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Chi si è preso il tempo?
Ci svegliamo già in ritardo
anche quando è ancora presto.
Abbiamo domani nella testa
prima ancora di avere abitato oggi.
Abbiamo accorciato le strade,
cancellato le attese,
messo il mondo dentro una mano
e una risposta dentro ogni secondo.
Dovevamo guadagnare tempo.
È strano.
Più ne abbiamo risparmiato
e meno sembra essercene rimasto.
Diciamo
quando avrò tempo,
come se da qualche parte
esistesse un cassetto
dove conservare le ore avanzate.
Ti chiamo.
Passo a trovarti.
Una sera ci vediamo.
Prima o poi.
Prima o poi
è un luogo affollatissimo
in cui non arriva quasi nessuno.
E intanto una voce invecchia,
una fotografia cambia significato,
una casa si svuota,
qualcuno smette di aspettare.
Noi continuiamo a correre.
Per arrivare prima.
Ma prima dove?
Prima di chi?
Forse il tempo
non ce l'ha rubato nessuno.
Forse abbiamo soltanto
riempito ogni sua fessura,
come se cinque minuti vuoti
fossero un difetto da correggere.
Abbiamo paura dell'attesa,
del silenzio,
di una finestra guardata senza motivo,
di una strada percorsa lentamente,
di una sera che non produca niente.
E allora vorrei perdere tempo.
Perderlo davvero.
Cinque minuti
senza trasformarli in qualcosa,
senza recuperarli domani,
senza sentirmi in debito con il mondo.
Lasciarli lì.
Inutili.
Perché forse
abbiamo sbagliato persino le parole:
il tempo non si guadagna,
non si mette da parte,
non si restituisce.
E soprattutto
non si risparmia.
Il tempo si vive.
E mentre continuiamo a domandarci
chi si sia preso il nostro,
lui passa piano,
proprio davanti a noi,
con tutto quello
che non abbiamo avuto tempo
di guardare.