I gradini erano lerci, le strisce parallele di gomma non si distinguevano nemmeno più, appiccicosi di vita passata di fretta, con indifferenza.
Gli albeggiati volenterosi di correre a lavoro avevano i paraocchi come cavalli allo start, sferzati sulle chiappe tese dal fantino dell'insoddisfazione.
Così se li figurava Morena, ogni mattina, scendendo nel metrò, al centro della scalinata, subendo spintoni e olezzi con un sorriso serafico, come una semplice spettatrice fra gli scommettitori dell'ippodromo sotterraneo.
Lei se la prendeva con calma, usciva presto per arrivare tardi al lavoro, allergica alle lancette stabilite. Se li era guadagnati i suoi minuti di proroga ed erano intimamente legati alla sua natura: il capo, i paraocchi se li metteva a mo' di benda, nel suo caso, del cavallo di razza. Morena era l'outsider fuori dai pronostici che aveva tagliato il traguardo sbaragliando la concorrenza. Se lo poteva permettere di procedere al trotto e prendersi la briga o il piacere dello stupore.
A quell'ora del mattino, erano più i fatti incresciosi a vivacizzare quel sottopasso viario. I treni erano sempre strapieni, malgrado la frequenza veloce, e la gente era sempre nervosa dopo aver sceso la scalinata. Nella penombra di lampadine rotte o intermittenti, in quella striscia d'attesa sovraffollata, gli zoccoli scalpitavano ed era inevitabile che qualcuno pestasse i piedi sbagliati o sgomitasse fianchi scoperti.
La maggior parte delle volte erano meri e vivaci scambi di sproloqui, più per sfogare il malumore della sveglia che per reale fastidio.
Al mattino, la gente non vuole strusciarsi con le beghe altrui.
Paradossalmente, in quella bolgia, non c'era niente di ordinario: agli occhi di Morena, c'era sempre qualche novità, uno dei soliti volti anonimi che si prendeva le luci sfocate della ribalta.
Lui era come lei, stesso sorriso fuori dalle righe.
Spesso si erano ritrovati complici a distanza, scambiandosi facce buffe, a debita distanza. L'empatia esplode di stupore improvviso.
La mimica tra loro era un dialogo muto, con tutto il fascino che si portava dietro, tra sorrisi sulle labbra e negli occhi.
Il tempo era sospeso in quei frangenti, su fili invisibili che si annodavano come promemoria per la volta successiva. Si ritrovavano, ogni volta, nella loro bolla di sguardi parlanti, sgombrando tutto il resto.
Erano istanti preziosi che rallegravano la giornata, insieme alla musica di sottofondo calcata nelle orecchie. Quelle quotidiane manciate di minuti, senza preavviso, di nascosto, andavano a formare granelli nella clessidra.
Sarebbe bastato poco per procedere nella conoscenza, ma andava bene così per entrambi, a distanza. Che ne sapevano di essere sempre stati a un passo dal contatto verbale, arrivando tardi ad appuntamenti non concordati...
Per giorni e giorni avevano goduto del loro teatrino, senza alcuna aspettativa, finché gli angoli all'insù della bocca si erano ritrovati, lentamente, in pausa, come se pensieri nuovi si fossero affacciati negli occhi.
Ridere insieme è il primo passo verso qualcos'altro... in ogni rapporto.
Morena sapeva che la smania di cercarsi era condivisa, era palese; tante volte si erano ritrovati a scoppiare a ridere notandosi a spiarsi in punta di piedi per superare il nugolo di teste d'impiccio.
E le guance avevano nuance d'emozione all'improvviso, si piacevano, non era un'anomalia cromatica delle luci stanche del metrò.
Ma andava bene così, ancora. A distanze mimate. A manciate di sospiri.
Scendendo i gradini, Morena non sorrideva più serafica ma agitata, non già per assimilazione alla calca scalpitante quanto per la voglia di scorgere lui, all'ingresso, sulle scale, nella zona d'attesa...
C'era frenesia anche nelle sue gambe e i ritardi accademici a lavoro erano prolassati, perché prima o poi sarebbe riuscita a salire sullo stesso treno, nella stessa carrozza, vicino allo sconosciuto che le aveva preso la mente e solleticato il cuore di brividi.
Come i cavalli prima che si spari il via, dietro la sbarra: il purosangue aveva ceduto all'ansia della corsa un'unica volta.
Lui era salito in carrozza sospinto dalla massa, malgrado il batticuore di essere, finalmente, decisi a muoversi incontro. Morena giunta al treno in una manciata di ritardo e, oltre quel vetro opaco di troppe impronte, si erano limitati a far combaciare i palmi della mano. Quel vetro era freddo ma lo spessore non era riuscito a scaricare sulla superficie il calore della loro sete di aversi.
Ferma nella zona franca, Morena si era sentita una perdente. Quella corsa l'aveva mancata, tentennando tra il desiderio di correre e la paura inspiegabile di non essere abbastanza allenata alle delusioni. Se, parlandosi, si fosse spezzato l'incanto, non avrebbe retto alla botta perché, quando si assapora un'emozione forte, non si è mai completamente sicuri di volerla approfondire, talmente è fragile la bolla di gioia.
Riprendere la routine non sarebbe stato facile, in caso di delusione. In fondo, avevano ben poco su cui basare quella follia di sensazioni.
Il resto delle giornate li vedeva perfetti sconosciuti, troppo distanti, troppo sorridenti senza motivo, troppo frettolosi che fosse già domani per incrociarsi ancora e ancora...
Il prossimo al pensionamento uomo della vigilanza, promosso da anni al turno fisso della mattina, aveva assistito dalla sua torretta di controllo, con i suoi occhi mobili di telecamere sparse ovunque, a quella bizzarra storia a puntate. Anche lui aveva riso dei loro giochi di mimi, li aveva scoperti per caso e seguiti per vincere la noia del lavoro. Lui solo sapeva di quante volte si erano mancati di poco: una manciata di sospiri, per la tenerezza e il romanticismo della situazione, ogni giorno, per quell'uomo che credeva ancora nella forza degli amori folli.
La clessidra era ormai piena di preziosi granelli e mancava la mano che la girasse per far scorrere il tempo senza ritardi.
Alla fine del suo turno, aveva deciso: l'indomani avrebbe condotto i cavalli nello stesso box.
A manciate di sospiri testo di Deaexmachina