La vittima

scritto da Sere
Scritto 4 anni fa • Pubblicato 4 anni fa • Revisionato 3 anni fa
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Un racconto nato da un'improvvisa ispirazione notturna.
- Nota dell'autore Sere

Testo: La vittima
di Sere

Capii di che pasta era fatto quando gli dissi che non l'amavo più. Il suo sguardo divenne cattivo: mi osservò dalla testa ai piedi con disprezzo mentre le sue mani chiuse a pugno tremavano incontrollabili, fino a che non colpì con violenza la serranda di un garage. Tuttavia, la cosa che mi fece ritirare quello che avevo espresso, fu la schiuma ai lati della sua bocca.
I giorni passavano molto lentamente, ed io non sapevo cosa fare né come dovevo comportarmi. Avevo letto e sentito molte storie sul femminicidio, di donne che avevano denunciato ogni forma di violenza senza ottenere nulla. Avevo paura, anche perché Marco era cambiato con me, dato che avvertiva la mia freddezza e le mie scuse plausibili per non uscire con lui, e ad ogni sua videochiamata non mancava mai quel sorrisetto ironico impresso sulle sue labbra.
Dovevo fare qualcosa, agire per prima.


Acquistai una boccetta di arsenico, dopo essermi informata sulla parte nascosta di internet che bastano 60/100 gocce per uccidere un uomo. Finalmente, dopo tanto tempo, mi sentivo bene, circondata da un senso di protezione; non ero affatto stupita della mia freddezza omicida. Ecco com'ero fatta realmente... una potenziale assassina, senza scrupoli. Dopotutto, perché avrei dovuto averne? La mia stessa vita era minacciata.
Telefonai a Marco, gli dissi che avevo preparato una cenetta squisita, ché volevo parlare con lui di tante cose, specie del nostro rapporto vacillante. Lui accettò di buon grado e si presentò alle 20.00, ben vestito e con un mazzo di rose rosse.
Tutto era già pronto in tavola: una bistecca al sangue con purea di patate condita con arsenico. Da quel punto dovetti solo recitare, e la conversazione durante la cena fu più che soddisfacente, anche perché l'idiota confuse la mia espressione appagata con l'amore che ancora nutrivo per lui. Dopo ci sedemmo sul divano, chiacchierammo ancora, poi andai a preparare il caffè; nel frattempo Marco si era tolto giacca e cravatta, poiché cominciava a sudare e a tossire. All'improvviso sentii le sue braccia avvolgermi i fianchi, prese il mio viso tra le sue mani, e lentamente lo rivolse a lui... voleva baciarmi. Mi accorsi che era pallido, le labbra erano cianotiche, e sbavava come un cane rabbioso; mi avvicinai al suo volto e gli risi in faccia. Lui restò fermo, mi guardò inconsapevole del fatto che il mio era un rifiuto netto, uno sfottò nei suoi riguardi. Mi liberai dalla sua presa, girai per la stanza e mi piazzai dietro la poltrona, cominciando ad urlare ai quattro venti quanto lo schifassi e quanto odiassi il suo fiato sul mio collo, e la sua risatina ironica. Voleva controbattere furioso, ma tossì forte, e mi accorsi che non ce la faceva a rispondermi, ed in più stava cominciando a barcollare. Si sedette e vomitò anche l'anima.
"Che c'è?" Gli dissi sarcastica "eri così in ansia di rivedere la cena?"


Marco mi osservò come se mi avesse appena conosciuta, mentre i conati di vomito si facevano molto più intensi e schiumosi. Sussurrò "Che cazzo mi hai fatto?" ma io avevo la risposta pronta: "quello che volevi fare a me, ma a modo mio: ti ho avvelenato, e non sai la gioia che provo sapendo che l'ultima cosa che vedrai nella tua misera vita sarà la mia faccia sorridente mentre mi compiaccio della tua agonia".
L'adrenalina di Marco prese un attimo il sopravvento: con uno scatto balzò in piedi e cercò di agguantarmi riuscendo solo ad afferrare la mia gonna, che si strappò nel momento in cui mi scansai velocemente. Cadde a faccia in giù rantolando e schiumando; ormai non riusciva più neanche a tossire, per cui la respirazione venne meno e, dopo un po', iniziò ad avere le convulsioni, le quali durarono fino a quando la sua misera vita non cessò di inquinare la mia.


Mi sedetti a terra incrociando le gambe, osservando il cadavere con la curiosità di una bambina. Era la prima volta che vedevo un morto... la cosa non mi turbò affatto. Ero consapevole di aver appena ucciso un uomo, e di averlo fatto per proteggermi; non sarei stata vittima di nessun femminicidio. Eppure, in cuor mio, sapevo che non desideravo altro che provare l'ebbrezza dell'omicidio, e questo ben prima di conoscere quell'idiota. Ricordo bene quella volta in cui il mio vecchio mi sgridò per aver rovesciato il bicchiere di vino a tavola, quando avevo 12 anni... oh, quanto fantasticai, quella notte, di strangolarlo nel sonno, ed ammirare lo sguardo incredulo di un padre assassinato dalla figlia.


Ora vogliono darmi l'ergastolo, e non è giusto... cazzo, se non è giusto. Molte donne manifestano in mio favore, poiché avrei potuto essere io a morire. In effetti sono la vittima di me stessa: ho ucciso per difendermi, ma anche per piacere personale.
Sono davvero fortunata di aver potuto ammazzare per una giusta causa, perché presto sarò fuori, lo so... il mondo è sensibile riguardo alle donne come me, e lì fuori ci sono tanti uomini come Marco.

La vittima testo di Sere
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