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Il calice dell'immortalità
Il dio aveva il capo ornato da un'abbondanza
superiore anche a quella che stava sulla tavola
e che mi scoprii riluttante a toccare
temendo che un assaggio ne irritasse l'autore.
Il dio aveva indiscutibile il corpo di un uomo,
ma il volto di un bambino e lo sguardo d’un vecchio,
e mi fissava con occhi vuoti
mentre versava il piacere nel suo calice
e me lo porgeva, senza che lo chiedessi.
Non avrei bevuto dalla sua coppa sacra
e gliel'avrei detto, se avessi potuto parlare,
ma la mano del giovane non ammetteva rifiuti
e mi convinsi a bere prima di cominciare
il lauto pasto che tanto mi faceva orrore.
L'assaporai, prima un sorso e poi l'altro,
e solo quando l'ebbi finito
poggiai la coppa sulla tovaglia dorata
e mi resi conto di non avere bevuto del vino:
il calice dell'immortalità l'avevo ancora tra le mani
e la condanna incisa come inchiostro sulla pelle,
mentre il dio sollevava l'angolo della bocca
e ammirava compiaciuto quanto patetica fossi.
Supplicare un veleno non sarebbe servito,
perciò cominciai mio malgrado a mangiare
e più mangiavo, più le portate aumentavano
finché non mi resi conto che da quella tavola
non mi sarei mai potuta alzare.