Il Vetro Incrinato

scritto da Taby-Saby
Scritto 2 mesi fa • Pubblicato 15 ore fa • Revisionato 15 ore fa
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Testo: Il Vetro Incrinato
di Taby-Saby

La casa dei Martini non era mai stata un luogo di silenzio, ma negli ultimi mesi il rumore era cambiato, passando dalle risate sguaiate delle cene domenicali a un brusio elettrico, una tensione che vibrava nelle pareti come se l'edificio stesso soffrisse di un’emicrania cronica. Al centro di questo terremoto invisibile c'era Elena, la madre, che un tempo era stata il perno attorno a cui ruotava l'intera famiglia e che ora sembrava svanire dietro un velo di nebbia impenetrabile, sostituita da una sconosciuta che parlava con le ombre e temeva il riflesso degli specchi. Suo marito, Roberto, cercava di mantenere una facciata di normalità, alzandosi ogni mattina alla stessa ora, stirando con cura le camicie e preparando la colazione per i figli, ma i suoi occhi erano diventati due fessure di stanchezza, segnati da occhiaie profonde che nessuna tazza di caffè poteva cancellare. I figli, Marco e Giulia, osservavano il declino della madre con reazioni opposte: Marco, il più grande, si rifugiava in uno studio ossessivo, cercando nei libri di medicina una spiegazione logica a quel caos chimico che stava divorando il cervello di Elena, mentre Giulia, ancora adolescente, reagiva con una rabbia esplosiva, urlando contro quella donna che non la riconosceva più o che, peggio, la accusava di essere una spia mandata da nemici immaginari. La malattia mentale si era insinuata tra loro come un gas inodore, saturando l'aria fino a rendere ogni respiro un rischio di esplosione; non c’erano più conversazioni, solo negoziati estenuanti per convincere Elena a prendere le pillole colorate che lei nascondeva sotto la lingua o sputava nei vasi delle piante. Una sera di novembre, mentre la pioggia batteva ritmicamente contro i vetri, la situazione precipitò definitivamente quando Elena, convinta che le pareti della cucina stessero trasudando veleno, iniziò a raschiare l'intonaco con un coltello da pane, farneticando di complotti celesti e frequenze radio che le ordinavano di purificare la casa. Roberto cercò di calmarla, usando quel tono dolce e condiscendente che si usa con i bambini, ma lei lo guardò con un odio così puro e alieno da farlo indietreggiare, realizzando in quel momento che la donna che aveva amato per vent'anni era stata sostituita da un involucro vuoto abitato dal delirio. Marco e Giulia assistettero alla scena dalla porta, paralizzati dal terrore e dalla pietà, vedendo il padre lottare per disarmare la madre in una danza grottesca tra i mobili della cucina, finché il rumore della porcellana che si infrangeva sul pavimento non segnò il punto di non ritorno. Chiamarono l'ambulanza, e le luci blu dei soccorsi illuminarono il vialetto, proiettando ombre distorte sugli alberi spogli, mentre Elena veniva portata via in uno stato di catatonia improvvisa, lasciando dietro di sé un vuoto più assordante di qualsiasi urlo. Nei giorni che seguirono, la casa divenne un museo di ricordi dolorosi; Roberto sedeva in poltrona fissando il vuoto, Marco smise di studiare rendendosi conto che nessuna formula poteva riparare un’anima spezzata, e Giulia iniziò a vagare per le stanze cercando tracce della madre "vera" nei vecchi album di fotografie. La tragedia non era fatta di sangue o di morti improvvise, ma di una lenta erosione dell'identità, un lutto prolungato per qualcuno che era ancora fisicamente presente ma emotivamente irraggiungibile. Ogni visita in clinica era un colpo al cuore, un esercizio di pazienza e disperazione in cui cercavano di ricollegare i fili di una trama ormai irrimediabilmente sfilacciata, scontrandosi con la burocrazia sanitaria e con la propria impotenza. La famiglia Martini imparò a convivere con l'incrinatura, accettando che la loro vita non sarebbe mai tornata a essere quella di prima, ma sarebbe stata un mosaico di frammenti incollati male, dove l'amore doveva farsi carico del peso insopportabile della follia, cercando una luce fioca in quel tunnel di ombre che sembrava non avere fine, mentre fuori il mondo continuava a girare ignorando il dramma silenzioso che si consumava dietro quelle finestre illuminate.

Il Vetro Incrinato testo di Taby-Saby
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