Giuseppe Neri
Il monologo degli Imperatori
Milano, 2020
Introduzione
A mio padre, Luciano.
“Ci sono cose che soltanto l'intelligenza è capace di cercare ma che, da sola, non troverà mai…”
HENRI LOUIS BERGSON
Desidero presentare questo breve scritto, nato dalla mia passione per lo studio della storia e dalla curiosità, che mi hanno spinto ad investigare su un periodo centrale della storia romana: la fine del periodo Repubblicano, a seguito delle lotte civili e dopo l’assassinio di Giulio Cesare (44 a. C.) e il sorgere della prima dinastia Imperiale, iniziata da Ottaviano Augusto, la Dinastia Giulio - Claudia. Mi sono così soffermato a tratteggiare la fisionomia e l’animus dei primi cinque Imperatori romani, partendo proprio da Ottaviano Augusto e immaginando un ipotetico monologo da loro pronunciato che intende così fare trasparire attraverso il loro discorso, la personalità e il carattere dei singoli personaggi, ma rimanendo tuttavia il più possibile fedele ai dati storici di riferimento e alle principali biografie tramandataci da autori latini come Svetonio e Tacito. Dato storico e intuizione poetica, riferimento alle fonti antiche e indagine psicologica sono state il metodo che ha guidato la mia ricerca sui singoli personaggi.
I monologhi in questione, lapidari e brevi nella forma, se da un lato lasciano intuire la forma mentis dei singoli personaggi e il loro modo di intendere e di agire, dall’altro ne lasciano volutamente in ombra il mistero e il fascino che si coglie ancora a distanza di tanti secoli. Sono, per così dire, frammenti e reperti di un antico passato che tuttavia pulsano ancora della passione e dell’umanità dei loro singolari interpreti.
Milano, 20 ottobre 2020
Dinastia Giulio - Claudia
Gaio Giulio Cesare Ottavio (Augusto)
(63 a. C. - 14 d. C.)
Nola 14 d. C.
Con uno sforzo immane si pose a sedere sul letto cubiculare...lui Cesare, il dominatore delle legioni e l’arbitro delle fortune e dei destini di Roma....ormai piegato come una vecchia quercia nodosa e scavata dagli anni e dal dolore....lui Augusto, la divina incarnazione di Apollo si ritrovava ora solo e al tramonto della sua giornata, lontano e quasi esiliato dalle mura eterne di Roma, per la quale aveva speso e consumato tutta la sua lunga esistenza.....poi come davanti ad un invisibile pubblico presente prese a parlare cosi:....
Acta est fabula, plaudite....la commedia è terminata, applaudite...!!! il mio destino è stato l’essere figlio di Cesare, questo mi ha consacrato per sempre alla gloria di Roma e delle sue sacre istituzioni. Non ho potuto sottrarmi a quanto gli Dei di Roma avevano fissato per me per restaurare le fortune del popolo e del Senato, senza curarmi del sangue che bagnava il mio elmo e la mia spada e ottenere così vendetta su tutti i nemici di Roma.
Ora da queste rovine della vecchia Res Publica sorge una semente nuova e cresce come olivo rigoglioso e fecondo un Monumento più duraturo dell’oro e del bronzo…innesta le sue radici nelle sacre tradizioni dei padri e estende i suoi rami dal Reno germanico al Nilo d’Oriente…la pace e la prosperità sono il suo concime e la legge e le sacre tradizioni sono le sue immutabili fondamenta… e io lascio la scena senza paura a chi non è del mio stesso sangue ma che tuttavia dopo di me guiderà l’aratro nei solchi della storia già profondamente tracciati dal mio cammino… Acta est fabula, plaudite....la commedia è terminata, applaudite...!!!
Tiberio Giulio Cesare
(42 a. C. - 37 d. C.)
Capri, villa Jovis, 36 d. C.
Uscito dai Balnea Tiberio si cinse con un limpido telo di lino finissimo e si avviò solo verso la terrazza che dominava a strapiombo la splendida baia dell’Isola. Davanti al suo sguardo l’azzurro intenso del mare riempiva i suoi occhi e la vista si allargava fino alla vicina riva. Aveva scelto lui, Tiberio Cesare, questo esilio dorato, lontano dall’Urbe e ora scrutava l’orizzonte della costa fino a raggiungere idealmente con lo sguardo la stessa Roma.
Nessuna nostalgia e nessun rimpianto per quanto è stato…ho raccolto da Cesare Augusto questa eredità che io non ho generato…sempre vigile e attento perché nessuna pianta degenere la avvelenasse…con moderazione e equilibrio ho governato i confini della patria e la gestione del tesoro pubblico ho condotto senza sprechi o dispersioni….fin da subito ho fatto presente ai Patres Conscripti la mia impossibilità a gestire da solo questo enorme peso, ma loro stessi mi hanno riconsegnato le redini del comando, salvo poi volgersi alle lodi e alle simpatie per Germanico e le sue vittoriose imprese militari e mettere in giro la menzogna che io stesso lo abbia fatto uccidere con l’intrigo…volubilità e malizia dell’animo umano…ma li tengo comunque a bada questi nobili signori, anche da questa bella isola… Lo stesso Seiano ha pagato con la vita la sua ambizione smodata e il suo tradimento a me e alla Res publica. Ho imparato, infatti, ad essere spietato contro chi congiura a danno di Roma e della sua salute, infatti al buon pastore (è lecito) tosare le sue pecore e non (certo) scorticarle…boni pastoris esse tondere pecus, non deglubere… (Svetonio, Vita dei Cesari, Libro III, passim 32) …il destino di chi governa è rimanere solo, ma nelle stelle anche questo era scritto e io lo accetto mentre annego nella coppa piena ogni tristezza e dolore dell’anima…
Gaio Giulio Cesare Germanico (Caligola)
(12 d. C. - 41 d. C.)
Roma, 40 d.C.
…Che hai mai da dirmi tu…??? Si, dico proprio a te…fai tanto presto a dire e a giudicare …tutto molto e troppo facile…era un pazzo... un folle senza scrupoli…sanguinario e senza freni…un pazzo forse si…ma non certo un idiota…ascoltami bene allora…io Gaio Giulio Cesare Germanico…sono nato e cresciuto tra gli accampamenti dei legionari nelle campagne militari in Germania e in Oriente dietro a mio padre Germanico, il vincitore di Arminio e di mille altre battaglie…dopo la morte di mio padre, vidi l’esilio ingiusto di mia madre e mio fratello e io stesso fui chiamato a corte solo dopo un certo tempo, nella reggia Imperiale di Capri…ancora oggi mi chiedo perché Tiberio mi abbia riaccolto presso di se…più volte ho cercato di indagare nel suo sguardo impenetrabile, ma nonostante ciò ho appreso da lui cosa sia il potere e come vada custodito e difeso da tutto e da tutti e ad ogni costo…alla fine venne anche il mio turno e il popolo e l’esercito mi acclamò Cesare…ero arrivato finalmente in alto, là dove avrei guidato i destini di Roma senza ostacoli o limiti da parte di nessuno…e certo, data la mia giovane età, non mi privai delle gioie del piacere e della tavola e neanche degli spettacoli nelle arene e nelle corse delle bighe…poi mi ammalai, forse avevo chiesto troppo alle mie voglie e mi ritrovai improvvisamente sul ciglio della morte, quando già si acclamava un altro Cesare…mi risvegliai, come da un torpore mortifero e reagii con prontezza e spietatezza, non potevo lasciare tutto, proprio ora…combattei con violenza contro uomini e Dei…verso il Senato, timoroso e infingardo riversai tutto il mio disprezzo, fino ad arrivare al dileggio, quando entrai a cavallo del mio splendido “ Incitatus” nel bel mezzo dell’assemblea dei Senatori riuniti nella Curia Julia e proposi la nomina a Console del mio cavallo, ricevendo da quei falsi e vigliacchi applausi e grida di approvazione…”Oderint dum metuant…mi odino pure purchè mi temano…”, questo fu da allora il mio motto…e anche verso Giove Capitolino mi rivolsi più volte, invitandolo a continuare a governare pure i cieli ma non mai intromettersi tra me e il trono sul quale siedo ora solo e senza ostacoli o vincoli… io, non più Caligola, come affettuosamente erano soliti chiamarmi i legionari di mio padre, ma Divino Gaio Giulio Cesare Germanico…
Tiberio Claudio Cesare Augusto Germanico
(Claudio)
(10 a.C. – 54 d.C.)
Roma, Domus Tiberiana , 53 d.C.
Si era svegliato presto, forse disturbato dalla pioggia scrosciante che cadeva dalla sera prima sulla Città Eterna e che gonfiava le tende e faceva vibrare le porte della Domus…non aveva poi più ripreso sonno e alla fine Claudio si alzò e dopo essersi preparato a dovere, uscì dalla camera e percorse i vasti saloni e i corridoi semideserti…giunto infine alla sala del trono sedette e fece chiamare suo figlio Britannico . Dopo non molto, il ragazzo fu introdotto al suo cospetto e sedette davanti a suo padre.
…Ho voluto vederti, figlio mio…siediti quieto e ascoltami bene…”Mirabili casu…quasi per uno strano caso…”mi trovai ad ascendere a questo trono, dove ora sono… fu proprio nel bel mezzo di una cruenta congiura che vide scorrere tanto sangue e segnò la fine violenta di Caligola…io non volevo e non pensavo certo di succedergli… la mia vita scorreva come un placido fiume verso altri approdi…fui trascinato e quasi costretto ad accettare e alla fine indossai la toga di porpora e cinsi il mio capo con il lauro…ho già stabilito e scritto che tu sarai dopo di me a governare Roma e l’impero, ma ora ascoltami bene…ama e onora il popolo romano…fatti sentire sempre vicino e presente e cura in particolare le opere pubbliche e il benessere del popolo…non trascurare mai la guardia Pretoriana e fai elargizioni generose ai generali e ai centurioni delle Legioni…sorveglia il Senato, ma sii sempre pronto a collaborare con rispetto e riverenza per il suo ufficio e agisci con prudenza e moderazione…guardati dagli adulatori e dai membri stessi della nostra famiglia, in particolare dalle donne che non nomino
(Livia Drusilla , Messalina , Agrippina minore ) e che sono assai esperte nel tramare e sanno manovrare situazioni e persone pur di arrivare a conseguire un loro personale potere… per quanto ti ho detto decreto che tu riceva, prima dell'età stabilita la toga virile , affinchè il popolo romano abbia finalmente il suo vero Cesare."…ora ti congedo e tieni bene a mente quanto ti ho appena detto…lasciami pure solo a meditare su quanto ho fatto già e su quanto devo ancora compiere…
Lucio Domizio Enobarbo (Nerone)
(37 d.C.. – 68 d.C.)
Roma, Domus Aurea , 68 d.C.
Mentre si avviava frettolosamente verso la fuga, lui il Princeps Nerone, proclamato ufficialmente dall’assemblea dei Senatori, nemico pubblico della Patria, si diresse un ultima volta verso la terrazza che dalla Domus dominava l’intera città di Roma. Quante volte vi si era affacciato prima, in tempi di successi e nella gloria degli inizi del suo Dominato. Tanto tempo era passato, troppo, e ora piangendo salutava per sempre la Città Eterna, mentre il fido Liberto Faonte lo sollecitava a partire senza indugi, prima che fosse troppo tardi.
…Addio per sempre Augusta città cara a Giove Capitolino…il Fato e uomini iniqui mi strappano ora via da te e dal mio popolo…come un cane rognoso sono scacciato, io che solo ho consumato le mie forze per la gloria di Roma…non ho mai desiderato per me gloria e potere, neanche quando mia madre Agrippina mi spinse sul trono imperiale…a me bastava il serto delle arti, del canto, del verso poetico e l’applauso dei teatri…” Qualis artifex, pereo…quale artista muore con me…” ”…mai fui lontano dal mio popolo, e durante il grande incendio che funestò la città , subito mi precipitai sul luogo dalla mia villa di Anzio, dove risiedevo. Accorsi prontamente per dare rifugio e soccorso alla popolazione colpita ospitandola negli orti imperiali… poi mi impegnai personalmente per la ricostruzione di interi quartieri devastati dal fuoco e assicurai la giusta punizione a coloro che incautamente avevano causato questa sciagura: i devoti di un certo Cristo , una setta giudaica, che già il mio predecessore Claudio aveva fatto espellere da Roma …mai anteposi nulla agli interessi e alla sicurezza della Res publica, sacrificando ad essa persino gli affetti più cari, mia madre Agrippina…il mio caro precettore Seneca … Petronio stesso cadde senza possibilità di perdono alcuno…e ora il Senato mi dichiara nemico della Patria e mi scatena contro la guardia Pretoriana e le legioni di Galba…ma il rovescio politico e le avverse contingenze non offuscheranno di certo nè il mio genio né la mia arte che rimarranno intatte e immortali ai posteri e nella memoria grata del popolo di Roma…
Conclusione
Giunto al termine di questo percorso, desidero riproporre l’interrogativo che era in qualche modo sotteso nella mia introduzione a questo scritto: è possibile ed è lecito coniugare Storia e poesia? Dato storico e intuizione poetica? Documenti, resti storici e indagine psicologica dei personaggi? E’ stato comunque questo l’ambito nel quale mi sono mosso in questa ricerca, cercando di armonizzare questi due estremi apparentemente inconciliabili. A mio conforto e difesa desidero citare in conclusione la risposta che Manzoni diede per lettera al drammaturgo francese Jean Joachin Victor Chauvet, che in un precedente articolo del maggio 1820 criticava la tragedia “ il conte di Carmagnola” perché non rispettavano le unità Aristoteliche di tempo e di luogo. La lettera di risposta di Manzoni, pubblicata a Parigi nel 1823 in francese, contiene tra l’altro una interessante riflessione sulla poesia come possibile strumento di conoscenza. L’autore, inoltre, affida alla poesia una missione di carattere etico: interpretare i fatti storici nel loro significato profondo, “dal di dentro”, facendo emergere i momenti in cui il destino e le scelte individuali si intrecciano misteriosamente con il disegno divino: “…Ma, si dirà forse, se si toglie al poeta ciò che lo distingue dallo storico, cioè il diritto di inventare i fatti, che cosa gli resta? Che cosa gli resta? la poesia; sì, la poesia. Perché infine che cosa ci dà la storia? degli eventi che non sono, per così dire, conosciuti che dall'esterno; ciò che gli uomini hanno fatto; ma ciò che hanno pensato, i sentimenti che hanno accompagnato le loro decisioni e i loro progetti, i loro risultati fortunati e sfortunati, i discorsi coi quali hanno fatto o cercato di fare prevalere la loro passione e la loro volontà su altre passioni o altre volontà, per mezzo dei quali hanno espresso la loro collera, effuso la loro tristezza, in una parola hanno rivelato la loro individualità: tutto questo e qualcos’altro ancora è passato sotto silenzio dagli storici; e tutto questo è dominio della poesia.[…] Tutto ciò che la volontà umana ha di forte e misterioso, tutto ciò che la sventura ha di religioso e di profondo, il poeta può indovinarlo, o, per dir meglio, può vederlo, comprenderlo ed esprimerlo… ”.
Bibliografia
Fonti antiche
• Augusto, Res Gestae Divi Augusti.
• Aulo Gellio, Noctes Atticae .
• Aurelio Vittore, De Caesaribus .
• Aurelio Vittore (attr.), De viris illustribus Urbis Romae .
• Cassio Dione Cocceiano, Historia Romana.
• Eutropio, Breviarium historiae romanae
• Flori Epitomae Liber primus.
• Flori Epitomae Liber secundus.
• Giuseppe Flavio, Guerra giudaica.
• Livio, Periochae.
• Strabone, Geografia (testo greco) (??????????).
• Svetonio, De vita Caesarum libri VIII.
• Tacito, Annales (testo latino).
• Tacito, Historiae (testo latino).
• Velleio Patercolo, Historiae Romanae ad M. Vinicium libri duo.
Fonti epigrafiche
• L'Année épigraphique.
• Corpus Inscriptionum Graecarum , Böckh A. e Niebhur B.G., 1825-1859
• Corpus Inscriptionum Latinarum , AAVV, 1863-..
Cataloghi e raccolte numismatiche (abbreviazioni)
• Alberto Banti, I Grandi Bronzi Imperiali, vol. I, Firenze, 1983.
• BMC = Harold Mattingly et al., Coins of the Roman Empire in the British Museum, London, British Museum, 1923-1963, 6 voll. (vol. III: Harold Mattingly, Robert Andrew Glendinning Carson & Philip V. Hill, Nerva to Hadrian, London, 1936).
• BN = Département des Monnaies, Médailles et Antiques de la Bibliothèque Nationale de France.
• Xavier F. Calicó, The Roman Aurei, Barcellona, 2003, 2 voll. (vol. I: From the Republic to Pertinax, 196 B.C.-193 A.D).
• Henry Cohen, Description historique des Monnaies frappées sous l'Empire romain, communément appelées Médailles impériales, Paris, 1880-1892², 8 voll.
• George Francis Hill, Historical Roman coins, Chicago, Ares, 1976.
• MIR = Moneta Imperii Romani, Wien, OAW, 1984-, 14 voll. (vol. XIV: Bernhard Woytek, Die Reichsprägung des Kaisers Traianus, 98-117, Wien, 2010).
• Harold Mattingly et al., Roman Imperial Coinage, London, 1923-1994, 10 voll. (vol. I: Harold Mattingly, Edward Allen Sydenham, London, Spink & Son, 1926).
• Roman Silver Coins, 5 voll., London 1978-1987 (vol. II: Herbert A. Seaby, Tiberius to Commodus, London 1979³).
Storiografia moderna
CAH (Cambridge Ancient History - Storia del mondo antico), L'Impero romano da Augusto agli Antonini, Milano, 1975.
• J.B. Bury, A History of the Roman Empire from its Foundation to the death of Marcus Aurelius, 1913.
• G. Cascarino, L'esercito romano. Armamento e organizzazione, Vol. II - Da Augusto ai Severi, Rimini 2008.
• Augusto Fraschetti, Roma e il Principe, Bari, Laterza, 1990.
• Albino Garzetti, L'Impero da Tiberio agli Antonini, Cappelli, Bologna, 1960.
• A.K.Goldsworthy, Storia completa dell'esercito romano, Modena 2007.
• J. Rodríguez González, Historia de las legiones Romanas, Madrid 2003.
• Michael Grant, Gli imperatori romani, Newton Compton, Roma, 1984
• Grimal P., Storia di Roma, Lecce, Argo, 2004.
• Y. Le Bohec, L'esercito romano da Augusto alla fine del III secolo, Roma 1992, VII ristampa 2008.
• E. Luttwak, La grande strategia dell'Impero romano, Milano 1981.
• Santo Mazzarino, L'Impero romano, Bari, Laterza, 1973.
• Mario Pani, Lotte per il potere e vicende dinastiche. Il principato fra Tiberio e Nerone, in: AA. VV., Storia di Roma, Einaudi, Torino, 1990, vol. II, tomo 2; ripubblicata anche come Storia Einaudi dei Greci e dei Romani, Ediz. de Il Sole 24 ORE, Milano, 2008 (v. il vol. 16°)
• H. Parker, The Roman Legions, N.Y. 1958.
• M. Reddé, Mare nostrum, Parigi 1986.
• Rostovzev, M., Storia economica e sociale dell'Impero romano, Firenze 1980.
• Saltini Antonio, I semi della civiltà. Frumento, riso e mais nella storia delle società umane., Prefazione di Luigi Bernabò Brea, Bologna 1995.
• Chris Scarre, Chronicle of the Roman Emperors, Londra, 1995.
• Howard Scullard, Storia del mondo romano, Milano, Rizzoli, 1992.
• Ronald Syme, L'aristocrazia augustea, Milano, Rizzoli, 1992.
• Ronald Syme, La rivoluzione romana, Einaudi, Torino, 1962; rist. 1974.
• Wacher, J. (a cura di), Il mondo di Roma imperiale, Roma-Bari 1989.
• Colin M. Wells, L'impero romano, Bologna, Il Mulino, 1995.
• G. Webster, The Roman Imperial Army, Londra - Oklahoma 1998.
• Wheeler, M., La civiltà romana oltre i confini dell'impero, Torino 1963.
Giuseppe Neri
Il monologo degli Imperatori
Milano, 2020
Introduzione
A mio padre, Luciano.
“Ci sono cose che soltanto l'intelligenza è capace di cercare ma che, da sola, non troverà mai…”
HENRI LOUIS BERGSON
Desidero presentare questo breve scritto, nato dalla mia passione per lo studio della storia e dalla curiosità, che mi hanno spinto ad investigare su un periodo centrale della storia romana: la fine del periodo Repubblicano, a seguito delle lotte civili e dopo l’assassinio di Giulio Cesare (44 a. C.) e il sorgere della prima dinastia Imperiale, iniziata da Ottaviano Augusto, la Dinastia Giulio - Claudia. Mi sono così soffermato a tratteggiare la fisionomia e l’animus dei primi cinque Imperatori romani, partendo proprio da Ottaviano Augusto e immaginando un ipotetico monologo da loro pronunciato che intende così fare trasparire attraverso il loro discorso, la personalità e il carattere dei singoli personaggi, ma rimanendo tuttavia il più possibile fedele ai dati storici di riferimento e alle principali biografie tramandataci da autori latini come Svetonio e Tacito. Dato storico e intuizione poetica, riferimento alle fonti antiche e indagine psicologica sono state il metodo che ha guidato la mia ricerca sui singoli personaggi.
I monologhi in questione, lapidari e brevi nella forma, se da un lato lasciano intuire la forma mentis dei singoli personaggi e il loro modo di intendere e di agire, dall’altro ne lasciano volutamente in ombra il mistero e il fascino che si coglie ancora a distanza di tanti secoli. Sono, per così dire, frammenti e reperti di un antico passato che tuttavia pulsano ancora della passione e dell’umanità dei loro singolari interpreti.
Milano, 20 ottobre 2020
Dinastia Giulio - Claudia
Gaio Giulio Cesare Ottavio (Augusto)
(63 a. C. - 14 d. C.)
Nola 14 d. C.
Con uno sforzo immane si pose a sedere sul letto cubiculare...lui Cesare, il dominatore delle legioni e l’arbitro delle fortune e dei destini di Roma....ormai piegato come una vecchia quercia nodosa e scavata dagli anni e dal dolore....lui Augusto, la divina incarnazione di Apollo si ritrovava ora solo e al tramonto della sua giornata, lontano e quasi esiliato dalle mura eterne di Roma, per la quale aveva speso e consumato tutta la sua lunga esistenza.....poi come davanti ad un invisibile pubblico presente prese a parlare cosi:....
Acta est fabula, plaudite....la commedia è terminata, applaudite...!!! il mio destino è stato l’essere figlio di Cesare, questo mi ha consacrato per sempre alla gloria di Roma e delle sue sacre istituzioni. Non ho potuto sottrarmi a quanto gli Dei di Roma avevano fissato per me per restaurare le fortune del popolo e del Senato, senza curarmi del sangue che bagnava il mio elmo e la mia spada e ottenere così vendetta su tutti i nemici di Roma.
Ora da queste rovine della vecchia Res Publica sorge una semente nuova e cresce come olivo rigoglioso e fecondo un Monumento più duraturo dell’oro e del bronzo…innesta le sue radici nelle sacre tradizioni dei padri e estende i suoi rami dal Reno germanico al Nilo d’Oriente…la pace e la prosperità sono il suo concime e la legge e le sacre tradizioni sono le sue immutabili fondamenta… e io lascio la scena senza paura a chi non è del mio stesso sangue ma che tuttavia dopo di me guiderà l’aratro nei solchi della storia già profondamente tracciati dal mio cammino… Acta est fabula, plaudite....la commedia è terminata, applaudite...!!!
Tiberio Giulio Cesare
(42 a. C. - 37 d. C.)
Capri, villa Jovis, 36 d. C.
Uscito dai Balnea Tiberio si cinse con un limpido telo di lino finissimo e si avviò solo verso la terrazza che dominava a strapiombo la splendida baia dell’Isola. Davanti al suo sguardo l’azzurro intenso del mare riempiva i suoi occhi e la vista si allargava fino alla vicina riva. Aveva scelto lui, Tiberio Cesare, questo esilio dorato, lontano dall’Urbe e ora scrutava l’orizzonte della costa fino a raggiungere idealmente con lo sguardo la stessa Roma.
Nessuna nostalgia e nessun rimpianto per quanto è stato…ho raccolto da Cesare Augusto questa eredità che io non ho generato…sempre vigile e attento perché nessuna pianta degenere la avvelenasse…con moderazione e equilibrio ho governato i confini della patria e la gestione del tesoro pubblico ho condotto senza sprechi o dispersioni….fin da subito ho fatto presente ai Patres Conscripti la mia impossibilità a gestire da solo questo enorme peso, ma loro stessi mi hanno riconsegnato le redini del comando, salvo poi volgersi alle lodi e alle simpatie per Germanico e le sue vittoriose imprese militari e mettere in giro la menzogna che io stesso lo abbia fatto uccidere con l’intrigo…volubilità e malizia dell’animo umano…ma li tengo comunque a bada questi nobili signori, anche da questa bella isola… Lo stesso Seiano ha pagato con la vita la sua ambizione smodata e il suo tradimento a me e alla Res publica. Ho imparato, infatti, ad essere spietato contro chi congiura a danno di Roma e della sua salute, infatti al buon pastore (è lecito) tosare le sue pecore e non (certo) scorticarle…boni pastoris esse tondere pecus, non deglubere… (Svetonio, Vita dei Cesari, Libro III, passim 32) …il destino di chi governa è rimanere solo, ma nelle stelle anche questo era scritto e io lo accetto mentre annego nella coppa piena ogni tristezza e dolore dell’anima…
Gaio Giulio Cesare Germanico (Caligola)
(12 d. C. - 41 d. C.)
Roma, 40 d.C.
…Che hai mai da dirmi tu…??? Si, dico proprio a te…fai tanto presto a dire e a giudicare …tutto molto e troppo facile…era un pazzo... un folle senza scrupoli…sanguinario e senza freni…un pazzo forse si…ma non certo un idiota…ascoltami bene allora…io Gaio Giulio Cesare Germanico…sono nato e cresciuto tra gli accampamenti dei legionari nelle campagne militari in Germania e in Oriente dietro a mio padre Germanico, il vincitore di Arminio e di mille altre battaglie…dopo la morte di mio padre, vidi l’esilio ingiusto di mia madre e mio fratello e io stesso fui chiamato a corte solo dopo un certo tempo, nella reggia Imperiale di Capri…ancora oggi mi chiedo perché Tiberio mi abbia riaccolto presso di se…più volte ho cercato di indagare nel suo sguardo impenetrabile, ma nonostante ciò ho appreso da lui cosa sia il potere e come vada custodito e difeso da tutto e da tutti e ad ogni costo…alla fine venne anche il mio turno e il popolo e l’esercito mi acclamò Cesare…ero arrivato finalmente in alto, là dove avrei guidato i destini di Roma senza ostacoli o limiti da parte di nessuno…e certo, data la mia giovane età, non mi privai delle gioie del piacere e della tavola e neanche degli spettacoli nelle arene e nelle corse delle bighe…poi mi ammalai, forse avevo chiesto troppo alle mie voglie e mi ritrovai improvvisamente sul ciglio della morte, quando già si acclamava un altro Cesare…mi risvegliai, come da un torpore mortifero e reagii con prontezza e spietatezza, non potevo lasciare tutto, proprio ora…combattei con violenza contro uomini e Dei…verso il Senato, timoroso e infingardo riversai tutto il mio disprezzo, fino ad arrivare al dileggio, quando entrai a cavallo del mio splendido “ Incitatus” nel bel mezzo dell’assemblea dei Senatori riuniti nella Curia Julia e proposi la nomina a Console del mio cavallo, ricevendo da quei falsi e vigliacchi applausi e grida di approvazione…”Oderint dum metuant…mi odino pure purchè mi temano…”, questo fu da allora il mio motto…e anche verso Giove Capitolino mi rivolsi più volte, invitandolo a continuare a governare pure i cieli ma non mai intromettersi tra me e il trono sul quale siedo ora solo e senza ostacoli o vincoli… io, non più Caligola, come affettuosamente erano soliti chiamarmi i legionari di mio padre, ma Divino Gaio Giulio Cesare Germanico…
Tiberio Claudio Cesare Augusto Germanico
(Claudio)
(10 a.C. – 54 d.C.)
Roma, Domus Tiberiana , 53 d.C.
Si era svegliato presto, forse disturbato dalla pioggia scrosciante che cadeva dalla sera prima sulla Città Eterna e che gonfiava le tende e faceva vibrare le porte della Domus…non aveva poi più ripreso sonno e alla fine Claudio si alzò e dopo essersi preparato a dovere, uscì dalla camera e percorse i vasti saloni e i corridoi semideserti…giunto infine alla sala del trono sedette e fece chiamare suo figlio Britannico . Dopo non molto, il ragazzo fu introdotto al suo cospetto e sedette davanti a suo padre.
…Ho voluto vederti, figlio mio…siediti quieto e ascoltami bene…”Mirabili casu…quasi per uno strano caso…”mi trovai ad ascendere a questo trono, dove ora sono… fu proprio nel bel mezzo di una cruenta congiura che vide scorrere tanto sangue e segnò la fine violenta di Caligola…io non volevo e non pensavo certo di succedergli… la mia vita scorreva come un placido fiume verso altri approdi…fui trascinato e quasi costretto ad accettare e alla fine indossai la toga di porpora e cinsi il mio capo con il lauro…ho già stabilito e scritto che tu sarai dopo di me a governare Roma e l’impero, ma ora ascoltami bene…ama e onora il popolo romano…fatti sentire sempre vicino e presente e cura in particolare le opere pubbliche e il benessere del popolo…non trascurare mai la guardia Pretoriana e fai elargizioni generose ai generali e ai centurioni delle Legioni…sorveglia il Senato, ma sii sempre pronto a collaborare con rispetto e riverenza per il suo ufficio e agisci con prudenza e moderazione…guardati dagli adulatori e dai membri stessi della nostra famiglia, in particolare dalle donne che non nomino
(Livia Drusilla , Messalina , Agrippina minore ) e che sono assai esperte nel tramare e sanno manovrare situazioni e persone pur di arrivare a conseguire un loro personale potere… per quanto ti ho detto decreto che tu riceva, prima dell'età stabilita la toga virile , affinchè il popolo romano abbia finalmente il suo vero Cesare."…ora ti congedo e tieni bene a mente quanto ti ho appena detto…lasciami pure solo a meditare su quanto ho fatto già e su quanto devo ancora compiere…
Lucio Domizio Enobarbo (Nerone)
(37 d.C.. – 68 d.C.)
Roma, Domus Aurea , 68 d.C.
Mentre si avviava frettolosamente verso la fuga, lui il Princeps Nerone, proclamato ufficialmente dall’assemblea dei Senatori, nemico pubblico della Patria, si diresse un ultima volta verso la terrazza che dalla Domus dominava l’intera città di Roma. Quante volte vi si era affacciato prima, in tempi di successi e nella gloria degli inizi del suo Dominato. Tanto tempo era passato, troppo, e ora piangendo salutava per sempre la Città Eterna, mentre il fido Liberto Faonte lo sollecitava a partire senza indugi, prima che fosse troppo tardi.
…Addio per sempre Augusta città cara a Giove Capitolino…il Fato e uomini iniqui mi strappano ora via da te e dal mio popolo…come un cane rognoso sono scacciato, io che solo ho consumato le mie forze per la gloria di Roma…non ho mai desiderato per me gloria e potere, neanche quando mia madre Agrippina mi spinse sul trono imperiale…a me bastava il serto delle arti, del canto, del verso poetico e l’applauso dei teatri…” Qualis artifex, pereo…quale artista muore con me…” ”…mai fui lontano dal mio popolo, e durante il grande incendio che funestò la città , subito mi precipitai sul luogo dalla mia villa di Anzio, dove risiedevo. Accorsi prontamente per dare rifugio e soccorso alla popolazione colpita ospitandola negli orti imperiali… poi mi impegnai personalmente per la ricostruzione di interi quartieri devastati dal fuoco e assicurai la giusta punizione a coloro che incautamente avevano causato questa sciagura: i devoti di un certo Cristo , una setta giudaica, che già il mio predecessore Claudio aveva fatto espellere da Roma …mai anteposi nulla agli interessi e alla sicurezza della Res publica, sacrificando ad essa persino gli affetti più cari, mia madre Agrippina…il mio caro precettore Seneca … Petronio stesso cadde senza possibilità di perdono alcuno…e ora il Senato mi dichiara nemico della Patria e mi scatena contro la guardia Pretoriana e le legioni di Galba…ma il rovescio politico e le avverse contingenze non offuscheranno di certo nè il mio genio né la mia arte che rimarranno intatte e immortali ai posteri e nella memoria grata del popolo di Roma…
Conclusione
Giunto al termine di questo percorso, desidero riproporre l’interrogativo che era in qualche modo sotteso nella mia introduzione a questo scritto: è possibile ed è lecito coniugare Storia e poesia? Dato storico e intuizione poetica? Documenti, resti storici e indagine psicologica dei personaggi? E’ stato comunque questo l’ambito nel quale mi sono mosso in questa ricerca, cercando di armonizzare questi due estremi apparentemente inconciliabili. A mio conforto e difesa desidero citare in conclusione la risposta che Manzoni diede per lettera al drammaturgo francese Jean Joachin Victor Chauvet, che in un precedente articolo del maggio 1820 criticava la tragedia “ il conte di Carmagnola” perché non rispettavano le unità Aristoteliche di tempo e di luogo. La lettera di risposta di Manzoni, pubblicata a Parigi nel 1823 in francese, contiene tra l’altro una interessante riflessione sulla poesia come possibile strumento di conoscenza. L’autore, inoltre, affida alla poesia una missione di carattere etico: interpretare i fatti storici nel loro significato profondo, “dal di dentro”, facendo emergere i momenti in cui il destino e le scelte individuali si intrecciano misteriosamente con il disegno divino: “…Ma, si dirà forse, se si toglie al poeta ciò che lo distingue dallo storico, cioè il diritto di inventare i fatti, che cosa gli resta? Che cosa gli resta? la poesia; sì, la poesia. Perché infine che cosa ci dà la storia? degli eventi che non sono, per così dire, conosciuti che dall'esterno; ciò che gli uomini hanno fatto; ma ciò che hanno pensato, i sentimenti che hanno accompagnato le loro decisioni e i loro progetti, i loro risultati fortunati e sfortunati, i discorsi coi quali hanno fatto o cercato di fare prevalere la loro passione e la loro volontà su altre passioni o altre volontà, per mezzo dei quali hanno espresso la loro collera, effuso la loro tristezza, in una parola hanno rivelato la loro individualità: tutto questo e qualcos’altro ancora è passato sotto silenzio dagli storici; e tutto questo è dominio della poesia.[…] Tutto ciò che la volontà umana ha di forte e misterioso, tutto ciò che la sventura ha di religioso e di profondo, il poeta può indovinarlo, o, per dir meglio, può vederlo, comprenderlo ed esprimerlo… ”.
Bibliografia
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Il monologo degli Imperatori testo di Gioneri