Qualcuno verrà

scritto da Deaexmachina
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Ci sono eventi da commemorare, quelli che hanno fatto la storia e che dovrebbero fungere da insegnamento (lungi dalla politica)
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Testo: Qualcuno verrà
di Deaexmachina

"Qualcuno verrà".
Il pensiero forzatamente speranzoso imperava nella mente di Nicola, del cui corpo lui stesso non avrebbe saputo dire in che stato versasse.
Un minuto prima era seduto spalle al fuoco, a cena con moglie e figli: la giornata di raccolta delle olive era stata sfiancante ma fruttuosa. Quell'anno, la terra era ubertosa e materna; i suoi seni avevano nutrito gli alberi e l'olio avrebbe riempito giare su giare.
Madre terra era buona e, a vivere in campagna, c'era di che ringraziarla. Grazie a lei, Nicola aveva tirato su due piani di casa, taverna e garage con gli attrezzi di sotto e zona notte di sopra. Mancavano i balconi, ma la frangitura delle olive avrebbe fruttato guadagno.
Era stanco quella sera. Di tutte le sere, quella era la meno indicata per fare l'eroe. Prima del boato viscerale, aveva sentito la sedia scuotersi con violenza, i bambini erano caduti sul pavimento all'istante e la moglie si era impietrita nel panico.
Nicola aveva urlato di mettersi sotto al tavolo: non c'era tempo di affrontare le scale per uscire all'aperto.
Quell'ammasso sudato di mattoni, che era stato la sua nuova casa, era franato come rena non ancora impastata e gli giaceva addosso.
Era troppo stanco quella sera. Anche sforzandosi, non sarebbe riuscito a venir fuori da quel buio pesante di macerie e lacrime.
I suoi figli... si erano salvati sotto al tavolo? La moglie... dov'era?
Tutto troppo in fretta, spietatamente, devastante.
Quando la terra trama di tremare, l'essere umano è un verme indifeso.
Ci sarebbe morto, là sotto, a fondamenta della casa scomparsa. Ma ancora aveva coscienza di sé.
Gocce calde si erano fermate nella polvere agli angoli degli occhi e la paura aveva la consistenza dell'aria nei polmoni schiacciati. Sarebbe morto, e pregava Dio che alla sua famiglia fosse fatto dono di un miracolo.
Doveva mantenere viva la speranza, prima di esalare l'ultimo respiro di terra e sangue.
"Qualcuno verrà".

Concetta non si era mai posta il problema del paradiso e dell'inferno: se Dio vedeva ogni cosa, sapeva che lei non aveva tempo di andare in chiesa. Era vero.
Famiglia numerosa la sua; aveva svolto il suo amore come un lenzuolo di lino per creare carne e sangue dei suoi figli: come la terra, aveva generato e accudito le sue piantine con tutta la forza e la tenerezza che una madre potesse avere... non come la terra, che aveva tremato come una dea del tuono, sorda ai pianti delle sue creature, perfidamente annientatrice.
Non ce li aveva più i piedi in terra, Concetta.
Dall'alto, senza consistenza, nel buio di quella fredda sera di novembre, si librava sugli alveari che erano stati i fabbricati del suo paese.
Non era facile distinguere vie e palazzi, in quel fumo crepitante di intonaco evaporato, su quel pezzo di terra di una Italia che solo Pertini teneva salda. Il buon presidente.
Concetta non vedeva i suoi figli. Concetta era morta, ma non voleva ammetterlo finché non avesse visto coi suoi occhi che, almeno loro, erano salvi. Magari sporchi e piangenti, ma tante volte li aveva strigliati nella conca blu, due alla volta, col pezzo di sapone di Marsiglia...
Soltanto a quel punto avrebbe preso la via assegnatale, paradiso o inferno che fosse. La schiera degli angeli non aveva forse assistito al clangore del cemento, così veemente da richiamare i demoni alle porte dell'Averno?
Non era mai andata a pregare, non aveva tempo per cianciare da comare con il Padreterno, e non ne aveva in quel momento perché, morta o morente, doveva vedere che i suoi figli erano al sicuro.
Lei non poteva mettere mano fra quelle cose disordinatamente franate, ma non poteva averla vinta quella megera capricciosa della terra.
"Qualcuno verrà".

Ne avevano viste di scene macabre, là sui monti, quando la grande guerra aveva imperversato e loro avevano cercato conforto e rifugio nella madre terra, tra gli alberi e i declivi. Ma la guerra è sangue che scorre e lì, nei dintorni della semplice Irpinia, c'era il disastro della Natura, anarchica alle leggi dell'uomo.
Cinque giorni c'erano voluti per armarsi di ogni genere di assistenza, attraversare l'Italia e giungere a scavare la vita dall'utero di macerie.
Ernesto era stato partigiano, aveva il cuore d'oro e le mani d'acciaio.
Mentre gli altri (da ogni dove della nazione) confortavano e sussidiavano e sfaccendavano tra i profughi della tragedia, la sua frenesia umanitaria lo sospingeva a rizzare le orecchie e mantenere saldo il passo sui detriti.
"Fatevi sentire", pensava e pregava.
Dell'incompetenza politica se ne sarebbe occupato il buon presidente.
Ad Ernesto e a tutti gli altri volontari di carità campanilista (tutti italiani, senza distinzioni) premeva salvare chi aspettava che arrivasse qualcuno perché, se la terra aveva tutto il potere di far crollare le certezze, senza alcun appiglio, gli uomini avevano tutto il diritto di auspicarsi la salvezza.
Solo miracoli potevano chiamarsi quei gemiti deboli, al punto di non articolare con la voce la richiesta d'aiuto. Miracoli.
Ernesto aveva aperto il varco all'aria ad un bambino senza più le forze di piangere, ma le aveva lui le lacrime di riconoscenza al valore della vita: sottraendolo, con delicatezza, dai resti delle lapidi di quel cimitero anti-natura, aveva chiamato i barellieri e sussurrato alla creatura che ce l'aveva fatta, era vivo e qualcuno era arrivato.

- Ho assistito a degli spettacoli che mai dimenticherò. Interi paesi rasi al suolo, la disperazione poi dei sopravvissuti vivrà nel mio animo. (...)
Quello che ho potuto constatare è che non vi sono stati i soccorsi immediati che avrebbero dovuto esserci. Ancora dalle macerie si levano gemiti, grida di disperazione dei sepolti vivi. E i superstiti mi dicevano: "Ma noi non abbiamo gli attrezzi necessari per poter salvare questi nostri congiunti, liberarli dalle macerie". (...)
Vi sono state delle mancanze gravi, non vi è dubbio, e quindi chi ha mancato deve essere colpito. (...)
Non si ripeta, per carità, quanto avvenuto nel Belice, perché sarebbe un affronto non solo alle vittime di questo disastro sismico, ma sarebbe un'offesa che toccherebbe la coscienza di tutti gli italiani, della nazione intera. Si provveda seriamente, si veda di dare a costoro al più presto, a tutte le famiglie, una casa. Si cerchi subito di portare soccorsi ai superstiti e di ricoverarli non in tende ma in alloggi dove possano passare l'inverno e attendere che sia risolta la loro situazione. Perché un appello voglio rivolgere a voi, italiani e italiane, un appello che sorge dal mio cuore, di un uomo che ha assistito a tante tragedie (...): qui non c'entra la politica, qui c'entra la solidarietà umana, tutti devono mobilitarsi per andare in aiuto a questi fratelli colpiti dalla sciagura.
Perché, credetemi, il modo migliore di ricordare i morti è quello di pensare ai vivi. -
SANDRO PERTINI, in merito al terremoto del 23/11/1980
Qualcuno verrà testo di Deaexmachina
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