Wunderwaffe - Armi miracolose - cap4

scritto da Ian Ax Lighthouse
Scritto 16 anni fa • Pubblicato 16 anni fa • Revisionato 16 anni fa
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Autore del testo Ian Ax Lighthouse
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Wunderwaffe - Armi miracolose - cap4
- Nota dell'autore Ian Ax Lighthouse

Testo: Wunderwaffe - Armi miracolose - cap4
di Ian Ax Lighthouse

Il treno privato che il castello di Wewelsburg aveva a propria disposizione sferragliava alla velocità di 90 chilometri all'ora attraverso la campagna francese, illuminata solo dalla tenue luce lunare e dai fasci violenti dei fari posizionati sopra la locomotiva. Gli addetti alla locomotiva gettavano nella caldaia quanto più carbone possibile in modo da mantenere l'andatura. Non era ancora la velocità massima, ma il macchinista si era rifiutato di portare il convoglio a 110 all'ora su quei binari che erano stati bombardati di recente dalla Royal Air Force e che erano così malmessi da far saltellare le 60 tonnellate della motrice in continuazione.
Nonostante tutto il caporale Schwanz riusciva a dormire tranquillamente, nella cabina privata che gli era concessa accanto a quella di Peichl. Dormiva immobile, le coperte incredibilmente ancora stirate. L'uniforme immacolata, perfetta, era posata come una reliquia sul piccolo tavolino pensato come scrivania. Schwanz dormiva ma quando sentì l'urlo si avventò come un ghepardo verso la porta, ancora completamente nudo, e si precipitò nel corridoio. Afferrò la torcia di emergenza mentre ci passava davanti e con un calcio spalancò la porta dello scomparto di Peichl, quasi sradicandola dai cardini.
"L'uomo nuovo è in mezzo a noi!" gli urlò il maggiore. "Egli vive!"
Schwanz accese la luce della stanza.
Peichl era in piedi. Aveva un'aria smarrita, si guardava attorno, pur dando l'impressione di non vedere la stanza. Gemeva.
"È lui, è lui! È venuto a prendermi." aggiunse singhiozzando.
Si gettò sulle ginocchia, le mani stringevano con violenza i corti capelli biondi.
Sudava abbondantemente e improvvisamente incominciò a pronunciare cifre e parole senza senso, frammenti di frasi.
E poi, silenzio.
Continuava a muovere le labbra, pronunciando formule, frasi, parole invisibili, intangibili.
E improvvisamente urlò ancora "È lì, lì! Guardalo, lì nell'angolo." E svenne, crollando pesantemente a terra.
Schwanz non era intervenuto di fronte a questa scena. A Wewelsburg aveva già testimoniato a simili crisi. Ma era la prima volta che accadeva lontano dal castello.
Si affacciò sul corridoio.
Nessuno. Nessuno altro aveva sentito l'urlo del maggiore, probabilmente soffocato dal rumore del treno.
Schwanz prese Peichl sulle braccia, sollevandolo delicatamente, e lo appoggiò sul letto.
Lo coprì accuratamente, con una certa impalpabile e timida tenerezza.
Poi si guardò attorno. Il piccolo diario dalla copertina gialla era appoggiato sopra la scrivania dell’alloggiamento, sette piccole strisce di cuoio inserite in esso. Schwanz non aveva avuto il tempo di dare un’occhiata a quel piccolo quaderno durante i giorni precedenti poiché il maggiore non si separò da esso in alcun momento. Si avvicinò istintivamente per fermarsi a pensare un istante. Si ritrovò a guardare fuori dalla finestra e per un attimo s’immaginò la campagna della sua natia Amburgo. Con la coda dell’occhio vide che Peichl era ancora addormentato e uscì dallo scomparto con apparente calma, continuando a controllare che il maggiore non si muovesse.
Non richiuse la porta poiché i cardini si erano piegati e muovendola l’ufficiale si sarebbe forse svegliato per il rumore. Sempre che chiuderla sarebbe stato possibile dato che nemmeno i violenti scossoni del treno vi riuscivano. Schwanz ripensò per un attimo ai suoi primi anni da recluta. Nella caserma prussiana dove si addestrò sembrava non vi fossero maniglie. Tutti i sergenti tedeschi aprivano le porte a calci. All’epoca si chiedeva spesso se il sogno di ogni sergente tedesco non fosse di scardinare una porta. Lui ci era quasi riuscito.
Appena sul corridoio corse verso il suo alloggio. Aprì uno dei cassetti del piccolo armadio a sua disposizione, si sdraiò per terra e con la mano iniziò a tastare il fondo del cassetto superiore finché non sentì un piccolo rientro. Vi appoggiò la punta di un dito e lo spinse verso destra, aprendo uno scomparto segreto. Velocemente prese un astuccio di cuoio che stava all’interno e chiuse il cassetto lasciando aperto lo scomparto. Corse di nuovo nell’alloggio del maggiore e si affacciò all’interno.
Peichl dormiva, ancora nella stessa posizione. Tutta l’operazione era durata forse una quarantina di secondi. Schwanza sapeva muoversi silenziosamente e velocemente quando occorreva. Estrasse dall’astuccio di cuoio la minuscola Minox Riga e il contenitore metallico delle pellicole, inserendone velocemente una nella macchina fotografica. Non finiva mai di stupirsi di quanto veloce, agile e minuta fosse la Minox Riga.
Velocemente iniziò a sfogliare l’intero quaderno e a fare una serie di fotografie con il primo rullino. Il quaderno era composto da un centinaio di pagine e mentre svolgeva meccanicamente il suo lavoro Schwanz calcolò che ci avrebbe messo almeno quindici minuti. Un tempo incredibilmente lungo per una operazione così pericolosa, che avrebbe potuto farlo scoprire se il maggiore si fosse svegliato o se un qualsiasi soldato fosse passato lungo il corridoio. Ma non aveva scelta. Doveva farlo e doveva farlo il quel preciso momento. Non gli sarebbe più capitata un’altra occasione simile. Non a breve almeno. E quelle informazioni erano della massima urgenza. Il sudore gli colava sulla fronte dandogli fastidio agli occhi, ma Schwanz non si curò di asciugarlo. Sapeva bene che era inutile controllare che il maggiore non si stesse svegliando o che non arrivasse nessuno. Pensava solo a metterci meno tempo possibile. Riuscì a fotografare tutto il quaderno in circa 13 minuti. Valutò la possibilità di fare una seconda serie. Fu un attimo. Decise che potea correre questo rischio e ricominciò da capo. 12 minuti più tardi aveva già riposto la Minox nel suo astuccio di cuoio, reinserito le strisce di cuoio all’interno delle pagine del quaderno e memorizzato le prime tre parole di ogni pagina che Peichl aveva così evidenziato. Si affrettò verso la porta.
Stava per spegnere la luce quando vide il frustino di Peichl accanto agli stivali. I suoi occhi brillarono. Furtivamente sbirciò Peichl. Il maggiore sembrava essere profondamente addormentato. Afferrò allora il frustino e si colpì con forza il petto.
Un gemito leggero sfuggì alla sua bocca. Un gemito di piacere. E osservò il finissimo rivolo di sangue uscire dal piccolo taglio procuratosi sul possente petto glabro. Si voltò verso il maggiore. Dormiva. Il caporale spense allora la luce e uscì dalla camera con passo leggero, portandosi dietro il frustino. Come un gatto, scivolò lungo il corridoio percorrendo i pochi metri che separavano le due stanze, accarezzando con il frustino la parte interna delle sue cosce. Sorrideva sfuggevolmente, lisciandosi lentamente le labbra con la lingua.
Davanti alla porta del suo scomparto ebbe una incertezza. Il respiro si fece più rapido mentre sentiva il cuore battere più velocemente all'interno del proprio corpo. Guardò ancora lungo il corridoio. Nessuno. Tutto si era svolto nel migliore dei modi per lui.
Aprì la porta e rimise la macchina fotografica con le pellicole velocemente al suo posto.
"Riporterò il frustino al maggiore tra qualche ora." pensò mentre il suo pene iniziava ad ergersi.
Wunderwaffe - Armi miracolose - cap4 testo di Ian Ax Lighthouse
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