Facciamo uno struedel.

scritto da Frato
Scritto 5 anni fa • Pubblicato 5 anni fa • Revisionato 5 anni fa
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Autore del testo Frato

Testo: Facciamo uno struedel.
di Frato

Per fare uno struedel sono fondamentali due attrezzi: l’asse per tirare la pasta e il mattarello.
Al contrario, ci sono alcune cose che devono assolutamente mancare: una di queste, più importante di tutte, è il gatto.
Se avete un gatto, rinunciate a fare il vostro struedel, sedetevi comodi in poltrona e leggete l’ultimo romanzo che vi appassiona. Oppure, mettetevi al pianoforte o, se non l’avete, afferrate la chitarra e strimpellate. Anche se, a pensarci bene, le ultime due attività non sempre riescono bene con un gatto.
Ma supponiamo, per amore di discussione, che nonostante questi avvertimenti disinteressati, vi vogliate cimentare in questa impresa.
Vi serve, ovviamente, la sfoglia. Per i più pigri, la tecnologia moderna ha inventato la pasta sfoglia surgelata: due fogli arrotolati da mettere in frigo il giorno prima perché si scongelino lentamente. Mentre srotolate un foglio (ne basta uno), lottando con il gatto che vuole impadronirsi della carta oleata, vi accorgete che la pasta s’è rotta in due, lungo la linea di mezzo. Nessun problema, pensate: la si può riattaccare schiacciando un bordo contro l’altro col mattarello.
Non dimenticate di stendere con la mano un bello strato di farina sull’asse e sul mattarello. Altrimenti potrebbe succedere una di due cose: la pasta si appiccica all’asse, peggio che se ci fosse dell’attak, o si attacca al mattarello. Nel caso più raro, ma non inconsueto, potrebbe attaccarsi a entrambi.
Supponendo che siate riusciti nella non facile impresa di spianare il quadrato di pasta sfoglia fino a uno spessore al massimo di un paio di millimetri; e supponendo pure che siate riusciti a trasformare un quadrato in un cerchio; ecco che dovete a questo punto spargervi sopra le fette di mela.
Vi girate, per prenderle dal piano cottura. Incauti! Il micio ha deciso per voi che la consistenza della pasta andava testata. Quattro o cinque impronte campeggiano sulla sfoglia, seguite da uno sbreco finale, conseguenza della fuga scomposta dell’animale causata dal vostro urlo furibondo. E adesso? Pazienza, tanto andrà tutto nel forno e l’alta temperatura si prenderà cura di una lieve mancanza di igiene.
Dovreste aver preparato per tempo le mele tagliate a fette sottili. Due di dimensioni normali bastano. I più raffinati vogliono che siano mele renette per essere all’altezza della situazione.
Per parte mia mi accontento delle meline, piccole e tutte macchiate, del mio melo. Sono così piccole che ce ne vanno almeno quattro, ma penso sia un peccato mortale, oltre che un affronto al mio albero, disdegnarle per delle renette.
E’ un albero di circa trent’anni, altissimo, tutto parrebbe tranne che un melo. L’averlo piantato in mezzo ai noccioli è stata la sua disgrazia. Desideroso del sole, come tutte le creature, si è allungato negli anni, sempre di più, fino a superare i noccioli e svettare alto su questa verde foresta. Tempo addietro lo potai di brutto. Stanco di dovermi sempre arrampicare per cogliere le mele, lo capitozzai. Il risultato fu penoso e fui sottoposto a dure critiche: morirà, l’hai distrutto, poverino. Macchè: si riprese benissimo e, per farmi capire quanto la mia fatica fosse stata inutile, crebbe ancor di più in altezza; intenerendosi forse per pietà e lasciando che i rami più bassi si curvassero sotto il peso delle mele, così da poterle raccogliere agevolmente.
Sempre a detta degli esperti, le fettine andrebbero immerse in acqua acidulata col limone, perché non scuriscano nell’attesa. Ma è forse un dettaglio per puristi.
A questo punto dovreste aver sparso le mele sulla sfoglia, dopo aver colpito il micio con un manrovescio tale da farlo correre con i peli della coda gonfi sotto una sedia.
Ora dovete aggiugere circa mezz’etto di uva passa (non ho mai capito la differenza fra uva passa e uva sultanina), che ha avuto modo di impregnarsi per almeno un’ora in una scodella con del liquore. Consigliano il rhum, ma io preferisco – forse per le mie origini – la grappa.
Lo so che ormai non vi curate più troppo del fatto che il gatto, sul piano di cottura, ha fatto uscire dalla scodella con una zampina tre o quattro acini, facendoli cadere a terra e giocandoci. Il vostro urlo è decisamente fuori tempo: la bestia, lasciando una scia sulle mattonelle della cucina si siede a guardarvi con occhi innocenti; mentre si lecca la zampina trovando, forse, che la grappa non è poi così male.
Ancora mezz’etto di zucchero spolverato sul tutto e siete pronti.
Pronti a cosa? Naturalmente alla parte più complicata dell’impresa: avvolgere il tutto nella sfoglia, formando una specie di salame.
Bisogna fare molta attenzione. Il ripieno fuoriesce da destra: presto, rimettiamolo dentro spingendo con la mano. Ora esce dall’altra parte…aiuto, non bastano due mani. Premiamo la pasta ai lati per ottenere un sacchetto chiuso, ma…s’è rotta sopra! Pizzicala con due dita, chiudi la perdita, veloce!
Fatta, ce l’avete fatta!
Curviamo delicatamente questo salamone perché assuma la forma di ferro di cavallo, in modo da poterlo sistemare nella teglia da forno.
Un’ultima cosa, fondamentale. Bisogna spalmare un tuorlo d’uovo su tutta la superficie; avremo un bel colorito bruno scuro, dopo circa mezz’ora che il dolce cuoce a temperatura media.
Il tuorlo d’uovo si ottiene, ovviamente, rompendo un uovo e scolando nel lavandino il bianco. Può succedere (ma bisogna essere proprio sfortunati) che tutto precipiti irrimediabilmente nel lavabo. Attenti!
Quanto a rompere l’uovo, dopo alcune esperienze che vorrebbero emulare i gran maestri di cucina, colpendo il bordo di una scodella con l’uovo e verificato che, il più delle volte, mi rimaneva il guscio in mano, mentre tuorlo e albume si spiaccicavano sul ripiano o sul pavimento; credo che il metodo meno pericoloso sia quello di usare con moderata forza una forchetta, calata sull’uovo per poi aprirlo con attenzione con le due mani.
Infine, dopo la cottura, sentirete un dolce profumo appena aperto il forno, ma non siate ingordi: deve prima raffreddarsi, pena ustioni alla bocca.
Ancora una cosa: non perdete d’occhio il gatto. Anche lui è acquattato sul ripiano, a dieci centimentri dallo struedel e anche lui aspetta che si raffreddi.

Facciamo uno struedel. testo di Frato
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