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Che giorno è oggi?
Ah il 23 maggio.
Per chi se ne fosse dimenticato, nel 1992, trantaquattro anni fa, nella strage di Capaci vennero uccisi il dottor Giovanni Falcone, sua moglie d.ssa Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo.
500 kg di tritolo li fecero saltare in aria, portandosi via non solo un pezzo di autostrada ma anche una parte di tutti noi.
E puntuale, ogni anno, arriva il circo da social e non solo.
“Io quel giorno c’ero.”
“Io sono arrivato per primo”
“Io conoscevo Falcone.”
“Io l’ho visto l’ultima volta.”
“Io mi sono salvato per miracolo.”
“Io passai poco prima.”
“Io poco dopo.”
“Io lo sapevo.”
“Lui lo sapeva.”
“Tutti lo sapevano.”
Minchia, sembra quasi una gara a chi riesce a infilarsi meglio dentro un momento che non gli appartiene, dentro una bara non sua.
Andatevene affanculo con questa pornografia della memoria buona solo per sentirvi importanti cinque minuti davanti a un post, una telecamera o un aperitivo pieno di parole di merda.
Io invece non avrei voluto esserci.
Non avrei voluto stare su quella Volante 9.
Non avrei voluto sentire quel: “Quarto Savona 15 dal centro… rispondete.”
Quel silenzio dopo quella chiamata ancora oggi mi cammina dentro come un cane impazzito.
Non avrei voluto andare contromano verso l’autostrada.
Non avrei voluto vedere quell’inferno.
Le auto schiacciate.
I corpi dilaniati.
Gli occhi aperti nel vuoto.
L’odore del sangue, del fumo, della carne bruciata.
Le urla.
La confusione.
Il cervello che smette di capire e continua soltanto a registrare immagini come una telecamera maledetta.
Non avrei voluto entrare nella camera mortuaria del Policlinico.
Non avrei voluto portarmi dietro per tutta la vita certe facce, certi pezzi di voce, certi odori che ogni tanto ritornano senza chiedere permesso, mentre magari stai bevendo un caffè o cercando di dormire.
Ecco la verità.
Io non avrei voluto esserci.
Ma c’ero.
E certe cose, anche se continui a vivere, non finiscono mai davvero.
G.L. - 2026