Obbligo o verità

scritto da Annabelle
Scritto 22 ore fa • Pubblicato 5 ore fa • Revisionato 5 ore fa
0 0 0

Autore del testo

Immagine di Annabelle
Autore del testo Annabelle

Testo: Obbligo o verità
di Annabelle

La casa sorgeva dove la nebbia muore in piedi, su fondamenta di silenzio e legno consumato.
Aveva fessure da cui usciva un respiro che non apparteneva ai vivi.
Entrarono in due, non erano fratelli, non erano carnefici.
Erano ciò che rimane quando la coscienza si vende a rate e la memoria si paga in contanti.
La porta si richiuse senza rumore,
come una palpebra che si abbassa su un occhio che ha visto troppo.
Al centro, sul pavimento marcio, giaceva una bottiglia.
Vetro scuro, collo sottile come un dito accusatore.
Non l’avevano portata loro, la casa l’aveva già messa lì.
Girava da sola, girava perché la casa aveva fame.
Quando si fermava, il collo puntava
sempre uno dei due e mai a caso.

“Obbligo o verità?”

La domanda non usciva da nessuna bocca, scendeva dalle travi, gocciolando come umidità che ha imparato a parlare.
La voce era la casa stessa, crudele, paziente, affamata.
Qui non c’era
“passo”
e non c’era
“non lo so”.
Il silenzio, in questa casa, era una risposta.
E la risposta aveva un prezzo fisso,
se non parlavi, la casa parlava per te.
Le pareti si stringevano di un palmo,
poi un altro, finché il petto non trovava più spazio per gonfiarsi e i polmoni, cominciavano a mordersi da soli.
Non era morte immediata,
era il soffocamento lento di chi aveva passato la vita a non dire ciò che sapeva.
Morivi sentendo il legno chiudersi sulle costole, un centimetro alla volta, come se la casa volesse imparare a memoria la forma del tuo ultimo respiro.
Chi sceglieva obbligo doveva rifare con le mani, ciò che aveva compiuto quando credeva che l’ombra coprisse tutto.
Le dita si muovevano da sole, ricomponendo gesti che il corpo ricordava meglio della mente.
Ogni gesto strappava un filo alla maschera e se le mani tremavano troppo, se il gesto non era fedele, la casa avanzava.
Non perdona l’approssimazione,
la menzogna al gesto è come il silenzio:
Un invito alle pareti che avanzano.
Chi sceglieva verità, sentiva una parola sola, dentro la gola:

"Dillo"

Non chiedeva nomi, non chiedeva luoghi, chiedeva l’eco.
L’eco di ciò che era stato preso senza allungare la mano, l’eco del silenzio venduto per restare comodi.
L’eco dello specchio che mente e
se mentivi, la casa sapeva.
La lingua diventava cenere, la gola si serrava
e il soffitto, scendeva di un dito, come a ricordarti che qui non si baratta con le parole.
Parlavano, non di fatti, parlavano di crepe.
E in quel dire, le pareti si mossero di un palmo, un palmo solo, eppure bastò perché il petto dimenticasse come espandersi.
Si mostrò senza nome, la prima crepa:
La scienza del prendere senza allungare la mano.
L’arte di far muovere gli altri come pedine su una scacchiera invisibile,
di raccogliere il frutto maturato nel sudore altrui, di andarsene prima che il peso chiedesse il conto.
La bottiglia girò di nuovo.

“Obbligo o verità?”

La voce si fece più bassa, più vicina all’orecchio.
Crudele, come chi sa che non puoi mentire.
Il soffitto calò, come una cappa di piombo e con esso scese il silenzio che mente.
Quel silenzio che si mette tra una parola e l’altra, che lascia cadere chi grida, perché il grido disturba l’ordine delle cose.
Quel silenzio che si compra a buon prezzo e si vende a prezzo del sangue.
L’aria si fece densa, amara,
respirare divenne un atto di furto.
Era il prezzo di chi aveva vissuto troppo tempo respirando il fiato altrui, per non consumare il proprio.
Le pareti non avevano occhi, eppure vedevano.
Vedevano lo specchio che mente,
l’arte di farsi volto per ogni volto,
di mutare maschera come si cambia una camicia, di diventare ciò che conviene, finché non si ricorda più cosa non conveniva.
Solo per fame di approvazione, di vantaggio, di fuga.
Ad ogni turno del gioco, la casa prendeva.
Non oro, non carne, prendeva il sonno che arriva a spigoli e ti lascia sveglio con le mani bagnate di nulla.
Prendeva la certezza che se guardi troppo a lungo nello specchio, non sai più dove finisci tu e dove comincia la maschera che ti è cresciuta addosso.
Il prezzo non scendeva dall’alto come una sentenza, risaliva dal pavimento, come umidità che corrode le ossa.
Era restituzione.
Il conto rimandato per anni, con gli interessi accumulati in notti senza respiro.
Quando lo spazio si ridusse a un respiro condiviso, la bottiglia smise di girare.
Non serviva più, la casa aveva già scelto.
I due si erano visti abbastanza, nei silenzi l’uno dell’altro,
per capire che non esiste maschera che regga quando la casa decide di spegnere la luce, un dito alla volta.
L’ultima regola era semplice:
Se taci, muori.
Se menti, muori più lentamente,
se dici, muori comunque.
Muori consapevole che la casa ti ha visto, per quello che eri e che ti ha atteso.
Fuori, la nebbia rimase immobile, come un sudario steso sul mondo,
dentro, le pareti si toccavano quasi.
E nel punto in cui si toccavano, non c’era che un suono:
Il suono sottile, continuo, interminabile, di ciò che erano diventati.
Un suono che non smette e
che non smetterà.
Finché l’ultima tavola del pavimento non si richiuderà sopra di loro e la casa, sazia, resterà in silenzio, di nuovo.

Obbligo o verità testo di Annabelle
9