Suoni metallici incrinavano l'apparente quiete. Luci violente come artigli graffiavano le palpebre chiuse. Senza costrutto il pensiero fiaccato nell’interminabile ristagno. Poi in un estremo atto di indisciplina raccolse la poca aria che gli restava nei polmoni lanciandola fuori dalle labbra in un sol fiato come per ravvivare un fuoco o sollevare il dolore come il vento farebbe con la polvere. In quel respiro c’era tutto il non detto di una vita la rabbia la rassegnazione. Quel soffio voleva dire - Adesso basta! – ma non un suono si diffuse nella stanza. Un effetto lo ottenne però. D’un tratto si sentì leggero anzi di più etereo. Volteggiava senza peso a un palmo dal soffitto sulle luci accese sui rumori metallici sul suo stesso corpo rattrappito. Fu allora che: - È finita, dottore, non c’è più battito... – senti dire. - Che sciocchi! - rise tra sé - Confondono l’inizio con la fine! – Si dileguó così sentendosi felice.
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