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Le 8 di sera. La nevicata sollecita l’isteria collettiva. Lungo le strade i clacson orchestrano una lamentazione corale.
A bordo del vagone, lo speaker elettronico elenca i nomi delle stazioni di sosta della metropolitana. Stipato nella moltitudine di passeggeri fradici, intorpidito dalla giornata lavorativa, desidero essere altrove.
All’annuncio “fermata successiva, Massaua”, un bambino, fortificato sotto strati di duvet come un ricercatore antartico, chiede alla madre “Cosa vuol dire Massaua?”
È un istante. Al pronunciare “Massaua”, si innesca la formula che esaudisce il mio desiderio di esistere altrove. Per effetto di un ingovernabile vortice spazio tempo vengo trascinato e proiettato a pochi anni prima, proprio lì…
Alle 8 della sera il sole allenta la morsa rovente.
È la vigilia della mia partenza. Massawa è deserta, decrepita. La amo.
Misuro i respiri, temo che un sussulto possa sbriciolarla.
L’aria ferma è densa dei fantasmi di un passato fastoso, festoso e nefasto. L’Hotel Torino mi osserva silente con il biasimo dell’adulto che conosce la vita.
La ragazza del baretto Isola Verde ci porta due birre Melotti al tavolino sbilenco esterno. Dal juke box riverbera gracchiante il ritornello italo disco “Buonasera, buonasera signorina, buonasera signorina ciao ciao.”
Achille sorseggia lentamente, poi mi domanda in italiano
“Ti sei spaventato?”
“Per cosa?”
“Per la maledizione di Edda.”
Mento, “No.”
“Edda e io abbiamo la stessa età, però lei è arrabbiata con gli italiani. Anche Claudio Villa ha la mia età. Come sta?”
“Chi?”
“Claudio Villa.”
Mento ancora, “Bene!” Non me la sento di dirgli adesso che Claudio Villa è morto da trent’anni.
Quindi incalza “Non ci è più venuto in Eritrea per il concerto. Forse canta solo in Libia.”
“Sì, forse… Il padre di Edda era italiano?”
“È italiano, certo.”
Ne parla al presente. Essendo loro coetanei di Claudio Villa, dubito che il padre sia vivo, ma sorvolo “Per questo Edda si chiama così?”
“Certo, ma lei ha maledetto il suo nome e si fa chiamare Lewa. Per questo è arrabbiata. Qui siamo tutti italiani. Mia madre era di Adi Ugri, mio padre era un soldato del duce. Quando sono nato lui mi ha dato un nome italiano, ma il cognome no. Poi è partito. È andato a Roma. Forse stava male e voleva curarsi.
Non è più tornato. non so come mai. Ho un nome italiano, il cognome no. Allora me lo sono dato io un cognome italiano. Lavoro il ferro, sono bravo sai! Trasformo
il ferro in cose bellissime. Quindi il mio cognome è Fabbro. Se vuoi spedirmi una lettera puoi scrivere sulla busta “Per Achille Fabbro”. Appena arriva a Massawa me la portano, mi conoscono tutti!”
“Domani torno a casa Achille. Ti manderò delle cartoline dal Sudafrica.”
“E in Italia? Torni anche in Italia?”
“Forse, per pochi giorni, tra qualche mese.”
Achille sussurra come evocando un segreto “In Italia…”
“Tra un anno sarò nuovamente qui a Massawa. Ci rivediamo a Ottobre. C’è qualcosa che posso portarti dall’Italia?”
Lui illuminandosi “Una pipa!”
“Vuoi fumare?”
“Non c’è niente di male! Sì, una pipa. Quando ero piccolo spiavo i signori italiani che fumavano all’ombra. Mi nascondevo lì (indica il bivio che apre ai Portici
Savoia). Quanto erano eleganti non lo immagini! Le giacche stirate e certi cappelli. Sembrava una sfilata dei principi di Piemonte. Uscivano a passeggiare a quest’ora e si sedevano lì ai tavoli dei bar. Forse anche mio padre fumava una pipa. Non lo so, io non lo conosco. Se ne sono andati tutti…”
“Tu Achille ci credi che Lewa sappia leggere il passato e il futuro nelle conchiglie?”
“Certo! Per questo è arrabbiata. Non bisogna sapere tutto.”
Dodici mesi dopo. Massawa. Ottobre.
Cammino al crepuscolo verso l’Hotel Torino lungo la banchina che congiunge
l’isola di Taulud a quella di Massawa. Emano l’aroma del repellente anti zanzare.
Tutto è identico, immobile nella sua torrida letargia. L’inerzia afosa mi avvolge e rallento il moto. Anche il mare sembra essersi arreso e ribolle in un impercettibile sciabordio. Compiaciuto nel sentirmi una parte di quel tutto irreale avanzo con gli
occhi socchiusi, quando un alito sussurra il mio nome
“Fax!”
Achille siede solitario su un muricciolo. Dimostra duecento anni ma conserva lo stupore infantile nello sguardo. “Fax, sei tornato!”
Si alza, mi abbraccia e poggia le mani leggere e grinzose sul mio viso, quasi ad accertarsi non si tratti di una proiezione. Ride e applaude.
Siedo con lui sul muretto “Sì Achille, come promesso un anno fa.”
“Un anno? Non può essere!”
“Era Ottobre, ricordi?”
“Non dirmelo. Oggi è Ottobre? Oh, sono vecchio di un altro anno”
Ride. Indossa il solito completo sartoriale, liso ma ordinato.
Gli dico “Ho un regalo per te.”
Sfilo la piccola sacca dalle spalle da cui estraggo un cofanetto in sughero. Sul coperchio è dipinta una Torino risorgimentale.
Gliela porgo.
Achille esita “Per me?”
Solleva il coperchio, la scatola contiene una Bent Apple in radica e due differenti qualità di tabacco. Achille trema incredulo, si contorce le dita. Intuisco che aveva rimosso la nostra conversazione e non si capacita del materializzarsi di un desiderio. “Davvero è per me?”
“Sì, per Achille Fabbro.”
Estrae la pipa, la ammira reggendola sul palmo delle mani come cullandola e confida “Ho aspettato tutta la vita che l’Italia tornasse da me, e oggi l’Italia è
tornata…”
La mia vista si appanna, voglio trattenere le lacrime nel rispetto del bambino meticcio dal nome italiano (il cognome no) che, forse, il tempo di piangere raramente se lo è concesso.
Achille posa una mano sopra la mia “Sei un bravo figlio.”
Le lacrime mi vincono e Massawa si irradia di una luce liquida. Respingo il turbamento emotivo, gli propongo “Potresti fumare nel bar sotto i Portici Savoia, quello è il luogo giusto.”
Effimere sagome di fumo librano nell’aria dal porticato moresco eroso dalle crepe.
I nugoli profumati vestono l’eco dei trattenimenti danzanti,dell’elegante struscio serale esibito con provinciale alterigia, delle note dei valzer. Quei giochi di vapore
solleticano la memoria degli archi, fatiscenti spettatori evocativi di un regno lontano e di un passato coloniale perduto.
Scruto silenzioso il panorama. Mentalmente associo la toponomastica originale alle strutture rovinose imparata su un quaderno illustrato appartenuto a mio nonno: Lungomare Umberto I, le banchine Regina Elena e Salvago Raggi, Via Roma, Piazza Principi di Piemonte. Un senso di colpa si accomoda nella coscienza. Non ho imparato gli stessi nomi eritrei. Quanto è paternalista il mio
regalo? Dovrei dirgli che Claudio Villa è morto, che suo padre era un esemplare di colonialista vigliacco e che l’Italia li ha traditi?
Achille sbuffa un altro fumoso disegno, e, mirando orgoglioso la pipa “Non sai quanto l’ho desiderata nel mio cervello. Sembro un signore italiano elegante?”
Gli sorrido “Sembri un signore eritreo onesto.”
La voce robotica della metropolitana annuncia “Massaua, fermata Massaua.”
Il vortice spazio tempo mi rigurgita nel vagone . Alla domanda del bambino intabarrato per una spedizione antartica “Cosa vuol dire Massaua?” Sua madre risponde “Boh! Sarà un animale strano.”
Le porte scorrevoli si aprono. Scendo. Evito la scala mobile per imboccare gli scalini granitici.
“Sarà un animale strano.”
Avvolti dalle nebbie dell’oblio, gli italiani sembrano avere smarrito la memoria.
Leggo l’insegna “Massaua” all’uscita dalla stazione e ripenso a Lewa, già Edda.
Dubitavo che quella vecchia leggesse il futuro nelle conchiglie, ma aspettavo la sua sentenza:
“Sei figlio di una bugia, giovane Fax.”
“Chi mente?”
“Tutti mentono, tu menti! Addolcite il vostro passato africano, ma la sabbia di Tripoli graffierà i vostri denti e il sole di Massawa vi tormenterà accecandovi in
sogno.”
Ad Achille, ai Meticci d’Eritrea, ai loro cugini italiani lontani.
Fax Mac Allister
Tratto da -Quaderni massawini- “A life in a Fax” Copyright ©
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