In your World - Capitolo I "Ammutinamento"

scritto da Anonim
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"...cosa ti spinge a voler ancora respirare?"
- Nota dell'autore Anonim

Testo: In your World - Capitolo I "Ammutinamento"
di Anonim

— Se fai solo un altro passo, giuro che ti faccio saltare la testa!

Così mi minacciava una voce, ferrea e inamovibile, alle spalle.
Immagino imbracciasse un fucile.

— Sei accusato di ammutinamento, soldato. Ti consiglio di identificarti, così che il tuo cadavere possa tornare più velocemente a casa.

Casa?
Chissà se esiste ancora, dopo tutti questi anni di guerra.
È passato così tanto tempo che ho dimenticato tutto della mia terra, persino i suoi colori e i suoi profumi.

I ricordi di Lyubovsk non sono più gli stessi: si sono corrotti al ritmo dell’artiglieria, tra queste trincee putride e maleodoranti che tingono tutto di grigio squallore.

Lyubovsk un tempo era una città viva, dinamica, pulsante di gioia, con quasi un milione e mezzo di abitanti... Ora invece, simile a un cimitero sconsacrato, è stata dimenticata persino da Dio.

Le sue vie avevano un profumo dolce, resinoso a tratti, proveniente dai larici — i più alti della Siberia — che la circondano.
Il loro aroma balsamico, però, si sarà ormai disperso, coperto dall’acre odore della polvere da sparo che riveste di grigio i tetti, un tempo candidi di neve.

— Il mio nome è Joseph Stranni?ev, soldato del ventitreesimo plotone Nadeyat’sya, signore!

Non ebbi il tempo di concludere i convenevoli che lui, con tono amareggiato ma fermo, ribatté:

— Spero che Dio abbia pietà della tua anima, perché io non provo pena per un traditore della rivoluzione!

Rivoluzione?
Sono sei anni che combatto per questa parola, ma ancora non ne comprendo i princìpi.

Lo Stato non esiste più in queste lande desolate, a seguito della grande guerra che venticinque anni fa fece sprofondare la madrepatria nell’anarchia.

Ora ogni città ha il proprio padrone, e a Lyubovsk governa il Consiglio Rivoluzionario.
Per loro, la città è circondata dai cosiddetti "nemici della rivoluzione": cittadine minori, coalizzate contro l’oppressione esercitata dagli “alti ranghi” del Consiglio.

Ma io non capisco più nulla di questa assurda guerra.
E pensare che volevo fare lo scrittore...

Proklyatyy predatel’! (Maledetto traditore!) Ma come ti salta in mente di scappare con questo freddo?!

Nonostante il termometro segnasse quattro gradi sotto zero, una goccia di sudore mi scivolò lungo il viso.

Sul fronte occidentale della rivoluzione quel clima era abituale da mesi, soprattutto a quest’ora della notte, ma stavolta l’aria sembrava persino più mite del solito.

Davanti a me si stendevano le tenebre più nere che avessi mai visto.
Di giorno, al loro posto, si intravedeva uno sterrato contornato da una piccola foresta innevata; era la mia via di fuga.

Il tempo sembrava scorrere a rallentatore, e il mio pensiero, nel tentativo di aggrapparsi alla vita, correva a vuoto.

Voglio solo scappare... sono stanco di combattere una guerra che non è mia, pensai tra me e me.

La torcia elettrica della guardia notturna mi illuminava completamente, ma la sua luce sembrava avere paura di spingersi oltre i dieci metri da dove mi trovavo.

Lì, sulla soglia tra la luce e la notte, un piccolo fiore d’Iris oscillava nella gelida brezza siberiana, sospeso fra la vita e la morte — un po’ come me.

In quell’istante la mia mente si fece silenziosa, e la mia attenzione si fissò su quel fiore bianco.
Uno dei suoi petali era macchiato di rosso scuro, come non avevo notato prima... proprio accanto a uno stivale appena visibile nell’ombra.

Qualcuno aveva già provato a fuggire, ma il suo corpo, ormai irrigidito dal gelo, diceva chiaramente che era passato troppo tempo.

Click.

Il suono della sicura del fucile mi riportò bruscamente alla realtà.
Non mi resta che pregare Dio, pensai, poiché la mia fine è vicina.

Tovarishch Pavlov... non crede... di correre... un po’ troppo?

Una voce, imponente ma calda, interruppe quella che doveva essere la mia esecuzione.
Affannando, riprese:

— ...Sono arrivato... giusto in tempo... non ho più l’età per correre così... Ehi, tu! Soldato! Girati un po’!

Feci come mi ordinò.
Dietro il soldato vidi un omone paffuto, ansimante, piegato con le mani sulle ginocchia che sembravano a malapena reggere il peso del pancione che portava.

— Ma, Leytenant Bogov, lui...

Zamoichi! (Silenzio!) Tovarishch Pavlov, non sono ancora così vecchio da essere rimbambito!

— Abbiamo ricevuto l’ordine dal Consiglio di fare fuoco sugli ammutinati, signore! Stavo solo per esegu—

— Nel mio plotone gli ordini li impartisco io, Tovarishch Pavlov! Ora fa silenzio, abbassi l’arma e mi lasci parlare.

La voce del tenente Bogov, brusca e autoritaria con il soldato, d’un tratto si fece calma mentre si rivolgeva a me.

— Lei è il soldato Stranni?ev, se non ho udito male, vero? Dobryy vecher (buona sera), compagno. Cosa ci fai qui, al freddo, alle cinque del mattino?

Non sapevo cosa pensare.
Tutto mi sembrava surreale: com’era possibile che il tenente in carica del plotone si rivolgesse a me come se fossimo vecchi amici?

Leytenant Bogov, stavo tentando la fuga, signore... Le chiedo scusa per il mio atto...

Caddi in ginocchio, con le mani giunte in preghiera:

— ...ma la prego, mi lasci vivere, solo per rivedere casa!

Il tenente, ancora ansimante, iniziò ad avvicinarsi a passo pesante.
Giunto a poco più di un paio di metri da me, con un’agilità inaspettata, si abbassò come per parlare a un bambino e, sorridendo, mi chiese:

— Eeh, dimmi, tovarishch: perché vuoi fuggire e abbandonare i tuoi commilitoni al loro destino? Non provi rimorso per loro?

Perché voglio scappare?
— Io... non ricordo più il perché...

— Ma moy drug (amico mio)... — riprese il tenente, rialzandosi con la stessa sorprendente elasticità e avvicinandosi ancora di più — ...come fai a non ricordare cosa ti spinge a voler ancora respirare?

La confusione ebbe la meglio su di me.
Ero ormai distante dalla realtà, perso nei miei stessi pensieri.

Perché voglio scappare?
Cosa ho lasciato a Lyubovsk? Una casa? Un patrimonio? ...Una persona, forse?

Il tenente era ormai di fronte a me.
Poggiò le sue pesanti mani sulle mie spalle, scuotendomi e chiamando il mio nome, come per svegliarmi da un sogno.
Il suo sorriso si faceva sempre più grande.

— Non ricordi perché vuoi scappare, Joseph?... Joseph?... Joseph?!... Joseph...

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