Sarebbe stata la sua ultima dose, di questo ne era certo. Si mise a sedere sulla ciambella del water e chiuse la porta di fòrmica bloccandola con un paletto malmesso. Questa volta aveva deciso. Lo aveva promesso a se stesso. La sua prima volta fu quando aveva sedici anni, l’età in cui si scopre l’amore, lui scoprì il fascino mortale della droga. Era sempre stato il pulcino del gruppo, quello che i compagni evitavano di portarsi in giro quando volevano fare qualcosa da “adulti”, lui li vedeva e li invidiava, quei loro corpi forti, le moto, le ragazze che avevano intorno, ed il loro sballo. Questo più che altro invidiava, il loro sballo. Le ragazze era quasi certo di non poterle ottenere, si sentiva brutto, e un po’ forse lo era, magro, brufoli sparsi a mano aperta su quella faccia di uomo bambino, né carne né pesce, questo si sentiva, aveva la voce profonda e stridula allo stesso tempo. Soldi non ne aveva, suo padre era operaio, sua madre casalinga e arrotondava il magro bilancio di casa facendo pulizie dai vicini. Non riceveva paghetta, lui, non si sentiva al loro stesso pari. Seguiva i suoi compagni ovunque gli fosse concesso, elemosinava sempre un passaggio in motorino, lui non lo aveva. Li guardava, quando iniziavano il cerimoniale, accendino, limone… cucchiaini… aveva un’attrazione morbosa per l’ago, lo vedeva entrare lucido ed argenteo sotto la pelle, e tornare fuori vermiglio, vedeva il liquido giallo entrare nelle loro vene, ed i loro occhi divenire delle mezzelune bianche, vedeva la mano che teneva la cintura stretta sopra l’incavo del gomito allentare la presa, ed i loro volti cambiare espressione e abbandonarsi in un’estasi che non avrebbero saputo descrivere. La droga dei cento orgasmi, la chiamavano. Lui si sentiva da meno, “Fatemela provare!” li pregava frignando. Loro gli ridevano in faccia “Ma sei piccolo! Non ce la fai, muori!” e continuavano a ridere. Lui sentiva la rabbia montargli dentro come le onde sotto al maestrale. Gonfiava e li pregava, ma non si arrabbiava mai in maniera palese, aveva paura di venire escluso anche da quel niente che gli offrivano. Venne il giorno del suo sedicesimo compleanno, quella sera, seduto sul muretto, li guardava raggiante. “Adesso sono abbastanza grande per non morire!” disse loro e questi si scompisciarono dal ridere. Parlottarono fra loro, fra quello più grande, da tutti considerato capo, e gli altri del gruppo. Era fresco, una serata d'estate, i grilli cantavano lontani e loro erano lì, alle porte del paese, dove i genitori li credevano al sicuro. Il capo venne avanti, aveva la mano sinistra chiusa in pugno. Si avvicinò al festeggiato, lo guardò con un sorriso a mezza bocca “E così adesso sei grande abbastanza, eh?” gli chiese col tono di chi prende in giro. “Sì, lo sono, sono pronto!” esclamò lui felice e tronfio, guardando la mano chiusa in pugno ed immaginandone il contenuto. Il pugno si fermò all'altezza del suo volto glabro. Come per magia la mano si aprì, e mostrò il suo tesoro: una piccola bustina di cellophane che conteneva una dose di polvere. Piccoli cristalli giallognoli chiamati eroina. Lui li guardò come si guarda una bella donna, apprezzandone le curve, le rotondità. I suoi occhi luccicarono “Finalmente!” esclamò felice e gli altri risero in coro. Si mise a sedere sul muretto “Sono pronto!” disse e porse il braccio. Il capo scosse leggermente la testa ma prese il cucchiaino dalla tasca. Era annerito dagli usi precedenti, solo la conca era lucida. Aprì la bustina e ne versò il contenuto nel cucchiaio, prima però spezzettò i cristalli battendoli con una tessera di plastica sopra ad un pezzo di cartone. La luce gialla del lampione rendeva ancora più mistica l'esperienza agli occhi dell'adepto. Strizzò poche gocce di limone che bagnarono i cristalli, gli ricordò quando affondava il cucchiaino di zucchero nella tazza del latte. Accese l’accendino e trasformò il cucchiaino in una minuscola padella, dove sobbolliva, ai suoi occhi, il veleno della felicità. Sentiva lo sfrigolio e l’odore penetrante. Vide il capo che tirò fuori dalla tasca una siringa da insulina, nuova per l’occasione, in seguito le avrebbe avute usate. Aspirò il liquido che gorgogliando riempì il cilindro trasparente. Come un dottore puntò poi l’ago al cielo, e alla luce fioca fece fare al liquido uno spruzzo per fare uscire l’aria. Lo guardò. “Sei pronto?” gli chiese con voce grave; il rito era solenne, non voleva smitizzarlo. Lui fece sì col capo, il suo cuore batteva velocissimo, gli sudavano i palmi delle mani. Il capo gli strinse con la cintura il braccio esile al di sopra della piega del gomito. “Metti questa fra i denti” disse porgendogli un’estremità della striscia di cuoio “Quando ti levo la siringa apri la bocca… e goditela!” concluse con un sorriso. L’atmosfera era silenziosa, le giovani iene avevano smesso di ridere e guardavano scommettendo dentro di loro sul risultato dell’esperimento. “Apri e chiudi la mano!” fece il capo. Con quel gesto mise in risalto le vene che affiorarono lievi come radici sotto l’asfalto. Con una mano gli allargò la pelle, avvicinando la siringa. Adesso il ragazzo aveva paura, paura di farlo, paura di morire. Paura di fallire la prova, di essere deriso e scansato… fra le due paure ebbe il sopravvento la seconda. Resistette stoicamente alla puntura, vide l’ago scomparire nella carne e quasi svenne, riuscì comunque ad arrivare in fondo. “Apri la bocca, dai!” lo incitò il capo. E lui la aprì. Il sangue corrotto defluì veloce nel suo giovane corpo, arrivò in un batter di ciglia prepotente nel cervello. La bomba esplose. Un tripudio di colori invase la sua testa, si sentiva dio, l’universo, il mondo intero. Viaggiò, viaggiò, viaggiò, col cuore che pompava all’impazzata, rideva debole fuori e forte dentro, provò i cento orgasmi che gli erano stati promessi. Si risvegliò dopo, non seppe mai quanto tempo fosse passato, si svegliò e vomitò, vomitò anche il cuore. Aveva la bocca amara, come piena di farina, la testa gli pulsava da scoppiare. Ma ce l’aveva fatta, adesso era uno di loro, uno del branco. Passarono i giorni, le settimane e gli anni, cominciò a bucarsi da solo, a comprarsi la dose vendendone altre, cominciarono i guai. Prima il carcere, poi la fine del rapporto coi suoi genitori, poi la perdita di tutto, denti compresi. E sempre con la convinzione di poter smettere quando avesse voluto. Ci aveva anche provato seriamente, una volta. Poi aveva ricominciato subito dicendosi che adesso non voleva smettere, aveva solo fatto una prova ed aveva dimostrato a lui e agli altri che poteva farcela. Poco importa se era stato un solo giorno senza bucarsi.
Ma questa volta lo voleva sul serio. Si guardò allo specchio della toilette del vagone in cui era, scansando le colate di sporco che decoravano il vetro. Aveva una faccia che faceva paura, i pochi capelli lunghi e unti, la bocca storta in un sorriso di sole gengive, la barba lunga, sotto agli occhi due aloni marroni. Stavolta sarebbe stata l’ultima dose, non gli andava di avere trentacinque anni e di dimostrarne il doppio. Anche il fegato era partito per una meta a lui sconosciuta. Aveva lasciato il vomito al suo posto, una lunga striscia di bava giallastra. Si tirò su la manica della camicia, aveva incominciato a portare le camicie a maniche lunghe anche d’estate, per coprire le cicatrici sui bracci. Stese il braccio e preparò la dose, ormai non era più una cosa eccitante, era un’abitudine, un bisogno. Aspirò con mano tremante il liquido dal cucchiaino, ne tolse l’aria. Cercò una vena, ma non la trovò. Tutte troppo dure, secche. Provò un dolore al cuore, si stava rendendo conto di come si era ridotto. Sospirò. Scese alle vene delle mani, erano le uniche ancora buone, anche i piedi non ne potevano più. “Pazienza” disse fra di se, “Tanto è l’ultima” storse le labbra quando l’ago entrò in vena, non immaginava che fosse più doloroso che altrove. Iniettò veloce la sua ultima dose, aprì le labbra e la cintura gli cadde in grembo. Non si accorse quando scivolò dal cesso, neppure quando gli occhi gli si rigirarono a guardare dentro la sua testa, né si accorse del respiro che si fermava, del cuore che batteva sempre più veloce e leggero, fino a scomparire del tutto… però mantenne la sua promessa, questa sarebbe stata la sua ultima dose.
La promessa mantenuta testo di redheadlove