato, un tormento che temporaneamente si dissolve e rischiara le paure della notte.