In cima alla collina stavo riposando appoggiato a un tronco d’albero scuro, mentre guardavo l’orizzonte splendido per l’abbondante pioggia dei giorni scorsi, lontano vi scorgevo l’elegante vetta del monte Alb, le varie punte gregarie con le molteplici tonalità di verdi; l’aria tiepida di maggio mi avvolgeva come un soffice mantello confortante: quando improvvisamente mi sento precipitare sotto come dentro una voragine scoscesa e viscida.
Subito dopo mi trovo in un ambiente umido e semioscuro, guardo verso l’alto la cavità fa un lieve angolo la cui altezza presumo sia 7 o 8 metri, sotto come quasi interrato in una specie di caverna irregolare.
Davanti in alto piccole lame di luce si fanno spazio nel buio, c’è odore di muffa e di chiuso, non sento freddo pur essendo vestito in maniera leggera; osservo intorno, eppure quel che intravedo non è sufficiente per rendermi conto bene del posto, la cavità è piccola, mi sento sporco, impuro quasi vittima di un raggiro della natura. Tocco le pareti, sono terrose e madide con spuntoni pietrosi: inizio ad esplorare. Cammino piano in varie direzioni, ma la poca luminosità limita i miei movimenti, il suolo è irregolare con sporgenze e buche. Nella semioscurità scruto un qualche orizzonte, qualche spiraglio di luce, un luccichio salvifico.
Il posto si restringe in un angusto corridoio che mi conduce in un’altra grotta più o meno della stessa dimensione di prima e con le stesse caratteristiche. Il pavimento insidioso e fangoso mi affatica, mi irrita: grido! Urlo aiuto! Chiamo! Sento forte la mia voce che si perde nel vuoto senza una risposta, un esito. Silenzio! A tentoni tocco le pareti e le fessure sulla volta irraggiungibili mi danno un’amara consolazione. Comunque sto bene, ma la coscienza del pericolo in cui mi trovo inizia a darmi preoccupazione. Sono solo e devo cercare il mezzo per poter uscire da qui. Non so se sarà facile. Rifletto: devo tornare indietro dove son caduto, per prendere lo zainetto che era con me, dopo aver cerato un po' con meraviglia lo trovo. Dentro ci sono i documenti , due panini, una lattina di birra, la banana e il cell. Carico a metà non prende segnali , lo userò come torcia. Ritorno nel secondo ambiente, mi seggo, penso a cosa fare.
Passa del tempo, riprendo ad esplorare la luce del cell mi aiuta, mi incoraggia anche se ovviamente non durerà a lungo, arrivo alla conclusione che devo cercare. Ho pochi amici, sono separato con un figlio maggiorenne che lavora all’estero e quando qualcuno si accorgerà della mia mancanza sarà troppo tardi: devo affidarmi alle mie forze.
Insisto nel tentare di arrivare alle fessure di luce , ma è invano. Si perde senza eco nello spazio un altro mio grido. Mi pervade la disperazione, sono nel panico e nell’angoscia, stati emotivi che non risolvono la situazione, il senso di smarrimento mi assale, sopra il mondo pulsa accanto al giusto e all’ingiusto, morte e vita si alternano come in un meccanismo che si logora e si rinnova.
Qui sotto sto cercando di salvarmi anche se non so come fare. Dopo un po' la mia coscienza piega su se stessa, la penombra facilita e mi vedo allo specchio, ma assume forme critiche, di giudizio. E dentro vi vedo l’inganno, la menzogna, il pregiudizio e il cinismo umido sporco e repellente; e ancora l’ira e l’ipocrisia, poi vertigine mi prende la mente e l’oscuro orizzonte passa da est o ovest, da nord a sud : vomito asciutto mentre cado a terra contorcendomi nella fanghiglia putrida, cadendo inavvertitamente della melma mi è andata in bocca con sapore acre e greve, mi muovo allungo le braccia , le mie dita i cavità melmose ritraendole mi accorgo che son incastrate nelle orbite di un teschio , ne provo orrore e ribrezzo, guardo intorno intravedo altre ossa.
Oh! Mi rilasso. Respiro profondamente e allento la tensione. Ma il cell si sta scaricando.
Il silenzio con l’oscurità pesano. Il tempo passa ed è fermo.
Qui mi ricorda il mito della caverna di Platone: il bisogno di liberarsi e ascendere, l’anelito e la gioia della luce , contemplarla in estasi, ritornare a malincuore dentro la caverna anche se a volte questo serve a poco. Mangio e bevo quel che rimane , il cell ha smesso di funzionare, pian piano penetra nella mia coscienza un senso di rassegnazione, come in interiore chiarore che mi dà consolazione, conforto. Poi però continuo ad esplorare. Dal soffitto trapelano fenditure poco illuminate, qua e là, incerte. Con un osso raschio la terrosa parete, poi più avanti il piano sale per chiudersi in una angusta strettoia. Oh! intravedo in fondo una debole luminosità. Posso toccare la volta sfiorandola pendono come una specie di radici sottili, resistenti.
Mi sento debole, è passato molto tempo, ho scavato con fatica uno stretto cunicolo per raggiungere l’uscita, un corridoio che spunterà sopra. Eppure ancora mi ritrovo un po' di coraggio, lieve, ma tenace: con un ultimo sforzo sarò fuori.
Interior testo di albedo