Anna aveva deciso di diventare una webcam girl guardando una trasmissione su Sky.
Era una sera piovosa di fine marzo e si stava annoiando: Emiliano era andato a bere una birra con un amico e in tv passavano solo film di Bud Spencer o Montesano, fiction e interminabili documentari sull’olocausto.
Una volta sintonizzatasi sulla trasmissione non era riuscita più a staccarsene: stavano intervistando una ragazza di diciotto anni che da alcuni mesi faceva quel lavoro. Senza alcun pudore raccontava di quanto fosse cambiata la sua vita da quando era diventata cam girl, sia da un punto di vista personale che economico. Riusciva a guadagnare anche centinaia di euro al giorno, e in pochi minuti. Tutto dipendeva dall’afflusso di utenti sul suo sito, dal loro tempo di permanenza e – ovviamente – dal grado di soddisfazione.
La ragazza era particolarmente bella ma quello che colpiva l’attenzione dello spettatore era soprattutto una patina di lascivia che sembrava adagiarsi sopra ogni suo movimento. Era erotica, conturbante, sensuale sia nella gestualità che nella cadenza vagamente veneta.
Non guardava mai l’intervistatrice negli occhi ma non per inibizione o timidezza, anzi, quasi volesse rimarcare la propria estraneità rispetto a tutto ciò che la circondava, presa com’era da quel nuovo mondo fatto di connessioni internet e cazzi di gomma.
Anna ne era rimasta folgorata. In un primo momento aveva avvertito l’inspiegabile impulso di repulsione che invade ogni donna di fronte ad un esemplare della propria specie provvisto di aplomb, avvenenza o particolare acume, ma poi aveva capitolato dinanzi a tanta sfrontatezza. La ragazza giustificava la propria scelta affermando di essere da sempre attratta da qualsiasi manifestazione di vouyerismo e di provare una forte eccitazione nell’essere guardata, spiata, osservata in ogni sua angolazione. Fisica, ovviamente.
L’intervistatrice l’aveva seguita nella mansarda che divideva col suo ragazzo, a casa dei genitori di lui. Era un luogo raccolto ed intimo, un open space arredato con pochi oggetti dai toni caldi.
“La cosa indispensabile per diventare webcam girl è comprare una webcam, ovviamente, e avere un rapporto confidenziale e disinibito con il proprio corpo. Io mi piaccio, mi trovo bella. Amo quando qualcuno si sofferma sul mio corpo, quando mi mangiano con gli occhi. Non provo alcun imbarazzo nel mostrare le mie nudità, o nel fare quello che gli uomini mi chiedono di fare. Sono disposta a tutto, o quasi tutto…”
Aveva interrotto la frase accarezzandosi con le lunghe unghie squadrate una porzione di braccio. Il tono della voce era morbido e carezzevole, una fetta di seno traspariva dal vestito sbracciato che indossava. L’intervistatrice l’aveva guardata in modo interrogativo.
“Sì, insomma, pipì e… quell’altra cosa lì, dai”, aveva terminato con un sorriso complice.
Poi si era adagiata sul letto che riempiva il centro della stanza, portandosi appresso il pc.
“Adesso ti faccio vedere come lavoro” aveva sussurrato, accendendo il computer e posizionandolo esattamente di fronte a lei. Guardandola infilarsi ritmicamente un cazzo di gomma prima varie volte dentro l’ano lubrificato e poi nella vagina, mentre il torace si fletteva avanti e indietro facendo ballonzolare il seno pallido, con l’aureola attorno al capezzolo turgido ed eretto di un colore rosa sfumato, Anna aveva trattenuto il respiro, sporgendosi maggiormente sul cuscino del divano.
La ragazza continuava a muoversi e ondeggiare da tutte le parti come se stesse seguendo il ritmo di una melodia che solo lei era in grado di sentire. La telecamera ne seguiva con attenzione vorace ogni movimento, oscurandone solo una piccola porzione di pube depilato. Dopo alcuni minuti si era bruscamente fermata, con la fronte imperlata di sudore e il respiro affannoso.
“Guarda, guarda quanto ho guadagnato. Cinquantaquattro euro, in quanto? Otto minuti, forse dieci? Prima di fare questo lavoro ho fatto la commessa in una profumeria per un po’ di tempo. Lavorando nove ore al giorno, guadagnavo in un mese quanto oggi riesco ad ottenere in meno di una settimana, standomene comodamente a casa. In più mi diverto, posso gestire il mio tempo come preferisco. E poi il mio ragazzo è contento… il guardarmi flirtare e fare sesso a distanza con altri uomini lo eccita, perché sa che la vera intimità la riservo soltanto a lui.”
Parlando si gettava di continuo con entrambe le mani i ca-pelli dietro le spalle, scuotendo subito dopo un paio di volte la testa. Il tono della voce era sempre flebile e un po’ rauco, come se stesse raccontando a qualche amica intima il più incredibile dei segreti e non volesse metterne al corrente nessun altro, nonostante la telecamera puntata fissa sul volto.
“E poi i pagamenti sono regolari, e questo mi ha sicuramente tranquillizzata e stimolata. Guarda, c’è un nuovo utente connesso al mio account. Adesso devo lavorare ancora un po’.”
Quando Emiliano era tornato a casa l’aveva trovata seduta nella penombra della cucina con una tazza di tè fumante davanti, la sola esile luce sopra i fornelli accesa. Si era subito accorto che era taciturna e un po’ scontrosa ma non vi aveva prestato molta attenzione.
Conosceva il suo carattere lunatico, minato da repentini sbalzi d’umore. Anna non aveva fatto alcun accenno alla trasmissione appena vista, a quanto profondamente l’avesse turbata. Continuava a domandarsi quale fosse il reale confine tra lecito e illecito, sia all’interno di un rapporto di coppia che al di fuori, nella vita sociale. Trovava meno volgare quella ragazza di tante altre donne che conosceva, più o meno bene, e che l’avevano delusa. Per quanto il suo stile di vita potesse essere considerato spregiudicato e immorale da molti, quantomeno era sincero, esplicito. Non si giustificava attraverso qualche dietrologia patetica, né rincorreva corrotte approvazioni per far tacere la propria coscienza. Anche il suo mondo era stato sporcato dal compromesso ma lei, anziché nasconderlo, l’aveva reso ancora più evidente.
Una volta raggiunto Emiliano a letto, lui aveva cercato timidamente un approccio fisico. Si era sentita troppo distante ed assorta nei suoi pensieri per concepire un rifiuto, così aveva deciso di protendere il suo corpo al rapporto meccanicamente. Lo aveva sentito premere e sollevarsi come uno stantuffo ingolfato, comprimendo i glutei, leccare e sbavare saliva tiepida dentro le orecchie e sulle scapole; le aveva sollevato le gambe appoggiandole sulle proprie spalle in movimento spingendo ancora più in profondità, fino a pompare il suo liquido denso dentro di lei come attraverso uno sfiato organico.
“Come lo consideri tu l’amore, il sentimento dell’amore… come lo definiresti, se dovessi circoscriverlo?” gli aveva chiesto, alla fine.
“Credo che già il concetto stesso di arginare sia errato quando si parla di sentimenti.”
“Molto d’effetto. Ma nel concreto, nella quotidianità più banale, intendo…”
“Non lo so. Secondo me il verbo amare è spiegabile attraverso una concatenazione di altri verbi di prima e seconda coniugazione. Donare, appartenere, fondere, dividere, moltiplicare, possedere, progettare, crescere, creare. Non basta un’unica definizione per dargli un senso. Non credi sia così?”
“Sinceramente: no.”
“Quindi tu sei convinta che ci sia una definizione assoluta…”
“Penso innanzitutto che il suo significato abbia una connotazione negativa. Sono convinta che amare qualcuno significhi comprenderne i limiti e i difetti. Non accettarli, sia chiaro. Li si deve proprio amare, quindi renderli propri, inglobandoli dentro se stessi. Credo che l’indice esponenziale dell’amore che possiamo provare per una persona si manifesti nell’istante esatto in cui il nostro odio nei suoi confronti ha raggiunto la vetta più elevata, ma non ci sentiamo in dovere o volere di fare nulla per modificare la cosa. Come quando, di notte, ti agiti e parli nel sonno, finendo con lo svegliarmi. Per un microscopico istante vorrei avvicinare il cuscino al tuo viso e premere così forte da toglierti l’ossigeno. Ma poi, inesorabilmente, finisco per non farlo mai.”
Emiliano non aveva replicato. Dopo alcuni secondi di silenzio si era avvicinato maggiormente al suo corpo inerte, sdraiato a pancia in su. Aveva desiderato quel contatto riparatore perché la sua sensibilità pratica lo aveva messo in allarme. Sentiva l’estranea presenza di un disappunto taciuto per diplomazia, anche se tanto violento quanto un flusso ematico improvviso.
Due giorni dopo erano stati invitati a cena a casa di Massimo.
Erano mesi che non lo frequentavano, più o meno da quando era stato mollato di punto in bianco dalla moglie, dopo tre anni di matrimonio e otto di fidanzamento.
Lei era riuscita a studiare la sua uscita di scena con una lucidità maniacale che aveva lasciato tutti interdetti: un mese di divergenze superficiali, un mese di incomprensioni inoppugnabili, cinque giorni di guerriglia senza trincee, l’inesorabile pausa di riflessione e alla fine, tra una gettata di sorrisi di afflizione e una serie di amichevoli pacche sulle spalle, la dipartita da casa, impugnando in una mano il cellulare che il suo amante le aveva regalato tempo addietro per comunicare senza correre troppi rischi e stringendo sotto l’altro braccio il servizio da dodici di bicchieri – una delle varie opzioni più economiche di regalo della lista nozze. Poco prima che lei abbandonasse la casa Massimo l’aveva trovata accovacciata sul tappeto del salotto, circondata da alcuni scatoloni, conteggiare assorta tutti gli averi più o meno costosi che possedevano in comune.
Lui era rimasto ad osservarla in silenzio dividere rigorosamente ogni cosa, con piglio di matematico consumato: le mensole in fibra di legno appese in soggiorno, i portafoto in plexiglass, le televisioni, i manuali di cucina, le lenzuola e le coperte del corredo, le posate d’argento, tutta l’oggettistica d’arredo sparsa per la casa. Quando era arrivata al servizio da dodici di bicchieri si era girata dalla sua parte per chiedergli se era d’accordo di portarsene via sei a testa.
“E se una sera invito a cena sette amici come faccio? Prenditeli pure tutti tu, per l’amor di dio. Portateli via tutti, per me non c’è alcun problema” aveva replicato, convinto di scatenare il finimondo, minando l’orgoglio della moglie.
Lei invece l’aveva sorpreso ulteriormente, agguantando con espressione compiaciuta i suoi dodici bicchieri di vetro e l’esatto cinquanta percento di ogni suppellettile rimasto appoggiato all’interno del loro appartamento negli ultimi tre anni. E per fortuna che a suo tempo si era optato concordemente per la comunione dei beni.
Aveva varcato l’uscio girandosi un’ultima volta per lanciare un estremo, compassionevole e cristiano sguardo al marito – dimagrito di quindici chili in poche settimane – e per dirgli che sarebbe passata di lì a pochi giorni sua madre a prendere anche il cane. A quarantadue anni era riuscita a trovare la sua vera essenza di donna: così si era giustificata davanti all’avvocato divorzista e a un profluvio di carte e moduli da compilare.
La qual cosa a suo tempo era apparsa agli occhi romantici di Anna come la coronazione vittoriosa di un riscatto dal sapore esotico, anacronistico. Per scoprire solo più tardi che la tanto decantata indipendenza e pienezza di personalità raggiunta assumeva le fattezze di un cinquantatreenne rubizzo e facoltoso, dal bancomat facilmente maneggevole e con una viscerale passione per gli immobili e i viaggi oltreoceano. Si era trattato senza alcun dubbio di una questione ontologica.
Mentre parcheggiavano l’auto in un vicolo senza uscita, non distante dal complesso giallo a ferro di cavallo che ospitava il nuovo appartamento di Massimo, Anna si era girata verso Emiliano per chiedergli se aveva mai visto la sua nuova compagna.
“Intravista, una volta sola al supermercato. Una ragazza sui trenta, abbastanza in carne, sorridente. Ma non la ricordo bene, preso com’ero dai miei tre sacchetti della spesa e dal tentativo di sembrare disinvolto di fronte all’imbarazzo di Massimo.”
Si frequentava da un paio di mesi con una donna di una decina d’anni più giovane di lui, e sembrava essersi ripreso dalla depressione.
“Mi chiedo perché noi donne dobbiamo quasi sempre capire o affermare la nostra personalità appoggiandoci ad un uomo e non in modo indipendente, attraverso una crescita interiore svincolata da qualsiasi mediazione esterna. Penso alla sua ex, alla convinzione di aver ritrovato se stessa passando da una storia ad un’altra, come se soltanto la nuova relazione le avesse dato il coraggio di rimettere completamente in discussione la propria vita, o di comprenderne i limiti.”
Anna aveva passato energicamente un paio di volte la suola degli stivaletti scamosciati sullo zerbino posto davanti all’ingresso del palazzo. Il ricordo dell’ex moglie di Massimo le suscitava sempre emozioni contrastanti: da un lato si sentiva attratta dal modo in cui la donna aveva agito, con la ferocia gratuita di chi ha le idee talmente chiare riguardo all’obiettivo che vuole raggiungere da non distinguere la qualità dei mezzi che adopera per riuscirvi; invidiava questa sorta di insensibilità chirurgicamente sottile, perché si rendeva conto che non sarebbe mai appartenuta al suo modo di essere. Allo stesso tempo ne disprezzava i limiti posti nell’egoismo vigliacco travestito da intraprendenza, nell’incapacità di lottare fino all’ultimo per salvare qualcosa di importante, costruito attraverso il tempo, e nella costante dipendenza da qualcuno per riuscire a scoprirsi e a camminare sulle proprie gambe.
Quando si trovò davanti la nuova conquista di Massimo rimase per un attimo allibita.
Non solo non era bella, ma sembrava voler rimarcare la propria bruttezza con un abbigliamento sciatto e trasandato e servendosi di una gestualità approssimativa, che rasentava la maleducazione.
Nancy (così si chiamava) li aveva rumorosamente fatti accomodare in soggiorno, emettendo degli urletti squittanti nel fare le reciproche presentazioni. Indossava uno scamiciato sbiadito e spiegazzato, di colore beige, quasi monacale tanto era accollato, un paio di pantaloni blu di fustagno a zampa d’elefante e ai piedi calzava le infradito. I suoi capelli, raccolti alla meno peggio da una molletta sbeccata e costellata da un’infinità di buchetti che un tempo dovevano aver contenuto dei brillantini, ricadevano scomposti sulle spalle e dietro le orecchie. Si spostava per la casa goffamente, ciabattando in un modo che Anna giudicava insopportabile (odiava quando il tallone umido si appiccicava alla pianta della scarpa per poi staccarsi all’improvviso, emettendo quello squich netto), con le braccia cariche dei loro giubbotti. Una volta sedutisi tutti e quattro a tavola la tensione si era un po’ allentata. Il nuovo appartamento dove Massimo viveva era molto piccolo, quasi austero. Si vedeva che era stato riempito sbrigativamente e senza troppe pretese: era privo di personalità e arredato in modo strettamente funzionale. Nancy non aveva ancora iniziato a dividerlo con lui.
“Cosa fai nella vita?” le aveva chiesto Anna addentando una forchettata di carote, in un momento in cui gli uomini si erano lanciati in una discussione fitta sull’ultimo torneo di tennis visto in tv.
“Ho lavorato per alcuni anni in un negozio. Ma ora sono a casa da un po’ di tempo. Sai, ho avuto dei problemi di salute” aveva risposto con un vago sorriso sulle labbra, spostando con la forchetta un piccolo rimasuglio di carne per poi nasconderlo sotto un grumo di spinaci. “Cancro al seno. La vita è davvero strana… l’unica cosa decente che avevo erano le tette. Belle, grandi, piene ma non cadenti. Ne andavo fiera.”
Si era voltata a guardare Anna, puntandola dritta negli occhi, senza alcuna reticenza. La pupilla si era ermeticamente ritratta, lasciando maggiore spazio alle iridi di un celeste slavato, acquoso.
“E tu di cosa ti occupi?”
“Lavoro nel customer service di un’azienda che produce mobili ed arredamento per ufficio. Seguo i clienti tedeschi e un po’ di mercato francese, anche se ultimamente sto attraversando una crisi personale, vorrei cambiare. Ho qualche idea strana per la testa ma non ho ancora preso nessuna decisione concreta. Senti, mi dispiace per quella storia del tumore, Massimo non mi aveva detto niente…”
“Non preoccuparti, la cosa non mi crea imbarazzo o fastidio, anzi. Parlarne mi fa sentire meglio, mi svuota dallo stress accumulato nell’ultimo anno. In fin dei conti non si tratta di niente di strano al giorno d’oggi, no? Il solito decorso: consulti medici, chemio, operazione…”
Si era interrotta per un attimo, lanciando un fugace sguardo in direzione di Massimo, per accertarsi che non stesse ascoltando.
“L’unico momento veramente difficile è stato quello immediatamente successivo all’operazione. Il ritrovarmi da un giorno all’altro senza il mio ingombrante seno è stato traumatico, non so se riesco a spiegarmi… penso sia stata una sensazione molto simile a quella che deve provare una donna subito dopo aver partorito, quando la pancia che l’ha fedel-mente accompagnata per nove mesi all’improvviso si annienta, scompare. Molte donne entrano in depressione post-partum anche per questo motivo, lo sapevi? Ecco, fai conto che la sensazione sia la medesima - lo stesso svuotamento violento – solo che la mia depressione successiva derivava da cause diverse, mettiamola così. Un po’ come quella storia del feto che cresce dentro la pancia e viene avvertito dalla madre come una protuberanza tumorale, per trovare un’analogia. Chi è che l’aveva scritto nelle sue memorie? Brigitte Bardot, se non sbaglio”.
Le due donne erano rimaste per alcuni minuti in silenzio, ma non vi era alcun vuoto d’aria sgradevole in quella mancanza di parole. Anna si era sentita pervadere da un calore piacevole, come se il corpo mutilato della donna che le sedeva accanto sprigionasse un’energia anomala, accecante.
Sentiva di potersi fidare, di potersi aprire con lei senza falsi pudori.
“E Massimo, se non sono indiscreta ovviamente… Massimo come ha preso la cosa? Riesce a starti vicino nel modo giusto, a capirti?”
Nancy l’aveva guardata con stupore. Per un attimo una punta di delusione aveva attraversato il chiarore dei suoi occhi, oscurandoli, anche se si era ripresa quasi subito.
“Sono io che mi sono trovata nella condizione di stare vicino a lui. Quando l’ho conosciuto era una larva spezzata, delusa. Ho subito intuito che dietro a tanta disperazione si nascondeva una persona speciale, ma non è stato facile all’inizio.”
I due uomini erano andati in cucina a preparare le coppette del dessert.
“Se invece ti riferisci all’effetto che può fare il corpo di una donna, a cui sia stato asportato il seno, su un uomo, be’… puoi immaginare che non sia una cosa così automatica. Quando gliene ho parlato ho avuto paura di allontanarlo o, peggio ancora, di muovere la sua compassione. Invece non è andata così.”
Massimo ed Emiliano erano tornati con le macedonie, parlando a voce alta di un addio al celibato a cui avevano partecipato entrambi anni addietro.
“In ogni caso tra un paio di mesi mi opereranno di nuovo, così ho deciso di approfittarne per rifarmi un seno più bello di quello che avevo prima” aveva sussurrato Nancy alla fine, strizzandole l’occhio.
Massimo aveva dato un’occhiata alle due donne, visibilmente compiaciuto per il fatto che fossero riuscite a trovare un buon feeling in così poco tempo.
“Hai fatto vedere ad Anna cosa mi hai regalato quando sono venuto a stare in questo appartamen-to?”, aveva chiesto alla ragazza.
Nancy si era sollevata dalla sedia con uno scatto gioioso, battendo le mani. Poi aveva preso Anna per un braccio e l’aveva accompagnata sul terrazzino che si apriva su un cortiletto interno dalla portafinestra della cucina. Appesa ad una parete c’era una gabbietta con dentro due cocorite, una azzurra e l’altra gialla.
“Ti presento Gorby e Raissa. Le ho regalate a Massimo il primo giorno che è entrato in questo appartamento, con la speranza che si sentisse meno solo nell’attesa del mio arrivo. I loro nomi sono un omaggio all’ultimo strascico di una passione coltivata per anni nei confronti della perestrojka.”
Erano davvero due esemplari bellissimi, ipnotizzanti in una esplosione di sfumature e di colori.
Anna aveva indugiato a guardarle, fino a quando si era accorta che Nancy aveva iniziato a sbottonarsi lentamente lo scamiciato senza staccarle gli occhi di dosso. Lo aveva aperto quasi del tutto su una distesa sgraziata di cicatrici, abbassando soltanto allora lo sguardo umido. Era rimasta così, con quell’immagine violenta davanti agli occhi, nell’inclemenza pungente di una serata fredda di fine inverno, le mani nodose intrecciate, appoggiate al proprio grembo. Senza mai distogliere lo sguardo ne aveva sollevata una, appoggiandola delicatamente su una piccola porzione di quelle ferite; non per nasconderle, solo per far avvertire loro il suo calore.
RAGAZZE IN VENDITA testo di sara clarotto