Mi dispiace, signorina Erika!

scritto da Vera
Scritto 17 anni fa • Pubblicato 17 anni fa • Revisionato 17 anni fa
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Autore del testo Vera

Testo: Mi dispiace, signorina Erika!
di Vera

“Mi dispiace signorina Erika, ma la legge è chiara, in pratica se non accetta il lavoro offerto dall’ Ufficio di Collocamento, perde l’assegno di disoccupazione.”
“Ma quello non è un lavoro, chiunque lo rifiuterebbe !”
“No, signorina, quello è un lavoro vero e proprio. Si tratta di un’azienda molto ben organizzata e, a differenza di molte altre aziende, è in attivo e paga bene i suoi dipendenti. Le consiglio di non rifiutare.”
“Avrò pure il diritto di rifiutare, non sono mica una schiava!”
“Certo, è libera di fare come vuole, ma in tal caso, avendo deliberatamente rifiutato il lavoro,l’ufficio le revoca l’assegno.”

Erika sentì l’impulso di scagliare contro l’impiegato la pietra lavica che fungeva da fermacarte lì sul tavolo, ma si trattenne perché la cosa non sarebbe tornata a suo giovamento. Lo guardò di sottecchi: faccia impassibile, sguardo impenetrabile dietro lenti da presbite. Chissà se c’era ancora l’uomo sotto quella maschera o se l’indifferenza aveva finito per infiltrarsi anche sotto la pelle. Sembrava proprio di sì. Gli occhi dell’impiegato scorrevano il foglio lentamente fino all’ultima riga, poi si alzarono ad incrociare il suo sguardo:

“Le do tempo ancora un giorno, ci pensi, poi mi darà la risposta definitiva”.

Erika si alzò ed uscì senza salutare. La situazione in cui si trovava poteva avere del comico se avesse avuto voglia di ridere. E come risolvere ora? Quasi quasi chiamare i suoi amici per raccontare loro il fatto davanti ad una pizza e una birra e magari davanti ad un buon vino: birra e vino per annegare i fumi funesti dei pensieri, forse, era la cosa migliore da fare.
Ma sì, farci quattro risate!
Si fermò davanti ad una vetrina come per guardare le novità della stagione, ma in realtà per vedere se stessa: la sua faccia…e la sua faccia era proprio strana, era la sua quella lì? Tre manichini: uomo, donna e bambino, tutti con qualcosa di verde acido, l’ultimo grido della moda, la osservavano ostentando la loro felicità cristallizzata.
“Chissà, quella minigonna…” pensò, ma poi la rabbia le salì di nuovo fino ad annebbiarle gli occhi.
Erika proseguì lungo la via, in mezzo alla fiumana di gente che a quell’ora usciva dagli uffici.
Giunse al ponte . Sostò un attimo a guardare l’acqua torbida, ma irrimediabilmente romantica. Sorrise perché le venne in mente di quella volta quando, proprio lì su quel ponte, aveva incrociato un ragazzo che le aveva sussurrato sul viso, appassionatamente, “Buttamice a fiume tutte e due amore mio!”
Ma che poetico e fantasioso! In un attimo le aveva lanciato quel messaggio e poi, di fretta, uno di qua e uno di là inghiottiti dalla folla, ognuno nella sua strada, come ora tutte quelle migliaia di persone che si dileguavano alle sue spalle.
Entrò in una pizzeria. No, non aveva più voglia di chiamare gli amici, voleva restare sola, mangiare in fretta un pezzo di pizza al taglio e poi rientrare a casa e rimanere a riflettere…a riflettere ….

Lo scampanellio alla porta la svegliò di soprassalto.
All’improvviso si ricordò della sua amica che doveva rientrare.
“Erika, ma sei impazzita? – gridò l’amica appena fu entrata- Come ti è venuto in mente di chiudermi fuori di casa?”
“Volevo stare sola, non mi sentivo bene”
“Ma io abito qui; anch’io ho diritto al mio letto!…Eri ubriaca?”
“No, assolutamente .”
“Allora mi spieghi come mai hai chiuso la porta a chiave ed hai lasciato la chiave nella toppa?”
“Me ne sono dimenticata,…scusa”.
“Dimenticata? Ti sei dimenticata che io dovevo rientrare?”
“Mi trovo in una situazione che ha dell’incredibile, Jessica, si tratta di un’offerta di lavoro e se rifiuto perdo l’assegno di disoccupazione ed ogni altra possibilità d’impiego.”
“E tu accetta, di che razza di lavoro si tratta?”
“Ma non è un lavoro…loro lo chiamano lavoro, in realtà è…
“E’?
“E’ la prostituta. Fare la prostituta in un bordello!”
“Erika, ma…com’è possibile?”
“E’ possibilissimo, Jessica. Oggi la prostituzione è stata legalizzata. I tenutari dei bordelli pagano le tasse e la loro è considerata una normale azienda che, se si trova a corto di personale, si può rivolgere all’ufficio di collocamento”.
Accidenti ai progressisti! Io pure sono stata dalla parte di coloro che volevano la legalizzazione. Mi sembrava giusto per quelle povere disgraziate. E chi poteva pensare ai risvolti subdoli della legge? Ma io non accetto”.
“Certo che non devi accettare! Ci mancherebbe altro, ci sono tanti lavori al mondo! Dai, andiamo a dormire ora, e vedrai che domattina qualcosa penseremo”.


C’era una tela di ragno sul muro ed il suo proprietario stava aggredendo un minuscolo moscerino che vi era incappato. Era poco distante dal comodino e la lampada evidenziava ogni particolare. Il primo impulso di Erika fu quello di prendere la ciabatta e di uccidere il ragno, ma poi ci ripensò. Si mise ad osservare.Le sembrava molto strano quello che stava facendo il ragno. Con le zampette faceva roteare velocemente il povero moscerino che emetteva un lamento sottile ed acuto, lungo, lungo. Sembrava un ago che volesse bucare un timpano.Il ragno seguitava imperterrito ad avvolgere la sua preda in un involucro. Terminata l’operazione si allontanò. Erika, osservando meglio, vide che di quegli involucri era disseminata tutta la tela. Il ragno si diresse verso uno di quelli più in alto, lo abbrancò con le zampe e stette fermo.
“Sta mangiando- disse Erika-. Hai capito il ragno che ti fa? Avvolge vive le sue vittime dentro un contenitore,per non farle deteriorare né fuggire, e poi, una alla volta, se le mangia. Ma guarda tu che organizzazione gli animali e che acutezza d’ingegno! Come hai fatto piccolo esserino ad arrivare a tanto? Ci sei giunto attraverso una selezione di milioni di anni e di tentativi falliti da parte dei tuoi antenati o voi animali siete sempre stati così abili fin dall’inizio? Sei fortunato stasera, ti lascio vivere, anzi mi sei simpatico, anche se io starei dalla parte del moscerino.

Il ragno consumava lungamente il suo pasto, Erika si addormentò.


“Sveglia Erika, alzati! Usciamo, andiamo in centro, c’è anche Greta. Io devo fare delle compere, poi mangiamo in una tavola calda, così ti divaghi un po’!”

Erika affiorò a stento dalla palude del sonno e guardò l’orologio. Le 11; aveva dormito così tanto? La testa pesante le disse che era stato uno di quei sonni particolari che ti sovrastano come macigni, ed ora Jessica, bionda e sorridente, le sembrava un prode cavaliere che veniva a salvarla.
Ubbidì.
Per tutto il tempo dello shopping Jesssica e Greta chiacchierarono vivacemente e cercarono di tirarla dentro i loro discorsi, ma lei rispose soltanto a monosillabi ché non aveva voglia di parlare di moda e di trucco quella mattina. Anzi, si sentiva piuttosto indispettita da quei discorsi. Ma quando furono sedute al tavolo, in attesa di una bella porzione di insalata di carote e prosciutto, i discorsi presero un tono più serio.
“Erika - le disse Jessica- veniamo al tuo problema. Non ti devi crucciare troppo. Un lavoro lo troverai comunque.”
Jessica era una cara amica dal cuore grande e si vedeva lontano un miglio che voleva alleggerire la situazione e confortarla. Greta invece la infastidiva un po’ con quell’aria scrutatrice con cui la guardava e con quel mezzo sorriso appena percettibile sulle labbra.
“Guadagnano un mucchio di soldi – esordì Greta – Noi con i nostri impieghi non arriviamo neanche alla metà del loro stipendio. Oggi, regolamentato com’è, non è un lavoro da disprezzare. Pensaci, ragazza”.

“Ma dai,Greta, possibile che tu la pensi così?- esclamò spazientita Jessica- ma neanche se non ci fosse nessun’altra possibilità di sopravvivenza!”

“E’ che voi due non siete aggiornate come mentalità.- rimbeccò Greta - Dicevo che oggi quelle…lavoranti lì, non sono più sfruttate, hanno il loro orario ben pagato, le ferie, l’assicurazione,fanno il lusso, truccate e pettinate ogni giorno dall’estetista e dal parrucchiere, controllate nella loro salute…”

“Sai che ti dico, Greta?- gridò a quel punto Erika- mi fa schifo la tua modernità!”


Erika correva. Aveva lasciato le amiche sbalordite alla tavola calda ed ora stava andando verso l’Ufficio di Collocamento. Le parole di Greta le avevano scatenato quella sicurezza di cui aveva bisogno. Sarebbe andata a gridare la sua decisione. Poteva anche non presentarsi e lasciar cadere la cosa, tanto nessuno l’avrebbe cercata, ma voleva dirgliele quattro a quell’impiegato lì, anche se lui non aveva nessuna colpa, però, si era schierato dall’altra parte, e una piccola vendetta se la meritava, e poi sarebbe andata da un avvocato e avrebbe fatto ricorso ché lei non sopportava quel sopruso.

Arrivò che l’ufficio era chiuso da cinque minuti. Stette un po’ a guardare il cartello dell’orario, come se il sostare lì davanti potesse in qualche modo cambiare le cose, poi, svogliatamente tornò indietro.Ma non volle andare a cercare le amiche. Fatti pochi metri svoltò a destra e si diresse verso la piazza. Lì, sul sagrato della basilica un artista di strada stava immobile come una statua, dipinto per metà di bianco e per metà di nero nel suo costume bianconero. Chissà forse voleva rappresentare la realtà con i suoi aspetti contrastanti,che cambia secondo l’angolo da cui si osserva – pensò Erika- e andò a sedersi sui gradini, poco distante.
Alcuni gradini più sotto stava seduta una coppia. Le venne voglia di battere le loro teste insieme. Chissà perché, anche quando frequentava l’università e si sedeva nell’aula magna, le veniva sempre quell’irrefrenabile desiderio, anche se poi non l’aveva mai seguito .
Se sapessero quei due quale pericolo stanno correndo, pensò…
Passò una ragazza e gettò una moneta nel cappello ai piedi dell’artista, e la statua si mosse con movimenti meccanici, ma aggraziati, e poi si immobilizzò in una nuova posizione. Molti si fermavano e lui si muoveva e si fissava di nuovo, ma tanti passavano senza neanche guardare, come gente che ormai è abituata a tutto e nulla può smuovere dalle sue certezze.
“Eppure è bello starlo a guardare, sembra che il mondo si sia fermato.
Pare che si muova secondo fili invisibili tirati da un invisibile manovratore, fa la marionetta ma forse vuol dirci che le marionette siamo noi”.
Guardò l’orologio.
“E’ ora di tornare a casa- si disse- domani”…
Si alzò e andò a gettare anche lei una monetina nel cappello.
La marionetta si mosse armoniosamente, si fissò e le sorrise.


V.B.








Mi dispiace, signorina Erika! testo di Vera
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