Introduzione
C’era una volta. Così inizia la mia vita. Una volta c’era un giovane. Un bambino più cresciuto degli altri grazie alle arti marziali iniziate a cinque anni, ero io ed avevo una maturità già più sviluppata. Molti adulti mi erano amici per questo. Avevo cinque anni e già parlavo di religione e politica, ma in nessuno dei due vedevo il mio futuro.
Ma quando ebbi dieci anni, nel vedere un cadavere a terra, come dimenticato da tutti, beh, non mi diede uno “shock infantile”, ma mi diede la possibilità di vedere il mio futuro.
Avevo deciso. Da grande avrei fatto il detective, per non lasciare corpi per terra a marcire e trovare il colpevole. Avevo dieci anni. Ma nulla mi cambiava. La mia scelta era quella.
Iniziai quindi a leggere dei libri gialli per scoprire bene come agiva un criminale.
La mia vita era sempre stata scombussolata. Spesso mi perdevo in fasi affettive con molte ragazze. In particolare una mi restò impressa. La conobbi in biblioteca. Ero lì per prendermi un libro, ovviamente giallo, ma lei non era una tipa che amava leggere o studiare, a differenza mia, eppure si trovava là. Era il 1998 e avevo quindici anni, lei n’aveva sedici. Io ero dell’’83 e lei dell’82, ma ci fu amore.
La storia con lei era strana, perché n’è passata d’acqua sotto i ponti. Lei non mi voleva inizialmente. Diceva che mi vedeva meglio come amico vista l’età, ma io non ne volli sapere. I miei sentimenti, verso di lei c’erano, ed erano anche notevoli. Pensate, per lei ero arrivato perfino a scrivere, o meglio copiare, una poesia d’amore. Lei mi guardò quel giorno. Me lo ricordo bene. Il suo sguardo sembrava cedere al mio viso. Era bellissimo. Poi mi disse:
- Io non uso leggere spesso, ma questo mi basta per capire.-
Con lei, il tempo che passavo era magico. Lei mi riempiva il cuore di gioia. Non sapevo bene cosa fare; ma i baci che mi dava risuonavano d’amore e sentimento.
Con lei passai delle belle giornate, ma non è tutto oro quello che luccica.
Poi, un giorno, sentii la magia cessare.
Non sentivo più la pace che c’era, era chiaro che non ci fossi più solo io per lei, questo mi face insospettire. Le mandavo i messaggi e lei ci metteva circa cinque minuti per rispondermi. Quanto pare, dava più importanza all’altro. I libri gialli letti in quel periodo, mi bastavano per capire questo. Spesso le domandavo perché non mi rispondeva velocemente e lei mi diceva scuse come: ero in bici, oppure non l’ ho sentito, ho il cel a casa o perfino la mia preferita: mi stavo facendo la doccia.
Mi sentivo una vera cacchetta. Ero entrato in un mondo veramente brutto, il suo. Lei viveva in un suo mondo veramente strano. Credeva veramente di poter stare con due ragazzi in contemporanea; ma arrivò il tanto eclamato giorno. Ci ritrovammo in parrocchia e lei mi disse:
- Ti devo lasciare.
Io lì su due piedi non seppi bene cosa fare, così le domandai chiaramente:
- Chi è lui?
Lei, chinando lo sguardo in basso mi disse:
- Si chiama Davide e ha la mia età.
Poverina. Era triste e stava male. Probabilmente ha sofferto per questa storia finita male. Ma non poteva andare avanti così.
Così persi lei. La mia bellissima Valentina; a causa di quel Davide che riuscì a levarmela senza pensare alle mie conseguenze sentimentali; ma che dico! Forse neanche sapeva di me. Probabilmente lei era riuscita a nascondergli tutto.
Dopo di lei non fu fine alla mia parte sentimentale. Ebbi altre storie con diverse ragazze. Erano tre, o due. Beh vediamo si chiamavano Giulia, Valeria e Francesca, sì erano loro, non posso dimenticarmi di loro. Ora sono tutte solo amiche. Ma quando iniziò il 2000 io vidi il mio mondo cambiare. Era una nuova era; e tutto cambiò. Già lavoravo. Ero un detective di nota fama regionale. Sosteniamo che tutti venivano da me per vari assassini di vario genere. In un anno ne avevo in media una decina e guadagnavo due mila lire per cadavere. Ci mettevo circa tre settimane a risolvere un caso. Ero abbastanza veloce in questo. Ma nel 2001 ci fu l’euro e con lui il Veneto ebbe una decisiva svolta. Vedevo già germogliare delle brutte piante di superficialità, pigrizia, mancanza d’umiltà e avarizia, queste invasero il mio mondo e si può descrivere semplicemente in una poesia:
Non riposa più
Natura e mia Terra,
sussurrandoci urli di lamento.
V’è terrore a vederla
e dolente suo volto,
a perseguitare i nostri giorni.
Sputi di sangue
al nostro cemento
e morte al suolo.
Senza respiro, Lei si soffoca.
Ebbene sì, io sono un poeta.
Questo era il mio mondo, una cosa orrenda, ammazzava tutto ciò che era natura, dando spazio a case, abitazioni, edifici commerciali, o di qualunque lavoro esista. Lo Stato ed il popolo, ne facevano terreno proprio. La Natura, come la chiamo io, non sopportava di vedere un terreno bello, diventare un edificio grande. Mi fa pensare a ciò che cera prima e, nel mio “terreno interiore”, si vedeva la notte e più nulla a regnare oltre.
Gli anni passarono in fretta col lavoro. Ma passarono solitari e tristi.
Spesso mi ritrovavo solo; seduto sul mio divano, a vedere la televisione, guardavo partite di calcio. Nulla di particolare. L’altra parte della mia giornata, la passavo al bar. Arrivò presto il 2009, quando non sì poté più fumare all’interno del bar e, con lui il 2010, quando già iniziai questo mio racconto di vita, e tutto iniziò un giorno. Era il 21 gennaio del 2010, non lo dimenticherò mai, ero uscito e mi diressi ai bar e presi una tazza di caffè. Era ormai un’abitudine per il barista, prendevo il caffè, mi guardava mentre leggevo l’oroscopo, e, io, mi mettevo a ritenerlo assolutamente falso ridacchiandoci su. Mi sorprese un giorno. Il mio oroscopo diceva: “BILANCIA: giornata propizia per smettere la monotonia quotidiana e trovare un nuovo amore col quale stare sereni.” Bazzecole mi misi a pensare. Anche se, devo ammettere, che c’era una bellissima signorina davanti al bancone del bar quella mattina, quindi volli scappare subito, bevetti la mia tazza e al barista che mi stava per parlare, dissi che avevo un urgente caso importante da risolvere. In realtà ero libero e da settimane anche. Ma il mio non era senso di dovere al lavoro, ma timore di innamorarmi nuovamente per poi soffrire. Il giorno seguente tornai al bar, mi aspettavo di ritrovarla e dirle scusa, forse avevo esagerato a scappare; non dovevo proprio lasciarla lì da sola, ma lei non cera. Il barista mi guardò ma io uscii a fumare persi cinque minuti e non lo ascoltai, forse mi voleva dire qualcosa di urgente, ma io non ne volli sapere e andai fuori. Mi ritrovai a guardare la sigaretta, consumarsi un po’ alla volta. Lentamente. Come la mia vita, ormai arsa dall’odio all’amore e incenerita dalla paura d’innamorarmi, la signorina non aprì più la porta del bar e per me, arrivò il momento di entrare. Andai dentro. Il barista mi guardò con uno sguardo come dire: “ vuoi parlarne?” e io gli risposi:
- No caro mio, no.
Lui, volle ribattere dicendo:
- Vieni con me.
Io lo seguii. Mi portò nel sottoscala, era un posto strano, davanti alla stanza c’era una cosa strana che mi chiamava:
- Giulio… Giulio…
Circondate, con delle cose ai lati che sembravano vermicelli, sì, proprio quelli che si nutrono dei cadaveri sepolti sotto la terra. I vermicelli si muovevano. Ma il suo colore era blu. Blu elettrico e il barista mi disse:
- Buttati e osserva bene ciò che vi si nasconde io ci sono stato ed eccomi qui.
Io mi buttai. Ponevo in lui molta fiducia. Non temevo nulla con lui.
Dove mi trovo?
Mi ritrovai cadere a terra. Atterrai in un mondo che era del tutto simile al mio. C’erano molti negozi. Era tutto strano. Non fu questo a coinvolgermi in quel mondo. Ma c’era un cadavere in mezzo alla strada. Era un caso adatto a me. Finalmente potevo dare frutto al mio talento. Gridai alla folla:
- Fermi tutti! Polizia!
Ma non sembrava fare effetto. La folla restò tranquilla. Mi restò impresso la signorina che piangeva ai piedi della vittima e gridava:
- No! Perché a lui?! No!
In quel momento, lo ammetto, mi sentivo un debole dentro, verso la signorina.
Cade una foglia,
una lacrima
e l’umore
a tuo passo;
udibile suono
potente rancore,
sole nell’altra soglia.
Ma chi sei?
Che nome hai?
Non una risposta,
oltre al pianto ch’ebbi
nel profondo del Cuore
ad ogni passo di Terrore
dimenticando il Buono.
Poi vidi arrivare la polizia. Un signore scese dalla macchina e grido con tono serio e determinato:
- Chi si sente pulito si allontani!
Rimasi colpito. Una frase del genere, è inusata da noi. Forse, però era molto convincente. Con quella serietà, poi, restava inquietante per chiunque. Io vidi andare via tutti. Restò con le mani in mano una sola persona. Era un maschio. Era lì impaurito. Aveva capelli scuri, marroni e trasandati. Indossava un abito da lavoro (giacca e cravatta) e aveva del sangue sulle scarpe. Era decisivo. Il colpevole era per forza lui. Lo portammo per interrogatorio. Io, salii nella macchina della polizia, spiegando di essere uno di loro. Andai con loro. Nel loro studio. Prima di interrogarlo; chiedesi al poliziotto, di poter parlare con il loro capo. Ci fu una piccola discussione tra noi, ma ci chiarimmo subito. Mi ritrovai ben presto nello studio di quello che loro usavano chiamare “maresciallo”. Parlai con lui del caso e decidemmo assieme di lasciarlo a me, poiché avevo degli indizi in più. Il maresciallo mi riteneva un tipo in gamba ed io mi sentivo felice così. Andai ad interrogare il signore. Da lui seppi da subito che si chiamava Michele e aveva venticinque anni. Baldo alle ciance. Lui mi raccontò che era un collega della vittima e, che le sue scarpe erano col sangue perché si era avvicinato a vedere, dopo lo spuntino in un bar. Mi disse inoltre, che erano due architetti. Stavano lavorando per un nuovo progetto. Era un nuovo supermercato rivoluzionario. Poi gli chiesi:
- Chi era la signorina che piangeva ai suoi piedi?
Lui mi disse che era la sorella della vittima. Lei si chiamava Mara e, la vittima, si chiamava Angelo. Mi disse in che via abitava, in caso volessi farci un salto. La via me la ricordavo bene, era: Via Dante, non potevo sbagliarmi, poi… ci sarei andato con la polizia, la quale, conosceva di sicuro bene la città.
Cena e altro
Arrivato da Mara, lei mi guardò e mi chiese:
- Sei tu che ti occupi di mio fratello?
Io risposi di sì. Lei mi abbracciò, probabilmente mi riteneva una bravissima persona che valeva la pena difendere, accudire, voler bene fino in fondo insomma!
Chiesi a Mara se mi faceva l’indetichid dell’aggressore, ma lei mi rispose:
- C’è tempo per quello. Vieni a cena dai.
Non esitai neanche un secondo a dirle la mia situazione momentanea. Le assicurai che ero spaesato. Quel posto mi era nuovo e ignoto. Le affermai che non venivo dal suo mondo e che, però, era del tutto simile il mio. Solo cambiavano dei punti di vista. Noi siamo più bruti e meno emotivi, la polizia utilizza altre frasi quando arriva, le persone non sono così sincere. Lei mi disse che era un po’ sconvolta ed incredula, poi volle credermi e mi accolse volentieri a casa sua, mi disse chiaramente:
- Ti stai occupando della tragica morte di mio fratello, resta pure da me.
Poi mi lasciò con un sorriso che non potevi rifiutare, neanche volendo. Prima d’andare a letto, subito dopo cena, mi fece l’identikit dell’aggressore, era un tipo alto, ma non troppo. Aveva un abito nero e occhiali da sole fini. Aveva aggredito suo fratello, Angelo, con un coltello molto affilato. Era oramai certo, lui era un killer professionista e sapeva bene uccidere. Ad un certo punto continuò descrivendo i capelli della persona, erano corti e trasandati, molto alla rinfusa, non era una persona molto curata. Ad un certo punto mi disse una cosa importante: era un tipo sportivo e atletico. Infine mi portò a letto.La mia camera era grande. Il letto singolo e rispecchiava pienamente la mia vita precedente, sola e vuota, i muri bianchi la rendevano fredda. Non volevo offendere tale generosità; così mi misi subito a dormire.
Al mio risveglio, scesi le scale e seguii l’odore che mi portò alla cucina. Mi sedetti sulla sedia e mi accomodai. Bevetti il caffè ancora caldo, e chiesi a Mara un pezzo di carta, avevo bisogno di buttare giù una bozza della situazione. Andai un attimo a distrarmi. Ne tentai molte, andai a correre, presi un bicchierino d’Aperol e corsi ancora per tornare alla mia ormai casa. Vidi Mara ancora in cucina e mi domandavo cosa faceva tutto il giorno. Ma non importava. Dunque mi misi a tavola, ripresi il blocchetto di questa mattina e scrissi: AGGRESSORE – senza descrizione, MOVENTE –? CAUSA –?
Lì restai con un punto di domanda.
Era tutto come pensavo, beh, circa, la casa era rurale, molto vecchia e mezza disabitata, lì vicino vidi dei gruppi di ragazzi, guardavano me che mi trovavo davanti alla casa, andai così da loro, magari mi sapevano dire qualcosa, mi raccontarono che era una casa disabitata e che lì si trovavano i drogati verso sera, dalle 21.30, fino a che volevano loro, era chiaro che erano loro quelli che la frequentavano, ma visto che il caso era un altro, lasciai perdere.
La soluzione è tra la nebbia,
ad un passo dalla fantasia.
Cosa ci fai, uccello in volo,
o tu di Dio il figliolo.
Com’è viver senza tetto
con l’odio nel petto.
la soluzione è tra la nebbia,
Ad un passo dalla realtà.
Questo è il mio pensiero quando mi ritrovo nel bel mezzo di un caso, perché so che c’è una soluzione, basta riflettere.
Entrai nella casa e vidi che effettivamente era con dei muri rovinati, ma un solo campanello era rimasto come quelli, che, di solito, vedi in giro dalle mie parti, quindi con nome e cognome del proprietario. Ma non suonava; la serratura della porta era rotta, quindi si poteva entrare quando si voleva. Afferrai la mia pistola e detti un colpetto di spalla per entrare; la puntai subito e appoggiai le mie spalle al muro; stetti zitto, continuai a camminare lateralmente. Fino a che non trovai la persona che cercavo, l’assassino. Non avevo le manette, così chiamai la polizia e dissi a loro di arrivare dove io mi trovavo, ma con sirena spenta. Ci tenevo molto che l’aggressore fosse in casa. Mi sentivo coinvolto completamente e non me lo sarei mai perdonato.
La polizia arrivò, riuscì a non fare rumore, li vedevo entrare in contemporanea da porte e finestre, io restai lì, appena dentro dalla porta. Lo portammo subito dentro, da noi, per un interrogatorio, lui ci disse che era stato lui e qui eravamo d’accordo, ma non lui, c’era un altro che lo aveva pagato per ucciderlo, eh sì! Sembrava non avere fine la vicenda e lui ce la rese difficile, ci disse che non sapeva chi fosse, indossava sempre una sciarpa fino a coprire il naso, un cappello da caw-boy, era beige, con una striscetta marrone scura prima del frontino circolare. Continuò dicendo che a telefono probabilmente alterava la sua voce, ma quando si vedevano stava zitto. La situazione era delicata e, con una rabbia immane, tornai a casa, ma quell’uomo che abbiamo trovato, restò in carcere.
Era tardi, ormai sera, ma mi stavo proprio stressando, la storia era una complicazione dopo l’altra, con degli ignoti qua e là, io mi domandavo quando sarei potuto restare in pace. Pace, questo mi fece sentire sulla giusta strada, credevo quindi che l’ideatore, fosse il padrone di un supermercato e che l’aggressione era stata fatta per evitare la concorrenza e, l’aggressore ha accettato, visto che rischiava di perdere la sua casa.
Mi ritrovai finalmente a casa, camminai fino alla porta e Mara alle mie spalle, che mi aveva, come sempre, accompagnato in giro. Entrai e corsi su in camera senza cenare, Mara mostrò uno sguardo triste ma comprensivo, infondo non era facile, gli indiziati mi portavano a destra e a manca, io non ne potevo più, ero stanco attendevo di rimandare a domani le mie ricerche, ogni giorno una tessera in più per costruire il puzzle della vicenda, andai a dormire, mi buttai a letto e fissai il soffitto. Dopo neanche dieci secondi, la porta s’aprì, Mara era appoggiata al cornicione. L’effetto di vederla con la luce alle sue spalle, era attraente e straordinario, mi ricordava un angelo, ero un po’ stordito dai miei pensieri riguardanti il mio lavoro, così mostrai una faccia in stranita e mezzo stordito di mio dissi:
- Angelo?!
Lei sorrise, scosse il capo, si staccò dal cornicione e camminò verso di me, si sedette ai piedi del mio letto e m’iniziò a parlare. Mi disse che tra lei e suo fratello c’era un legame forte e che, vista la sua assenza, pensa di provarlo verso di me. Poi mi lasciò dicendo:
- Ma non è lo stesso verso di te. – Sorrise e mi lasciò, chiuse nuovamente la porta e andò a dormire.
Non so se era quella sua chioma marrone o la purezza del suo viso, ma continuavo a pensarci più frequentemente, sempre di più, più di prima dunque. La cosa mi allarmò, avevo deciso di mollare tutto, di non provare altro che passione ed interesse verso il mio lavoro e che gli aspetti affettivi della mia vita erano morti, come i cadaveri per cui lavoravo ed avevano fine come ogni mio caso risolto.
In media ogni caso mi durava circa due giorni, ma il secondo lo vidi già volare via, mi mancava veramente poco per risolverlo, c’ero quasi e tutto andava per il meglio. Così riflettendo cancellai le altre distrazioni e mi misi alla ricerca, scesi giù verso lo studio e aprii il computer, trovai sotto alla tastiera la password e la utilizzai per entrarci accesi internet e cercai “negozi in Via G. Leopardi,15” la ricerca fu vana, così ritentai, “negozi+Via G. Leopardi” lì sì che trovai qualcosa, come previsto c’era solo un negozio e anche economico, si chiamava “La bottega”, ricercai altre informazioni, il proprietario era un certo Mario Chiavi, bassetto, robusto e praticamente calvo, aveva dei capelli che circondavano la sua testa, lasciando la fronte libera. Gli leggevo in faccia l’aria da delinquente, lo vedevo io che non era un tipo da fidarsi, scommetto che a lavoro tutti lo evitano.
Feci per chiudere definitivamente tutto visto che gli appunti già li avevo presi; quando vidi un file, il nome “progetto in atto” mi attirò e quindi lo aprii, dentro c’erano degli appunti, li lessi, c’erano le dimensioni della costruzione, un disegno ecc., c’era perfino scritto: “ chiedere il permesso a tutti per la costruzione”.
Ah, sì, sì certo, chiedere il permesso. Se l’avesse fatto, non sarebbe andato incontro a quella brutta fine. La presi quindi a ridere. Ma sentii piangere tra i tre primi scalini e mi sentii in colpa per la battuta fatta. Capii chi era e dissi:
- Mara. Ti prego, scusami; non era mia intenzione ferirti, scusami.
Restai con un muso lungo per un po’, sospirai e andai a consolarla, mi sedetti accanto a lei e misi una mano sulla schiena, pensavo di parlarle, ma forse questo le bastò come segno di “scusa”. Mi sentii talmente stupido che mi domandavo come mi ero permesso di fare così.
Lei si girò verso di me, mi abbracciò e pianse con la bocca aperta. La disperazione era per lei una ferita sempre aperta. Nessuno la poteva chiudere. Io condivisi l’abbraccio con lei e dissi una frase semplice:
- La speranza è sempre viva, non si sa mai, io ci credo...
Io avevo una cosa, una visione se si vuole così dire e quindi non mi disperai molto, però lei non la condivideva, non la conosceva neanche e quindi non mi capiva molto. Infondo ero in un altro mondo, forse mi sbagliavo a dare certe affermazioni, ma ritenevo vere le mie convinzioni e continuai ad abbracciarla forte e terminai quel momento dicendo:
- Vedrai, domani risolvo tutto, vedrai!
Non osai ne sorridere e ne piangere, le asciugai le lacrime e la accompagnai in camera, le mi propose di farle compagnia per tutta la notte e io non potevo rifiutare di certo, forse le serviva conforto ed io accettai.
Passata la notte con le sue braccia attorno alle mie, ci svegliammo. Lei mi disse:
- Scusa, scusami tanto.
Io lì su due piedi, beh insomma… le dissi:
- Figurati!
Ci salutammo così in quella strana mattinata. Eravamo entrambi sereni come una Pasqua, io corsi subito giù e lei a seguirmi, lei fece la colazione, ma io uscii e presi la macchina, lei corse a fermarmi ma troppo tardi, io ero già sulla diritta via. Andai al negozio “La bottega” cercai il signor Chiavi, lo trovai, non osai dire che ero un poliziotto, la reazione era ovvia, lui fuggiva, io lo rincorrevo, poi ci rinunciavo visto che sono un dannato fumatore, quindi, ond'evitare ciò, mi limitai ad una visita come un’altra.
Venni accompagnato al suo ufficio, una stanza media grande, con un tavolo quadrato al centro e due sedie comode, con uno schienale a cuscino e dei poggioli per le mani.
Mi misi subito comodo e tranquillo, e ho atteso che lui facesse la prima mossa, come a scacchi.
Così accadde, allo squillar di poche e semplici parole, mi si illuminò il viso, mi disse:
- A cosa devo questa sua visita?
Io restai un po’ a balbettare, ma poi presi in mano subito la situazione e dissi:
- Ha presente che si è pensata la costruzione di un altro supermercato?-
Lui mi guardò e rise:
- Io le faccio una domanda e lei mi ricambia con un’altra?!-
Beh, certo aveva ragione, era un po’ ridicolo:
- Ha ragione, ma mi risponda.
- Ebbene sì, lo so.
- E come ha reagito alla notizia?
- Beh…
- Beh?!
- Mi volevano mettere una concorrenza vicino, si rende conto?!
- Sì e allora?!
- E allora mi sono imbufalito, non stavo più nella pelle!
Okay, la storia era finalmente finita, il criminale, l’avevo trovato, almeno così sembrava. Volevo metterlo in prigione quel brutto verme schifoso! Ma purtroppo non potevo proprio, non stava nella pelle, ma perché scusa, cosa intendeva veramente? Nessuno poteva aiutarmi. Chiamai la polizia. Parlai con loro. Loro mi affermarono che era tutto apposto lui voleva l’aumento perché, chi ha la concorrenza vicino meritava un premio in denaro da spartire a suo piacere.
Siamo riuniti sulla stessa barca,
dove nebbia bagna
e Sole, solo pochi sfiora.
Dove un niente ci rende diversi,
dove il legno non è sol d’un tipo.
Siamo tutti sulla stessa barca,
da dove si senton più i lamenti
che gl’animali versi.
Siamo tutti riuniti sulla stessa barca,
dove terre son mosse
e a nuoto noi sedimenti.
Siamo sulla stessa barca,
da dove ci conviene uscire.
Il caso era risolto e tornai a casa, durante il pranzo. Raccontai tutto a Mara e lei, entusiasmata dal mio racconto, mi prese per le guance e mi diede un bacio sulla bocca, poi il sorriso di prima, si trasformò in una risata di gioia, rideva proprio di gusto, ed io con lei, ma restai in ogni modo, curioso per il gesto fatto. Le chiesi il perché del bacio e lei mi rispose con molta semplicità e chiarezza:
- Tu hai dato molto a me, per mio fratello. E’ giusto ricambiarti.
Non capii se intendeva con un bacio o con altro, ma vedevo che si era creato un clima di intimità tra noi due, così la guardai, le presi un polso e la dissi di sedersi, le raccontai sella mia vita precedente, come a me piace definirla, le raccontai della cose con le quali vivevamo, con ipocrisia, con violenza brutale, anche insensata e con una politica che pensava più a sé che al nostro popolo, quindi a noi, le raccontai che ormai l’amore da noi era completamente reso materiale e che l’aspetto era prima di tutto. Lei mi fermò dicendo:
- Ma tu sei bello
Beh, le dissi che c’erano altri più belli di me in quel mondo, ma le dissi che io avevo tutt’altra idealità, ritenevo che l’amore fosse importante e che il corpo fosse la maschera dell’anima, un mezzo di comunicazione tra noi uomini e che se siamo vivi, lo siamo per dare un messaggio a tutte le persone del mondo, cambiando il male in bene e il falso in vero, dando una pulizia al peggio e aiutando che è in difficoltà.
Al termine di questa chiacchierata, lei mi fissò attentamente e mi baciò con più passione di prima. Cademmo a terra, sul pavimento; ma ciò non la fermò, era ormai partita, voleva dimostrarmi qualcosa, però io la fermai, la allontanai spingendola per le spalle e le dissi:
- Scusa, ti ho detto da dove vengo, ho sofferto io per queste cose.
Lei capì, chinò il capo dispiaciuto e si scusò. Eppure devo ammettere che sia un bel momento, ma ci stavamo portando oltre. Non lo dovevo permettere, per il mio bene e per il suo. Ero in un altro mondo. Una nuova dimensione, per me. Una vera tragedia, non sapevo come tornare. Rimasi sveglio tutta la notte, nell’attesa che accadesse qualcosa di nuovo. Sentivo nell’aria che ci sarebbe stato un qualcosa di nuovo. Ma dovevo solo aspettare.
Uno squillo d’allarme
Arrivò la notte, erano le 23.41, iniziai a girare per tutta la cucina in cerca di alcolici per dimenticare il mio passato e il recente accaduto, per me, tragico. Tornare all’amore per me era ormai letale. Trovai una bottiglia di vino, presi il calice e ne versai fino all’orlo, dalla tensione che mi era venuta, lo buttai giù d’un sorso, poi ne versai un altro, era ormai all’inizio del calice, quando mi attaccai alla bottiglia, mi ci vollero pochi minuti, dalle 23.41, s’erano fatte le 23.50, di conseguenza, sentendomi solo leggermente sbronzo secondo ciò che desideravo ottenere, cercai altre bottiglie, trovai una bottiglia di “Amaro monte Negro”, presi a stento un bicchierino e lo posai al tavolo, lo riempii e lo bevvi tutto, guardai a che punto era la bottiglia, ma non ci capivo molto, accesi la luce. Era quasi alla fine, così l’appoggiai amorevolmente alle mie labbra e la rovesciai per finirla, ero disperato, anche se avevo finito un caso per me era come niente. La disperazione era molta e mi misi a piangere, ma quando pensavo ad un pianto semplice come un altro, mi misi ad urlare, aprii la porta e spaccai le bottiglie sulla strada, poi mollai un urlo di sofferenza, Mara, preoccupata, scese, mi vide in quelle condizioni; stavo entrando e lei salì metà delle scale, attese che io arrivai per scendere e parlarne.
Io arrivai, sì, certo, ma cercai subito una bottiglia di vino, ma una volta allungata la mano, eccomi sbilanciarmi e cadere in avanti. Mara vide la mia caduta e si avvicinò, mi prese con forza sulle ascelle e mi fede sedere.
Una volta ripreso, lei mi guardò, le dissi di avere caldo e lei mi tolse la camicia, io mi dimenavo, le dicevo che non serviva, che doveva ignorarmi, poi fui aggressivo, la spinsi via e le dissi con estrema cattiveria:
- Sei una femmina! Vattene da me!
Lei pianse, ma restò lì, pure piangente, mi riuscì a dire:
- Ma perché fai così? Io so come sei!
Da lì, io ritornai in me, non oso dire che ero più sbronzo, ma la mia mente aveva fatto mente locale per quel momento. Ero ferito dentro, peggio di prima, ma l’alcol mi giustificava pienamente.
Le feci un racconto totale della mia vita amorosa, era una tragedia, mi innamorai più volte, ma nessuna era vera o almeno piacevole. Le raccontai di Valentina e di tutte le altre che erano due o tre, insomma, in breve tempo le feci il riassunto di tutte loro.
Era per colpa di quelle ragazze se ora mi riduco così, mi sentivo un verme, ma l’amore era proprio un incubo per me. Lei stette zitta, non osò pronunciare nemmeno una parola, mi abbracciò.
- Così forse dovevo fare prima, così.
Mi accompagnò a letto e dormì nuovamente con me, nel suo letto.
Non so cosa avessi poi fatto in quella notte con lei, c’è sempre da stare attenti, ma mi fidavo di lei e credevo di averle fatto capire come la pensavo sull’amore: il vero amore non esiste! Questo diceva la mia mente, ogni volta che mi capitava di incontrarlo, non so se per difesa o altro, ma mi buttava giù.
Quella mattina, ancora col mal di testa per la nottata precedente, mi svegliai, presi scopa e palette ed iniziai a pulire i vetri della bottiglie. Arrivò il postino col giornale, mi misi a leggerlo, tanto non avevo niente da fere, quindi… perché no?!
Mara fece il caffè, ormai era una sua abitudine con me, entrai a casa e iniziai la mia giornata.
Non dimenticherò mai quell’accappatoio bianco che copriva il suo pigiama rosa, era bellissima.
Mi porse la tazzina e squillò il telefono, lei rispose, sorseggiai il caffè e mi disse:
- Caro, vogliono te.
Beh… io andai a rispondere, forse era importante. Era il sindaco, il quale diceva di voler fare una festa in mio onore, visto il mio arrivo e l’aiuto dato alla sua cittadina, dissi…:
-Sì, sì, ci sarò, grazie.
lei mi chiese cosa voleva e le dissi che si voleva fare una festa in mio onore o una cosa del genere. Finito così, finii il caffè e la salutai. Mi ricordai che mi aveva anche accennato di vederci per decidere il giorno, così rubai di nuovo la macchina alla Mara e scappai via. Una volta arrivato m’accomodai sulle poltroncine d’attesa ed aspettai.
Vidi uscire una persona con un sorriso falso, per me era inquietante, ma senza problemi, entrai, il Sindaco m’accolse. Era combaciante alla descrizione dell’aggressore, ma era più grosso. Non era lui l’assassino. Mi disse:
- Prego Carissimo, entra!
- Oh, grazie.
Mi misi proprio davanti a lui, ed ecco ripetuto un sorriso fasullo, doppia persona e doppio allarme.
Il Sindaco iniziò dicendo:
- Come saprai, qui non è casa tu.
- Sì, lo sapevo già, quindi?
- Beh, chi arriva qua, di solito non è come te.
- Che vorrebbe dire?!
- Eh! Tu hai aiutato, di solito chi arriva si nasconde, si diffida di noi.
- E perché?
- Non saprei…
- Allora la prego, arrivi al punto.
- Visto che lei ci ha aiutato, ritengo sia debito ringraziarla con una festa.-
Fu dunque una chiacchierata al mio classico, lui voleva una festa, io la accettai, li dissi che il 24 febbraio andava bene (dopo tre giorni) e ci salutammo.
Tornai a casa e mi buttai sul divanetto, domandai a Mara il telecomando per la TV, ci fu uno sguardo allucinante da parte sua:
- Tivù?! Telecomando?!
Oh Signore, apposto così, non sapeva nulla ed ero considerato come un matto, cavolo! Eppure dalle mie parti non si può fare almeno, per le partite, per i cartoni, i telefilm, i film, per i concerti registrati ecc., era strano, molto strano, così domandai:
- Niente TV?! E come passate voi il tempo?!
- Beh… noi facciamo feste, ci ingegniamo a fare creazioni utili…
- Di che tipo?!
- Beh… la Luna è abitata da un pezzo ad esempio
- La Luna?! Per noi è un sogno! Forte, che altro?!
- I nostri negozi sono universali!
- In che senso?
- Vendono tutto e sono tutti uguali, cambia solo il nome.
- Vendono tutto?!
- Sì. Dalle cose per la casa, ai vestiti, dagli elettro domestici fino…
- Ho capito, come le Bretelle da noi.
- E com’era?!
- Era grande e pieno di tutto.
- Allora sì.
Cavolo! Questo mondo aveva tutto.
- Vieni! Ti faccio vedere!
Devo dire, che vidi già un loro negozio, ma non mi sembrava contenere tutte queste cose.
Incuriosito, andai a vederlo con lei.
Il negozio si chiamava “Le tue Faville!”, entrammo.
Era picco da fuori, un negozietto da un piano, ma le scale mobili, invece di andare in su, ti portavano sempre più giù, ai lati altri scalini, ma sta volta in marmo, per decidere che piano scegliere, le scale mobili, si dividevano, ce ne erano ai lati per farti giare per il piano, o continuava ad andare con quella centrale, era una forza! I piani erano divisi in negozi, il primo piano per gli alimentari, il secondo per i vestiti, il terzo per gli elettro domestici, il quarto per le sigarette e per gli alcolici e, il quinto, l’ultimo, il piano per la musica, per gi strumenti dunque.
In fondo all’edificio, c’era l’ascensore.
La cosa che mi sorprese, era che tutti avevano un carrello personale, uno per ogni famiglia. Il carrello si poteva piegare, in basso, dove si posava la spesa, si piegava in due e lo si poteva bloccare, le ruote erano svitabili e si potevano cambiare, bastava andare in piano “tabaccheria” e domandare.
Quante figate! Mara, entusiasta, non smetteva più di farmi conoscere il suo paese, come se fossi nuovo pure per lei. Quasi mi sembrava soddisfatta di aver trovato come i nostri mondi fossero diversi, ma se voleva quello che credo, io non ci sarei rimasto, avevo il mio di mondo, la mia casa e la mia vita, non ero uno di loro, quindi non mi andava proprio di aggiungermi.
Devo ammettere che era forte il reparto eletto domestici, mi colpii parecchio quel tavolino circolare, si girava ed era perfino multiuso, potevi appendere i vestiti, ti davano perfino un cilindro col quale avvolgerlo e scaldare così i vestiti appoggiati. Mi diceva il commesso, che ci voleva circa cinque minuti ed era tutto asciutto, poi mi fece vedere per gli orecchini ecc, poteva tenere perfino degli spuntini per le feste, ah, che fissa!
Girava, così rendeva più comodo lo spostamento dei piatti, in caso uno non avesse più fame e volesse lasciarlo per un altro, seduto anche davanti a lui, senza imporre di alzare i piatti e passarli come metodo tradizionale richiedeva, dalle mie parti.
Il prezzo ammontava a € 29,90. Caspita, economico eh?! Anche se il mio pensiero era…:
L’orgoglio uccide l’uomo
perché all’eccesso non c’è fine,
si inizia sempre con un goccio
ma ad un passo per l’esagerazione.
Perché l’aria macchiar di chine
se la mente dell’uomo è di coccio?
Andai da Mara e le chiesi perché una sciccheria del genere veniva a costare così poco, mentre a me sembrava impossibile, lei mi rispose semplicemente:
- Perché qui, tutti guadagnano lo gli stessi soldi.
Mi chiesi, impossibile!
-E com’è possibile questo?!- Continuai per chiarire l’argomento.
Mi raccontò, che i soldi venivano portati da un carro blindato, poi divisi equamente e se uno riceveva dei soldi, con quelli doveva compresi qualcosa, poiché non erano suoi di origine, continuò dicendo, che più cose compri in un negozio e più le persone sono solidali con te quando avrai bisogno, era “un fatto ovvio” secondo lei, ma io rimasi sconvolto. Per quanto ovvio poteva sembrare anche a me, non accettavo questa stranezza, questo voleva dire che tutti lavoravano! Ebbene sì, lavoravano tutti, agenti assicurativi, commercianti, meccanici, autisti di autobus, ecc. tutti avevano un posto di lavoro.
Tutti?! mi rivolsi nuovamente a Mara dicendole:
- Lavorano proprio tutti quindi o no?!
- Sì, tutti perché?
- E i più giovani?!
- Beh… a loro ci pensano i più anziani, li insegnano.
- E la scuola?!
Lì la scuola era diversa, non c’era specializzazione di alcun genere, ma si insegnava storia, anno per anno si sapeva tutta la storia del mondo, dai dinosauri a oggi, tutti sapevano tutto, chiunque studiava e chi non aveva voglia lo diceva, ma così doveva restare a casa e studiare con l’aiuto di un “tutore scolastico”, così venivano chiamati. Molto approfondita era la matematica e l’italiano. Le scienze erano diverse, le andai ad assistere, il giorno dopo per togliermi lo sfizio, vidi i bimbi che imparavano come funzionava la Natura, quindi le piante, gli animali ecc., alle medie si scoprivano le teorie, quindi non cosa, ma come Einstein ha scoperto la sua teoria famosa, ma come lui ogni altro, uno per ogni anno; in questo modo, alcuni che si sentivano interessati, venivano stimolati a creare nuove invenzioni, come quel tavolino che ho detto prima, il tutto era molto interessante, devo ammetterlo.
Camminai verso la macchina pensando: parcella uguale per tutti, posta inesistente, solo posta elettronica, giro continuo di soldi, cultura avanzata per tutti, sostegno a chi era più in difficoltà, giustizia prima a sé che agli altri, onestà completa con tutti, prezzi bassi, era tutto perfetto! Vuoi vedere che non è finita qui?! Ed, infatti, per strada c’erano solo autobus, o macchine veramente utili per il lavoro, chi non usava la macchina perché aveva destinazioni vicine da casa o era minorenne, usava delle biciclette e i motorini erano solo per io maggiorenni. Le macchine in circolo erano: macchine della polizia, autobus, agenti assicurativi per auto bici e moto, o quelle di chi lavorava per le agenzie di viaggio; i venditori, i ragazzi, le madri che andavano a fare la spesa, ecc.
Ora che lo sapevo, non dovevo più usare la macchina di Mara, se non per lavoro e capivo quelli che restavano lontani da questo “nuovo mondo”, a differenza mia che mi sono imbattuto a conoscerlo. Era tutto perfetto e volli capire il perché, così andai in biblioteca, si trovava molto vicino alla scuola. Così ci andai a piedi. Entrai. La bibliotecaria era buffa. Era bassa. Una pila di dieci libri le poteva coprire il suo anziano viso. Le chiesi dei libri sulla filosofia. La loro, era intesa:
- Sì aspetti qui.- La sua voce era strana e divertente. Era bassa e squillante, s’intonava perfettamente a lei.
Me ne portò cinque, li lessi, ne vidi uno interessante, si chiamava “Mondi a Confronto”, una parte parlava del mio pianeta e diceva “ l’uomo di qui, è un essere insignificante per l’universo, poiché non ha fatto nulla per il mondo, ma ha sempre pensato a se.” Bastava solo pensare ai nostri politici, che pensavano al loro guadagno e che fosse più elevato degli altri, ma poi continuava dicendo “ lui ha le capacità per migliorare il mondo e ciò che li succederà, può addirittura prevedere le cose, ma si è fatto finto e truffatore, ipocrita e falso, si può dire dunque, che è nato pigro; poiché utilizza solo una parte del suo cervello e, chi doveva insegnare a loro, è purtroppo morto prima di saperlo.” Si riferiva di sicuro al famoso Leonardo Da Vici, il mito, un idolo per tutti noi. Beh, quanto pare l’uomo, (chi come me), è capace di: prevedere il futuro, fare creazioni che possono superare noi stessi, migliorare il mondo ed essere in pace con tutti, ma non è così, ma è anche vero che la dimensione in qui io mi trovo, non ha tutto pure lei, sembra aver rinunciato democraticamente a prevedere l’indomani, in effetti, non sarebbe una gran bella cosa, ma non poteva essere perfetto questo mondo e una schifezza completa il mio, perché scusa! La cosa mi scosse, mi arrabbiai parecchio con ciò che era scritto in quel libro e volli chiuderlo, lasciarlo lì e andarmene; così feci, m’incamminai verso la macchina e riflettei, preso dal nervoso, afferrai il volante, detti un giro ci chiave e subito tornai a casa, desideravo discutere con Mara un attimo. Era da tempo ormai che non fumavo più una sigaretta, così volli iniziare in una maniera: entrare a casa, sedermi e poi subito alzarmi salutare e dire “Ciao Mara sono a casa! Esco un attimo a fumare se vuoi sai dove sono.” Così feci e mi accesi una sigaretta, una “Lucky Strike”, le mie preferite.
Fumando mi misi a riflettere, noi, l’uomo che abitava dalle mie parti, era un selvaggio e nulla lo negava, ma il fatto che avrebbe delle doti particolari che non sfrutta, qui ero incerto, quindi lasciai l’interrogativo e andai alla parte delle invenzioni, fare delle invenzioni grandi ed importanti per il mondo e migliorarlo con esse, pensai alla macchina, alle matite, al motorino, ai camion, alle ambulanze e a tutte quelle cose che, anche se utili in parte, per la nostra natura erano dannose per in nostro stesso pianeta. Possiamo vedere come basta la nostra conoscenza su qualcosa per approfittarcene. E’ ridicolo vedere come ci attacchiamo ai soldi e a tutto ciò che luccica come l’oro. Tutto ciò, ci rende avidi e deboli davanti alla vita. È incredibile vedere poi, come può bastare la crisi economica per morire di fame in ogni famiglia. E come il popolo giudica un politico mentre lui stesso lo ha votato, giudicandolo di essere un falso, un calcolatore, un manipolatore e un riccone egoista ed egocentrico. Tutto ciò è pienamente ridicolo, mi viene da pensare “Ma a dove siamo arrivati!” beh, tutto questo doveva essere un incubo, proprio un incubo sì, non poteva essere che esisteva un popolo superiore al nostro, poi noi avremmo dovuto imparare da loro, ma noi uomini siamo sempre stati superbi, volevamo essere i padroni di un qualcosa, anche di un impero o perfino di una tribù, come nell’antica Roma, pure tutt’ora ci sentiamo il bisogno di essere comandati o controllati, è come se da appena nati venissimo cresciuti con un lavaggio della testa e tutto ci fa dire: “ la nostra Nazione funziona così, il commercio colà e il potere, sono i soldi.” Questa è la nostra maniera di vedere la vita.
Rilasciai tutta questa riflessione alla mia carissima Mara, e lei disse:
- Per noi il “lavaggio di cervello” è…
- Qual è?
- È: “ La storia non smetterà mai di esserci, a noi resta migliorarla.!-
Caspita, te pareva pure questa! Loro ci superano in tutto!pure in questo! Mi prese il nervoso, uscii, andai a farmi una passeggiata, sfilai ancora una sigaretta e mi ritrovai al bar, con un gruzzoletto di €23,00 quanto pare potevo farmi una bevuta.
Presi un alcolico e spesi solo €3,10, lo presi come uno scherzo, così ne presi di più forti, mi restavano solo €20,00. Una volta raccolti, li misi in fila e li buttai tutti giù, poi da sbronzo dissi al barista:
- Barista, barista!
- Chiamami Jek
- Che palle… Jek!
- Dimmi.
- Com’è possibile che il Q.I. vostro sia così sviluppato?
- Beh. Tu da dove vieni?
- Dalla Terra.
- Qual è la lettera maiuscola nel nome?
Come?! Che domanda era questa?!
- la prima ovvio!
Lui continuò dicendo:
- Per quanto a te sembri ovvio, non lo è così tanto.
- In che senso scusa?
- Questo non è il tuo mondo, vero?
- No… ma questo mondo come si chiama?
- Questo?! Terra, ma la lettera maiuscola è l’ultima!
- E questo che vuol dire?
- Vallo a scoprire! A scuola me lo avevamo spiegato, ma non mi ricordo.
Quanto pare dovevo farmi un mio parere, o domandare a chi era più istruito, tornai verso 1.30 di notte, il barista Jek, mi diede un passaggio con la sua bicicletta, aveva un sellino dietro e tanti altri, per portare in giro gli sbronzi, molto utile, arrivato a casa, entrai, spalancai la porta e Jek tornò a casa sua.
Una volta aperta la porta, urlai:
- Mara! Amore mio! Sono arrivato a casa!
Poi mi resi conto del foglietto sul retro della porta, diceva “scusa se non ti ho avvertito o se non te lo avevo mai detto, ma sono in ospedale per lavorare, io faccio l’infermiera. Sono restata a casa per lutto, il mio capo ha aderito a questa regola del lutto. Non so quando tornerò a casa, ma tu attendimi, c’è della pasta se vuoi.”
Pasta?! Se voglio?! Avrei tanto voluto che lei avesse sentito la frase di prima, era perfetta, ci tenevo a dirgliela. Peccato che solo da sbronzo sono riuscito a dirgliela fin’ora.
Mi buttai a dormire sul divano, appena Mara arrivò, mi mise la coperta sopra, poi, andò a letto suo.
Quando ci svegliammo, i nostri occhi si unisero come in un bacio, io e lei, lei ed io, come se non ci fosse nessuno, io balbettai cose del tipo:
- Aaaaaa…. Maraaaaa… iooooo…. Eh, ioooo….
Niente, non ci riuscivo proprio a dirglielo, eppure la amavo, ma quando io presi il respiro decisivo per dirlo, eccovi bussare alla porta, niente popò di meno che, l’ex collega della mia vittima, il signor… non lo sapevo ancora il suo nome. Ma Mara nel vederlo lo accolse con un:
- Michele…! Ben venuto, entra pure dai.
Da lì non avevo dubbi, li dissi… sì, sì, si accomodi, la prego, mi dica pure tutto.
Lui si sedette, aprì un sorriso aperto e disse:
- Ragazzi! Indovinate, dopo la soluzione del caso, cosa si farà?
- Beh, niente.- dissi io - Che vuoi farci, niente. – Continuai.
- E invece il progetto andrà avanti!
Quanto pare aveva un collega anziano ad insegnargli, non so. Poi resto per dieci minuti a guardare davanti a sé, poi spalancò lo sguardo e disse:
- Amaretto mio, spero che sei felice, non spaventarti, tranquilla.-
Oltre al suo volto impallidito e la sua confusione che la fece svenire, guardai Michele e dissi:
- Ma ti rendi conto di quello che hai fatto?!
- Non l’ ho fatto apposta, ma non potevo morire ancora.
- E perché scusa?! Per il progetto?!
- Esatto.
Persi le gambe di Mara e, appena ripresa dissi:
- Amore, hai presente quando ti dicevo di non perdere mai la speranza?
- Sì, allora?
- Tuo fratello si ritrova in lui, dentro Michele.
Il suo volto, da ripreso, tornò stordito, poi la feci sedere sulla sedia e le spiegai: quando una persona muore, ma prima di quando doveva morire, ritorna comunque in vita, il suo spirito vaga ed entra dove ritiene giusto entrare, per concludere ciò che ha lasciato in sospeso, visto che era il suo scopo, così, suo fratello era “tornato in vita”.
- Quindi Michele deve restare da noi?- mi disse incuriosita e preoccupata
- Solo se lo ritieni giusto.- le risposi.
In conclusione, ci ritrovammo con un inquilino in più.
Michele mi fece vedere il progetto, era un negozio molto grande, era lungo, con le estremità circolari ed un corridoio centrale da dove si entrava, sul corridoio c’erano i bagni, mentre, di solito, erano solo per i dipendenti, ora erano diventati pubblici. Apprezzavo moltissimo questa sua innovazione altruista, ed il progetto era bellissimo per me, un negozio tutto in ferro e vetro, un po’ rischioso, ma veramente straordinario, i bagni erano coperti dal ferro, il resto era completamente rivestito in vetro, sia sopra che sotto, la parte che finiva sotto terra, intendo dire. Il futuro negozio era molto grande, eppure aveva gli stessi piani; quindi chiesi il perché e lui mi disse:
- una parte è per la zona ricreativa, l’altra, per la vendita.
cavolo, tutto aveva una risposta, un negozio che era sia un fabbrica non inquinante e sia un vero e proprio centro commerciale, era una forza!
Beh, venni chiamato poi dalla polizia, dicevano una cosa al proposito di un caso da risolvere, un “problema complesso”, quindi andai di corsa, presi la macchina e andai da loro.
Domandai dov’era il capo e mi trovai nel suo studio, poi chiesi quale era il caso. Mi fece vedere un gioco da tavolo, mise le pedine e mi disse:
- Ora risolvilo.
Lo presi come uno scherzo, e lasciai una risata divertita, poi vidi arrivare altri colleghi, ognuno aveva della carte in mano, degli indizi, poi vidi la vittima, era un pupazzetto di cartone disteso, senza un piedistallo, a differenza degli altri, li sanguinava il cuore, sentii gli indizi ed erano:
- Sono la cameriera e vengo pagato poco.
- Sono il figlio, mi sono dato alla droga e mio padre mi odia.
- Sono il giardiniere e lo servo da anni ormai.
- Sono la moglie e ha scoperto che lo tradivo.
- Sono la figlia e non accetta che mio moroso sia di colore.
- Sono il maggiordomo e lui non mi rispetta.
mamma mia, avevo già capito, ma ero incerto. La mia deduzione era quasi ovvia, iniziai già a dedurre che il movente era di livello affettivo-sentimentale, colui che si avvicinava di più era la moglie, la moglie faceva le corna al marito, ma con chi? Restava da scoprirlo, quindi vidi se tra le persone ci fosse qualcuno di valido, ed era il giardiniere, poiché, non aveva motivi validi per aggredire la vittima, ma la moglie, in quanto sposata con suo marito, anche se per le corna, non lo avrebbe mai ammazzato, quindi, e se fosse stata la cameriera? Questo quesito mi risultava importante, così chiesi:
- I servitori di questa famiglia, erano parenti tra loro?
la risposta era positiva, quindi ci riflettei un attimo, la soluzione mi venne come un lampo, il maggiordomo odiava il suo “padrone” per il mancato rispetto, sua figli, la cameriera li aveva riferito tutto e, sentendo di poter avere finalmente un po’ di potere, uccise il marito della signora per lasciare che i due, suo figlio maggiore e la signora, si potessero mettere uniti in matrimonio, ponendo così fine alla loro sofferenza. Però il maggiordomo sarebbe stato molto classico, di solito era sempre lui l’aggressore.
Una volta riferita la vicenda, mi fissai a guardarli, udii un applauso caloroso, avevo risolto tutta la faccenda, ma il capo notò la mia incredulità, mi chiese perché mi sentivo così, avevo risolto un altro caso infondo, li dissi che da noi la colpa era sempre del maggiordomo; però da loro, di solito, era sempre la cameriera che, andava a tetto con il suo padrone, ma poi lo uccideva perché quest’ultimo lo stava andando a dire alla propria moglie, così da prenderne una nuova e divertirsi ancora senza doverle dare soldi in più. Continuò dicendo che una volta c’erano molte villette con questa situazione, ora ne restano solo cinque sperse in tutta Italia.
- Italia?!- dissi spaesato in quel momento,
- Sì, Italia caro mio!
Quindi mi trovavo non solo in un mondo parallelo, ma l’esatto opposto del mio. Calma, calma, ragioniamo un secondo solo, il mio mondo deve prendere esempio da se stesso in versione capovolta?! Era assurdo! Eppure avrebbe dovuto fare così, certo, ci sarebbero dovute essere altre doti per noi, ma dovevamo sfruttarle interamente, questo mondo poteva farci impazzire, questo è poco, ma sicuro.
Quel fatto, era considerato come un esame della polizia e lo passai, quello che ora mi dovrò fare, è un esame di coscienza.
A casa mi attendeva Michele e forse, anche Mara, per togliermi lo sfizio, tornai per trovarli, vidi sedie sparse, luce accesa, la cucina era soqquadro, bene, vidi scendere dalle scale Mara, con un pigiama che provocava il mio sguardo solamente a vederla, mi guardò come desiderarmi e mi disse con voce accattivante:
- Tu sei il mio uomo, vieni con me, adesso.
Io mi avvicinai, mi prese la cravatta, classica rossa e rosso bordò, e mi tirò fino in camera, mi spinse dentro, chiuse a chiave la porta e si buttò a letto, e disse:
- Vieni qui da me.
Cavolo, pensai “qui gatta ci cova”, immaginavo a cosa volle fare, a che puntava quindi. Ma non seppi più che fare, così mi lasciai andare e le diedi il “comando”.
Dopo una nottata con lei, mi ritrovai in piedi, con una divisa nuova, appesa sulla sedia, che amarezza avere un segno di appartenenza a quel mondo, messo lì, poi per il famoso giorno di incontro col sindaco che avrei incontrato oggi stesso verso le 19.30. strinsi fortemente la divisa e guardai l’ultimo scalino che le restava da fare, per venire in salotto, che si trovava di fronte alla cucina, però vide il mio dispiacere che manifestavo in viso e si rese conto che qualcosa non andava. S’avvicinò e cercò di darmi conforto, sentivo la mano sulla mia spalla destra e lei alle spalle che mi parlava, ma ero accecato dall’ira, che riuscivo a sentire solo “ti amo”, “lascia”, “ascolta” o l’ultimo “Ti amerò comunque”. Non ci capivo nulla, ma mi vedevo risucchiare involontariamente in un qualcosa in cui non volevo entrare, questo mondo non era mio! Al diavolo tutto il discorso dell’intelligenza o di bellezza e pace globale perché vissuta diversamente! Per noi la “globalizazzione” voleva dire che tutti gli Stati restavano in comunicazione tra loro, ma non era realizzabile, poiché noi restiamo fissati col discorso del potere personale, noi eravamo malati di egoismo verso noi stessi, loro invece no! la globalizazzione per loro era “pace in ogni regione per una pace nazionale e mondiale”. Era odioso vedere come la ragione stava da una parte ed il torto dall’altra, la perfezione mi riempii gli occhi di rabbia e gelosia, volevo strappare il “dono” ricevuto, perché sgradito, stavo per avere un figlio, ma era l’unione di due mondi, due mondi diversi, non comunicanti tra loro, poi non eravamo neanche sposati! Era la fine per me, per me e per il mio mondo che avevo in testa, vidi crollare tutti i ponti costruiti, mancava poco e rischiavo un attacco di depressione totale, così, per evitarlo, andai da Mara e dissi:
- Mara, come credi di continuare con noi?!
Lei mi guardò, mi fissò e, sorridendo accennò delle cose tipo… “io ti amo, l’amore non ha mai avuto confini qui da noi. Voi credete che noi siamo diversi, che forse siamo migliori, ebbene ti sbagli, ogni volta che si usa la macchina, per andare nelle diverse destinazioni, c’è sempre qualcosina da aggiustare appena si torna a casa, noi non abbiamo meccanici, ci arrangiamo da soli, certo, forse ti fidi più di te che degli altri perché forse loro (i meccanici), lo fanno solo per soldi, ma è scomodo doversi distendere e andare sotto alla macchina ogni santo giorno!”
- Con questo che vuoi dire?!
Lei, con un lacrima all’occhio sinistro, rivolto verso di me, mi spiegò il discorso; praticamente mi voleva dire che non esisterà mai la perfezione assoluta, per via di una frase imparata fra i banchi di scuola “La perfezione assoluta genera solo altra perfezione assoluta, ma l’uomo resta imperfetto e la perfezione se la illude solamente.”
Caspita, passai un’ora a discutere con lei e, conclusione nostra: “L’uomo è imperfezione, di conseguenza, ciò che crea è imperfetto. Per quanto questo mondo mi possa illudere d’essere perfetto, non lo sarà mai abbastanza, poiché è vissuto, pure questo, da uomini.”
L’uomo, non è altro che una basti che ha il cervello; ma è il suo cervello, quindi l’intelligenza la sua arma di distruzione, per sé e/o per gli altri, bastava studiarla, conoscerla e saperla maneggiare bene come si desidera. L’uomo non è altro che un poveraccio, nato modesto e debole; ma ora risulta, essere intelligente; mentre, lui stesso, non nota la sua imperfezione, calcolandosi più grande e potente, dimenticando la sua umanità ed abbracciando una parte più grande che li dà grandezza morale e quindi assoluta per tutti. l’uomo non potrà cambiare mai totalmente, ma, come loro del pianeta terrA, potrebbe migliorarsi. Imparando a restare sulle proprie e non ritrovarsi con tutta la famiglia e sparlare di tutti solo per ritenersi superiori. Imparando ad essere più altruisti, considerando che c’è bisogno di tutti per andare avanti. Imparando, che i soldi servono solo per soddisfare esigenze di tutti e il lavoro che si esegue è comunque essenziale per tutti. imparando inoltre, che non serve un politico assoluto in ogni Nazione, ma ne basta uno in ogni regione e comune, la loro struttura era diversa, lo deducevo da come giravano le cose in quel posto. Iniziavo ad odiare il mio paese d’origine, ma potevo comunque migliorarlo un giorno, intanto mi dovevo vestire e prepararmi mentalmente per la festa.
Mentre mi stavo mettendo i pantaloni blu scuri con strisce verdi, mi domandai “E Michele?!” così domandai a Mara che fine aveva fatto:
- È andato da un suo amico, l’abito lo ha portato lui.
Però, ma che ci sia questa sera? Così lo ringrazio col pensiero, anche se il motivo che io collegavo, non era sano agli occhi miei. La festa sarebbe stata questa sera alle 19.30 in un edificio che diventerà un luogo per i genitori. Lì si insegnerà loro come fare con i propri figli. Ad insegnare saranno degli educatori. Per un sostegno più grande, ci saranno anche alcuni psicologi. Sarà un bellissimo edificio, lì vicino, inoltre, c’è la chiesa, così che il don potesse venire per alcuni incontri e fare catechismo ai ragazzi. Tutto questo lo venni a sapere perché Mara mi disse tutto.
Una cena senza botto
Dopo una chiamata di ringraziamenti a Michele, Mara mi attaccò al muro con un bacio che sapeva di eternità, quello che provava lei credevo di condividerlo, la paura restava, quella d’innamorarmi e poi ritrovarmi ancora a piedi e sentirmi una nullità, forse dovevo solo buttarmi e vivere la nostra avventura, se così la si desidera chiamare, ovvio.
Per me non era una semplice avventura, come quella passata a letto con lei, andava oltre, forse tra noi nascerà una vera e propria pianta, dopo il seme piantato quella stessa sera.
Non so dove ci avrebbe portato questo, ma lei, lo rese sicuro e rigido.
Ero nel panico, sembrava verosimile che avevo trovato una persona che mi è riuscita a domare senza che io me ne sia accorto, mi ha domato come un cavallo selvaggio; ero selvaggio, i miei sentimenti erano sconsiderati, non avevo una pace interiore e avevo un vuoto dentro, quello stesso vuoto che lei mi ha riempito.
Strinsi i pugni, ero a poco per piangere, strinsi i denti e la guardai, le fissai gli occhi e l’afferrai saldamente le spalle, continuai a fissarla e le dissi:
- Basta con questa falsa, dove vuoi arrivare con me?!
Lei mi guardò quasi disperata, e con un tono straziante mi disse:
- Ma non ti ricordi?! Non lo noti?! Tra noi c’è amore!
Io respirai come per rispondere, ma non trovai le parole giuste da dirle, Mara era stupenda, era bellissima, ma per quanto potevo dire di amarla, sapevo che mi sarebbe stato difficile crederci fino in fondo.
Calò la sera e mi misi a riflettere tutto il tempo, dovevo indagare, indagavo sui miei sentimenti e sui suoi, per vedere come sarebbe andata a finire, riflettei: verità porta a verità e la sua sincerità mi convince, si è ferita prima per la mia maniera di distanziarla la sua affettività verso di me. Conclusione: lei gioisce con me; nel vedermi ogni giorno e, ora che mi conosce e sapeva che l’uomo della sua vita esisteva, non c’era scampo per me, al cuore non si comanda, ma il mio doveva basarsi su prove concrete per dire la sua accusa di aversi ucciso per amore, una volta riconosciuta la sua colpa di non aver mai amato per anni e anni, restando solo e senza affetto.
Dopo una breve riflessione con occhi fissi verso di me, dopo un breve esame della situazione, riconobbi che il mio era stato un periodo veramente buio, una galleria e, l’uscita era finalmente vicina a me, a farsi vedere davanti ai miei occhi marroni, colore umile, come lo sguardo che mostrai a Mara.
Si erano fatte già le 18.10, mancava un’ora e venti minuti per la festa della città, gli occhi di Mara richiedevano una risposta, avrebbe detestato lasciarmi senza un mio parere sincero ed onesto. Così, camminai tranquillo verso di lei, come se le volessi dire che non avevo paura e che lei non doveva averne, feci per abbracciarla, ma poteva leggere questo mio gesto come un “restiamo amici” e io avrei perso la mia di risposta, quindi le diedi un bacio, il bacio mi portò ad una sensazione reale, quasi tangibile, era tutto come volevo e solo in quel momento. Vidi solo me e lei, in un posto stupendo, gli occhi chiusi mi permettevano di immaginarmi tutto, c’era il sole che splendeva, mi sembrava accarezzare il mio viso col suo calore, il prato era verde, brillava e mostrava chiarezza, il sole faceva riflettere la bontà della Natura e lei mi sorrideva, quanto pare il tutto mi sorrideva, il mondo mio era tornato a vivere.
Staccai le labbra dalle sue, finì tutto, ma mi aiutò a capire.
Non era un bacio ipocrita senza significato e stimoli per darlo, era un bacio che racchiudeva in sé un mondo, il mio mondo condiviso col lei, io ero l’erba e lei il sole, io, da arido ero tornato a vivere e lei splendeva di gioia, eravamo solo noi, in quel prato esteso e ricco di vita, la purezza era ampia e io, l’erba, ero chiaro, come la chiarezza che mi diede finalmente quel bacio.
Nello stomaco sentivo gioia, il mio volto, era illuminato, il mio sorriso, colmo di messaggi per lei, le mie mani cercavano le sue, ormai era chiaro, la amavo ed il figlio nel suo grembo, era veramente il mio.
La guardai, le fissai le labbra, mi diede un bacio a stampo e io le dissi:
- Ti Amo.
Poi basta, parlavano solo i nostri sorrisi per noi, lei era entusiasta ed io ero al settimo celo, andammo di corsa in macchina e mi portò nel suo posto “segreto”, dove spesso si metteva per vedere il tramonto, nell’attesa di incontrarmi, passammo un bel momento insieme, era tipo un colle, ma piccolo, ai confini della ormai nostra Regione.
Il sole calava velocemente con lei al mio fianco, anche se decidemmo spontaneamente di passarlo in silenzio, nessuno parlava, lei fissava il sole ed io con lei, in quel momento magico.
Arrivò con gran fretta, l’ora della cena, erano le 19.30 ed eravamo dunque in ritardo, ma per noi non era un problema, prendemmo la macchina e arrivammo a destinazione, una volta arrivati si erano fatte già le 19.45, ma poco male, arrivati noi, mancavano comunque alcune persone.
Scesi dalla macchina, diedi la mano al Sindaco e ad altre persone lì presenti, erano tutti intellettuali o scienziati, alcuni dottori e altri comuni cittadini, ma Michele non lo vedevo. Il Sindaco mi fece sedere accanto a lui, anzi, ce lo avevo proprio di fronte, alla mia destra un gruppetto di scienziati e gli intellettuali alla mia sinistra, passai quella parte della serata a ridere e a scherzare, ma poi decisi di approfittare della conoscenza altrui per capire meglio il posto dove mi trovavo, ritenevo corretto sapere la verità, così iniziai con un:
- Perché qui si chiama terrA con la “a” maiuscola?
Gli intellettuali mi guardavano e si misero a ridere, erano tutte risate molto offensive, ma le ignorai per sentire la risposta, anche se mi sentivo ferito e considerato come uno stupido, ma mostrai un volto serio per affrontarli tutti e dissi:
- Allora?! C’è un motivo o no?!
Guarda caso mi rispose il più giovane che aveva un anno e mezzo in meno di me, giusto per farmi evidenziare la mia ignoranza, si chiamava Giovanni capelli corti, castani, viso leggermente ovale, indossava degli occhiali con una montatura fina e argentata, le lenti erano ovali e la sua voce era giovane, ma mi era straziante per il significato che mi sembrava voler significare per loro, la risposta mi fu data, Giovanni mi rispose:
- Come spero tu sappia, la Terra è in continuo sviluppo e, da ora, resterà tale.-
- Cosa?!
- Sì, questo è l’ultimo stadio della Terra, la “a” è maiuscola per dire “fine”
- Scusa, ma in che anno siamo qui?!
- Questo è l’anno 4000 e, nel 4012, finirà il Mondo.-
Avevo solo una parola per definirli, erano tutti dei “montati”, quindi non solo nel mio mondo c’erano degli errori a livello mentale, lasciai un sorrisetto come compiaciuto, un po’ maleducato, ma s’intonava bene a dire che, per me, era una bella sfida, così andai avanti a dire:
- Così sono nel futuro?
- Esatto, da lei, che anno era per esempio?
- Era il 2010!
- Quindi era nel pianeta teRra.
Perfetto, questa discussione con Giovanni mi risultò perfetta, ero già a metà del lavoro, ma mancavano delle tessere per capire come possa essere cambiato tutto così radicalmente, se questo era il futuro del mio mondo, non ero in una dimensione parallela ma il mio barista mi ha messo in una macchina del tempo, ma quello era un portale e quindi?! Non mi era chiaro, ma credo lo abbiano voluto fare loro, mi sarei fatto amico uno degli scienziati verso la fine della serata, ora toccava al Sindaco rispondermi, la domanda a lui fu:
- Se questo è il futuro del mio mondo, perché è così diverso?
Il Sindaco cambiò discorso e mi disse:
- Come ti trovi qui?
io lo guardai e dissi:
- Io le ho fatto una domanda, mi risponda.
Lui mi guardò, mi riguardò e poi disse:
- Seguimi.
Io andai con lui, mi portò nel balcone di quella residenza, sotto ai piedi c’era un semicerchio in marmo e attorno dei ghirigori in stile antico, fatti in porcellana, il sig. Sindaco mi guardò e mi chiese.
- È bello questo posto, vero?
Io risposi di sì, ma come sempre, non capivo dove voleva arrivare, quindi li lasciai subito la parola e lui continuò dicendo:
- Esatto, è bellissimo, però è delicato.
Li dissi chiaramente una volta per tutte:
- Arriva al punto.- cercando di essere il più cortese possibile, ma non sentivo nulla di buono.
- Ebbene sì, questo è un mondo bellissimo, ma ha richiesto sacrifici.
Mi venivano delle domande da fare ancora, tipo “che centra con questo bancone?”, ma l’arrivo del suo discorso era chiaro ed io andai via seccato dalla conversazione appena conclusa, almeno per me.
Entrambi, andammo a sederci, io rimasi scocciato per lui, ma lui era allarmato, uno scienziato era venuto ad origliarci, così schioccò le dita alle sue guardie del corpo ed indicò Sandro, uno scienziato di cui provavo una certa simpatia. Il Sindaco, cercò di far finta di nulla e inghiottì la fetta di carne che aveva appena tagliato. Della sua missione già eseguita, che io chiamo “cambiamento totale”, sembrava fosse conosciuta solo dagli scienziati e dai militari, visto che le guardie del corpo del Sindaco sembravano provenire dall’esercito, gli scienziati erano solo gli inventori dei portali del tempo, quelli che mi hanno portato fin qui, forse avevo una missione e forse, era appena iniziata.
Nuova vita e imminente speranza
Guardai il sindaco in continuazione, con faccia come se schifata dalla sua presenza, poi lo invitai a parlare ancora in privato e li faci notare una cosa:
- Ricordi la Costituzione?
- È stata bruciata.
- Bruciata?!
- Esatto!
- Dimmi, che hai fatto per cambiare tutto?
- È bastato farmi eleggere.
- E poi?!
- Poi i militari hanno ricevuto il loro comando.
- Quale?!
- Quello di uccidere le persone della generazione prossima alla morte.
Mollai un sorrisetto quasi da sfottere, poi dissi:
- Pure i genitori scommetto.
- Quelli dopo.
Lui era serio ed io sempre più arrabbiato per la sua arroganza, lo volevo morto per cambiare la mentalità del popolo e far sì che sappia la verità, Mara era vicino a noi questa volta e stupita, si mise una mano davanti alla bocca, poi mi prese il polso destro e mi condusse lontano e, a bassa voce, mi disse:
- Ma sai come funziona ora qua per rimediare?
- Come?!
- Gli anziani in ospedale che moriranno tra breve, hanno dei diritti.
- Quali?
- Possono farlo per l’ultima volta prima di lasciarci, poi noi abortiamo.
Ah! lei mi ha messo il sesso come la cosa che sta al primo posto della vita umana, l’unico senso per vivere, ma non è così, pure questo mondo non mi calzava più bene. Prima era bellissimo e stupendo, ora è solamente un’altra ipocrisia in un nuovo mondo, anche se è lo stesso.
Tra me e lei, ci fu un lieve disaccordo, a lei sembrava piacere che con i suoi pazienti si doveva “prostituire”, ma a me no e volevo lottare contro questa ingiustizia.
Lei mi raccontò che, ad imporre questa regola, fu un militare che aveva perso gambe e braccia e voleva solo provare un po’ di estasi prima della morte, così si volle desiderare donarla a tutti, ma ora che sapeva la storia, aveva capito tutto, riuscì a comprendere il mio stato emotivo di quel momento, così mi diede un piccolo abbraccio, seguito a un bacio, per calmarmi, lei aveva capito che le sue labbra erano come droga per me, io pensai in silenzio, che lei fosse in complotto con il Sindaco e volesse solo farmi tacere, ma si sbagliava di grosso, io sarei restato fermo sulla mia posizione.
Il Sindaco ci vide baciare e se ne approfittò per raggiungerci e dire:
- Bene! Guarda che futura coppia di sposini!
Non domandatemi il perché, ma aveva un sorriso stampato in faccia, non si poteva intristire, a mio parere, era un pagliaccio che cercava di cambiare pagina con me, ma era in grosso errore. Noi, io e Mara, scappammo via, come se fosse indesiderata la venuta del Sindaco, per me lo era, ma per lei? Non ci pensai, in quel momento ero troppo concentrato a riflettere sul Sindaco e sulle sue reali intenzioni, che mi volesse corrompere?! Tante domande con le loro priorità, ecco cosa avevo.
Natura,
al parlar di solo sofferenza
al fronte dell’intolleranza,
oltre al pensiero v’è sentimento
e natura v’è parte.
Di radici ormai v’è senza.
Questo fu il mio umore, contagiato dal mio pensiero in quel momento.
Poi, presa la scusa che Mara doveva respirare perché si sentiva male, mi accomodai vicino al Sindaco, con lui parlai della sua politica e mi disse:
- Leggi?! Meglio poche ma buone.
In quel momento era di particolare felicità, forse perché si era confidato con me, o per un’altra ragione, eh sì, la mia sembrava banale per tutta questa sua gioia. Gli lanciai un’occhiata come se lo volessi spiare, così lui, pensando che non lo avessi capito, tirò fuori il suo volantino elettorale, vidi le leggi che aveva fatto:
art.1. poiché l’Italia è una nazione Democratica e sempre rigida, si formerà un’anarchia democratica, tutti potranno fare ciò che desiderano, col rispetto degli altri, ma poi verrà giudicato dalla maggioranza.
Art. 2. I “Patti Lateranensi” vengono cambiati:
1. La religione Cattolica viene insegnata solo a catechismo.
2. I dottori della chiesa vengono riconosciuti come autorità e il loro
matrimonio viene riconosciuto.
3. La Chiesa deve solennemente rispettare l’abito che porta e le leggi stabilite.
Notai poi il simbolo del suo partito, due “D” attaccate e la “A” dell’anarchia sopra, quanto pare era una cosa stabilita. Lui me la spiegò perfino, la “D” a sinistra era la democrazia del passato, l’altra del presente e del futuro, la “A”, faceva capire al popolo che era più libero di quanto lo era in passato.
Il simbolo era quello indicato appena sopra, solo un pazzo avrebbe potuto, ma per quanto pazzo poteva essere, aveva di sicuro lasciato un secondo significato, restava comunque un uomo dopo tutto. Sandro fu interessato e mi chiese se dopo glielo avrei prestato cortesemente, io risposi di sì, non c’era nulla di male infondo, ma mi mancava il suo terzo articolo, così:
Art.3. poiché la libertà è limitata, le persone vengono punite il caso di reati
in base ad essi, la punizione può variare, veglia molto “occhio per occhio e
dente per dente”.
Che assurdità, lo passai a Sandro e lui guardò il foglio, il simbolo in particolare. Tracciò degli anolini su tutte le linee, aveva capito, ma restò zitto per paura del Sindaco.
La cena si concluse con una fetta di tiramisù, poi, il sindaco si alzò, prese il calice e, con un cucchiaino, sbatté contro il calice per attirare l’attenzione dei presenti e disse:
- Vi annuncio il matrimonio di oggi, Mario con la fortunata Mara.-
Io ero imbarazzato, ma era un matrimoni che doveva esserci prima o poi, così, i vestiti erano comunque adeguati e, ci ritrovammo tutti giù in chiesa per il matrimonio, io decisi che Sandro mi avrebbe fatto da testimone, vista la simpatia a pelle che ho provato verso di lui, ma il Sindaco volle che io cambiassi persona, ma io continuai ad insistete, così, dopo un suo gesto di dispiacere, s’iniziò la cerimonia. Arrivammo a giurarci eterno amore con i nostri semplici “Sì, lo voglio.” Quando, verso di me, ecco cadere Sandro, prima di morire, mi sussurrò delle parole precise:
- La risposta è sul simbolo.
Il Sindaco disse che sclerava, ma io avevo capito tutto. Uscendo con mia attuale moglie, venni circondato dagli scienziati, i quali mi chiesero di entrare nel loro gruppo di ricerca della verità, credetti contro il Sindaco Mariano, così accettai.
La loro parola d’ordine era “l’uomo è in continua ricerca”.
Anche se con dispiacere, passo pure questa giornata, io sapevo chi era l’aggressore, ma non si può accusare il sindaco o chi con lui, così volli partire con gli scienziati, prima di dormire mi scrissi la frase di Sandro, e, con un bacino, diedi la “buonanotte” a Mara.
Il mattino seguente, mi ritrovai con un anello oro, all’anulare destro, in un letto matrimoniale e una donna al mio fianco, ammetto che sembrava come essermi sposato a Las Vegas, in cui ti svegli sposato, ma non ricordi nulla.
Io ricordavo a malapena il mio “sì” rivolto al prete, per il nostro matrimonio.
Io ricordavo il mio abito ed il suo sorriso, ricordavo la nostra uscita e il suo mazzo di fiori da buttare, erano rosa e bianchi.
Io, non ricordo altro, ma finsi di nulla, visto che la amavo, non vedevo problemi per ciò che è stato vissuto e non mi sarei mai perdonato se lei avesse sofferto sapendo che ero smemorato per un evento di tale importanza, così la abbracciai, la strinsi forte e le diedi un bacio, dicendole:
- Ben svegliata principessa.
Amor lodato
e cercato,
mio volto ti trova,
cor mio v’è in festa.
A te mia vita,
altro non chiedo.
E, con un sorriso, mi alzai dal letto e m’incamminai verso le scale ed iniziai a scendere.
Scendendo, iniziai a riflettere, mi sentivo cadere sempre più in basso, da un principio personalmente imposto, mi ritrovavo ad averlo completamente infranto, anche se era inevitabile visto che, al cuore, non si comanda, ma poi mi ritrovavo davanti ad un “caso” su cui dovevo far risaltare la verità e la giustizia, ma anche se era così, non avevo possibilità di avere una voce o l’autorità di farmi ascoltare e dire a tutti di aprire gli occhi, mi sentivo una vera nullità, i pensieri erano ormai quasi arrivati alla punta di una piramide immaginaria, si stavano tutti riunendo, in due facciate, le due informazioni su me e Mara e su noi ed il sindaco, nelle altre due facciate, le persone con le quali lottare, chi contro e chi pro, ma sapevo già da che parte desideravo stare, dalla parte della giustizia, questa realtà, ne aveva di bisogno e solo una testa come la mia, nelle condizione e nella situazione in cui ero, poteva aiutarli, visto ciò che sapevo avrebbe potuto riempire le tasche di tutti gli scienziati ingenui e inconsapevoli di tutto, chiesi a Mara di accompagnarmi, ci sarei andato anche da solo, ma lei aveva un ruolo nella faccenda per me, così la portai con me.
Una battaglia per tutte
Dovevo proprio dire che il posto era proprio infame.
Il loro punto d’incontro era una catapecchia, c’era una casa con un tetto ondulare di ferro, posato sopra e con solo quattro chiodi per attaccarlo, la casa era abbastanza grande, okay, ma la porta era di legno grezzo, con solo una catena apparentemente leggera per creare sicurezza a tutti loro, le notai quando, aprendo la porta, mi domandarono la parola d’ordine per aprire, io la dissi, me la ricordavo ancora, era:
- Un uomo è sempre alla ricerca.
Così entrammo. Con la nostra presenza, di me e Mara, eravamo in trentasei. Non pochi, per una casa di quattro metri per tre, ad occhio queste erano le misure. La loro tecnologia, non si manifestava all’esterno, per paura, ma ecco in mezzo a noi un tavolo con un paio di righe rinforzate con un metallo, al centro di esse, eccovi uno spazio vuoto, come per segnare lo scorrimento di qualcosa, forse era tutto ciò che si voleva, spuntini o cose così intendevo dirvi, ma tutti sembravano ignorarle come se non ci fosse più nulla, come se qualcuno la avesse rubata, quel qualcuno forse era il sindaco, almeno per me, così, fissandole, strinsi i pugni e dissi.
- È ora si lottare e di dirci la verità.
In cambio ricevetti delle occhiate come di gente scoraggiata, sembrava che stessero leggendo libri e libri da diversi giorni ormai, non so se era per il buio o se veramente era vero ciò che pensavo, ma mi sentivo tipo sottovalutato da tutti, però ci credevo molto e mantenni un tono deciso e forte, e dissi:
- Io so la verità, ascoltate!
Tutti mi prestarono ascolto, come se rassegnati e ignoranti verso ciò che erano i veri ideali di chi ormai regnava, il sindaco.
Dissi almeno un punto di partenza… magari rischiavo di essere preso male, raccontai il significato del simbolo del sindaco, la famosa doppia “d” con la “a” al centro, io infine dissi: lui dichiara l’anarchia democratica, ma non esite, è una cosa folle, poiché la democrazia richiama un capo, ed era lui, ma l’anarchia lo rifiutava, così lui doveva essere un’autorità non autorità, tutto ciò lo rendeva ipocrita, perché così poteva dire “ci sono” o “non ci sono” a suo piacimento!
Ma loro mi dissero che esite un modo in cui lui non può dire né “sì” e né “no”, doveva solo eseguire e basta, si trattava di una sfida diretta contro di lui, il popolo avrebbe fatto da giudice, anche se non avrebbe mai ammesso la verità.
Con un sorrisetto, conclusi il mio incontro con loro, sapevo dove e come attaccare e dissi:
- A domani, cari miei, Mara, vieni con me.
Una volta in macchina, con me alla guida, Mara mi disse una serie di cose, tipo: “Cosa pensi di fare adesso? Non vorrai sfidarlo, perderai di sicuro!” poi disse qualcosa riguardante un certo “Abito della sfida”. La lasciai parlare, ero fisso a pensare con quale mezzo eseguire la sfida, zitto, zitto arrivammo a casa e, da lì, ecco l’illuminazione, “vino rosso, il nettare degli dei, col vino farò la sfida!” così pensai e così feci.
Scrissi una lettera, nella quale dicevo:
Caro Sindaco,
la informo che tra breve eseguirò una sfida contro di lei, basata su principi seri e leali, ove tutti potranno conoscere la realtà della vicenda e a tutti verrà data la possibilità di vederla smascherata, pensi a sé, alle sue colpe, a come piangere o a coma chiedere scusa e dare poi spiegazioni, perché è ciò che dovrà fare. Lei ha commesso degli errori e io sarò il vincitore trionfante, lei deve stare al suo posto e tacere una volta, per tutte e lasciare il suo “trono” a qualcun altro di più onesto, puro e leale. Lei scalderà la sedia ancora per poco, ci sarò io un giorno, si ricordi di me, quando vorrà maledire qualcuno.
Alla fine non misi i saluti o frasi fatte per una lettera di questo livello, lasciai solo la mia firma e basta, poi la spedii.
Con grande fretta, arrivò al sindaco e, con lui, le sue risposte, poi arrivò a me quel giorno stesso, lessi la lettera, diceva queste testuali parole:
Caro Mario,
con disprezzo ho letto e buttato la tua lettera, hai messo “lei” sempre in minuscolo se non dopo i punti, mentre avrei voluto leggere una lettera che mi portasse più rispetto ed il “lei” era espresso con un “Lei”. Ti ricordo la mia autorità e con chi stai parlando. Osi inoltre minacciarmi e dichiararmi guerra con una sfida, ma ti avverto, le caratteristiche che tu hai elencato, sono il mio forte, stai sicuro che sarò io a vincere.
Tuo Signor Sindaco
Un passo al sole
ed ebbi gioia,
con un piede all’ombra,
ma poi v’è in salvezza.
Un solo grido
e poi ebbi fiato.
Questa era la mia condizione attuale ed ebbi timore di sbagliare, forse ero in errore, ma restai a vedere il futuro e come andava.
Le cose si erano messe male, l’aria di sfida era fondata, mi mancava solo l’abito famoso e il gioco era fatto. Così io e Mara andammo dagli scienziati e discutemmo per la sfida, lasciai che loro esponessero le loro idee, c’era chi ha detto di fare un giro di andata e ritorno in un “fiume di fuoco”, così disse, ma intendeva dire nelle braci ardenti, ma fu subito bocciata, venne proposta anche una gara di rutti, scoregge, cibo, ma erano tutte fuori per fargli confessare la sua crudeltà e scorrettezza verso il popolo italiano. Così dissi “in vino veritas”, e tutti rimasero scioccati, dissero che era vero e la sfida conveniente, ci stavamo augurando tutti di poter avere una voce e raggiungere la salvezza, la verità noi la conoscevamo ed io era abituato al alcol, quindi sorse la sfida.
Ricevetti inoltre, l’esaudirsi di una mia curiosità, dalle rigature del tavolo, ecco arrivare verso di me il “sacro abito della sfida”, era un mantello nero, bianco all’interno e nero all’esterno, in fondo, verso la fine, ecco una striscia bianca ed una striscia d’oro che diceva “Giustizia, verità e salvezza” su questo dovevo puntare, era dura, ma era per il bene nazionale o della società, non mi era ancora chiaro, ma andai dal sindaco, mi feci accompagnare da mia moglie.
Arrivato nal municipio, salii fino all’ultimo piano, indescrivibili le scale, le avevo già fatte, però ora sembravano essere molto di più e più faticose. Raggiunsi a fatica la stanza del sindaco, bussai, le sue guardie del corpo aprirono e mi fissarono, una volta entrato, il sindaco le mandò via e loro, eccole allontanarsi marciando.
- signor sindaco, sono qui per sfidarla.
- mi dica pure allora.- mi disse con un sorrisino da sfida.
- Non le dirò nient’altro se non che oggi non deve mangiare.
- Allora mangerò.
- Se lei non rispetta le regole…
- Ah, se la sfida gioca lì, ok, non mangerò, a che ora ci vediamo?
- Oggi alle 16 in parrocchia.
- Non c’è, ah, già, okay.
- La saluto.
Questo fu il nostro dialogo, era un peccato avere un amico divenuto avversario e poi completo nemico assoluto. Così andai con testa bassa fino alla porta e andai quindi via, verso la macchina e, quindi, a casa mia, casa nostra, mia e di Mara. Lei mi guardò, appena scesi dalla macchiana, venne da me, mi strinse forte e mi disse, amore, oggi la sfida, domani nasce il piccolo. Era un modo di dire per lei, cerca di stare attento, rischi moltissimo la vita, se la perdi, nostro figlio non avrà suo padre. Interpretato così, io la guadai e dissi:
- Ci sarò amore mio.
Detto questo, accarezzai il suo bel pancione, presi un pezzo di pane e mangiai il pane con gusto, lo dovetti mangiare bene, perché creava una spugna dentro che permetteva di bere tranquillamente e tardare la sbronza, in questo anno nessuno conosceva tale trucco, così sereno mi misi tranquillo e mi riempii, erano di già le 15.40, tra venti minuti, ci saremo sfidati, mangiai il pane velocemente ora, lo ingoiai quasi! Poi chiamai Mara e le dissi di portarmi via, arrivammo lì tranquilli, il posto era pieno di cittadini e compaesani, il posto ideale per ciò che desideravo eseguire.
Un sorso di troppo
Lui era vestito con il suo abito da cerimonia, era uno smoking, ed un mantello leggero con una serie di righe d’orate, io, invece, ero vestito da lavoro col solito mantello.
Corvo al fronte di battaglia,
un’ istante e tremai.
Corvo al fronte di battaglia,
un’ istante, ma eccomi, oramai.
C’era un tavolo rettangolare, pieno di bottiglie, le regole per la sfida erano tre, da me stesso dichiarate:
1. I due sfidanti devono andare dalla parte del proprio avversario e controllare che le bottiglie siano tutte alcoliche.
2. Le bottiglie devono seguire una determinata scaletta, devono essere due con i seguenti gradi alcolici: Vol.10%, Vol. 25%, Vol. 30%, Vol 45%; poi c’era una bottiglia grandissima, prendevi da bere alla spina, lì c’erano i cavi apposta, dove bastava premere e tutto cadeva e tutti erano conservati al 10% di gradi centigradi.
3. Appena lo sfida, (colui che ha lanciato la sfida), decide di far parlare lo sfidante/sfidantino, dipende dalla classe sociale, per questa occasione è sfidante, appena i due parlano, inizia la sfida. La sfida richiede di dire solo la verità.
Iniziammo a bere, il primo bicchiere andò giù tranquillamente, il sindaco mi lanciava delle occhiate come per dirmi : “parla dai!” ma io non volevo, attesi la fine della prima bottiglia, poi della seconda, il sindaco prese paura, era omai sbronzo ed io ero già più sobrio col pane ingerito prima, così iniziai il discorso e dissi:
- Com’è che ci sono quei portali che uniscono i due mondi?
- Beh… gli scienziati li fanno… dillo a loro!
- No caro mio, tu stai giocando, tu decidi dove metterli!
- Mi hai chiamato caro…- e da lì scoppiò a ridere.
Oh mamma mia, mi vedevo ridotto male, mi sembrava di aver perso la fida di già, oltre non mi permetteva andare, così lo incentivai a bere ancora, poi riprendemmo il discorso:
- Ha presente i portali spazio-tempo?!
- Sì, decido io come disporli, a causa loro tu sei qui.
- Grazie, ma perché li mette e li fa creare?
- Perché so che l’uno può imparare dall’altro. – poi continuò dicendo:
- Hai presente l’architetto morto? Ho fatto venire io l’assassino per ammazzare Angelo.
- Perché?- gli dissi io e lui rispose con estrema facilità:
- Volevano creare un negozio dove abitavo io e non avrei voluto.
- Beh… potevi dirglielo!
- No, non potevo. – e lì divenne triste.
Ormai era deciso, l’assassino era lui, mi restava solo sapere una sola cosa, dov’era l’aggressore. Così feci segno alla polizia di restare ferma e gli chiesi:
- Dove si trova ora? – lui mi disse:
- Lui fa un colpo e poi scappa, non so dirti dov’è.
Bevemmo di gusto le bottiglie rimanenti, spruzzai poi dalla bottiglia grande, ma lasciai al capo l’onore di bere per primo, infine ecco arrivare la mia famosa domanda:
- Come siamo arrivati a questo punto? A ridurci come ora intendo.
- Perché, non siamo ridotti male.- disse schiamazzando.
- Lei sa bene a cosa mi riferisco, me lo ha detto lei stesso.
- Ah, ora ho capito dove vuole arrivare.
- Esatto.
- Beh, molto semplice, i nostri predecessori sono tutti morti. Li ho fatti uccidere io, impedivano lo sviluppo.
Io rimasi con una faccia come per dire “che folle e che smidollato che è”, poi li dissi:
- Com’è la storia del “sesso pre-morte?
- Lo ha inventato un militare, mi ha ricattato dicendo che avrebbe confessato tutto.
Ora, lui ha confessato lo sterminio, mi ha spiegato il perché dei portali, ma era tutto uno secondo me, tutto uno. Così dissi al sindaco che era finita, finsi di andare in macchina e attesi la scomparsa definitiva del sindaco, poi salii sul tavolo e dissi: cittadini, compaesani, qui quasi nessuno è realmente di questo mondo, siete stati portati qui, voi conducete una vita parallela, non siete solo in questa realtà, ma ne vivete anche un’altra, il sindaco però, ha dovuto uccidere tutti gli anziani e gli adulti, lasciando a chi era dalla sua parte, di far crescere i bambini, ora, scienziati, basta obbedire ad uno che è meschino e crudele, mamme, fate una vita serena e senza pensieri, questo mondo è bello, stupendo, ma va governato diversamente, con giustizia e bontà, sincerità e riconoscenza. Meritate tutti la vita!
Una signora mi guardò e mi disse:
- Se questo è vero, come facciamo a vivere qui senza pensare a lì?
Io dissi:
- Perché siate liberi, o siete già morti, o vi ucciderò io se volete, ma la vostra vita è questa!
- E se non vogliamo?
- Se non la volete, venite con me, ritornerete dentro ai vostri corpi.
Da lì, decisi di lasciarli, così presi, ignaro dalle conseguenze future, tornai a casa e mi buttai a letto. Quello che avevo fatto, era un ribaltamento politico e forse, rischiavo molto.
La vendetta del sindaco
Il sindaco si svegliò, mi diede un colpo di telefono e io gli risposi, mi disse:
- Com’è andata la sfida? Non riesco a ricordare bene.
- Scacco matto caro mio, esci e capirai da solo.
Probabilmente il sindaco fece come da me richiesto, andò fuori, da solo ricevette delle palle di carta addosso con frasi di disprezzo del tipo “ sparisci da questo pianeta stronzo!” o “qui c’è bisogno di pulizia, ma non la tua!” o frasi del genere, lo so perché mi diede un’ultima chiamata nella quale si riferiva a questo. Fu molto trionfante nella mia pelle, ma la stessa quantità, anche se negativa, la ricevette lui e stampò distribuendo in giro volantini ecologici nei quali diceva “A MORTE MARIO, IL TRADITORE, PRIMA AMICO, ora Più NULLA.” Erano di colore rosso, come il sangue, e quelle parole mi ferirono come una lama affilata di un coltello, le mie doti avevano portato solo alla distruzione della città. Era così bella, ma portò solo alla sua fine, il sindaco mi voleva morto ed io non sapevo come salvarmi.
Giuro che dalla tensione per la sfida e dopo i volantini, non ho mangiato molto, cenavo e basta, prendevo un piatto di pasta o di lasagna o una sola fetta di pizza, Mara era stupefatta, mi guardava e non capivo come potevo andare avanti così, ma lo stato emotivo che avevo, mi portava a pensare ad altro, o vero, a come migliorare, perché forse sbagliavo qualcosa, così presi un pezzo di carta e lo divisi in due con una linea, da una parte scrissi le cose positive (a sinistra) e dall’altra le cose negative che avevo fatto, a sinistra scrissi:
1. Cercare la verità.
2. Scoprire come sconfiggere il sindaco.
3. Sconfiggere in sindaco.
Ma poi scoprii che tutto ciò mi portò ad avere due potenze sovrapposte, da una parte la libertà del popolo dalle catene imposte dal sindaco, ma dall’altra ad avere il sindaco e tutte le altre potenze giustiziare e militari contro, in una sola giornata avevo preso già quattro multe di € 50,00 l’una! Anche quando ero a piedi! Incredibili e semi impossibili, avevano dimezzato lo stipendio a mia moglie, Mara, e le dissero che avrebbe ricevuto tutto il restante solo se fossi morto, mio sentii tutto conto, il mondo, l’intera regione contro, come se ci fosse un triangolo schiacciato agli angoli di base e con la punta dell’altezza verso il mio cuore ed il tutto risucchiato, senza mia scelta e contro la mia volontà, dentro al mio corpo.
Così presi un coltello appuntito e me lo puntai dritto al cuore, presi un respiro profondo e, con l’inspirazione me lo allontanai e con l’espirazione lo avrei diretto a colpirmi.
Mara, appena tornata dal lavoro, aprì la porta, mi vide e con un
Lunghissimo, si recò verso di me e disse:
- Fermati, non sei tu che devi perdere.
Secondo me c’era dell’altro che voleva dirmi, ma cedetti pensando che comunque avevo lei e il bimbo che mancava poche ore e sarebbe nato, poi mi disse:
- Ecco amore, mi si sono rotte le acque!
Corremmo subito in macchina, la portai all’ospedale più vicino e cercai il possibile perché potesse partorire tranquillamente, il dottore mi disse che non poteva, che noi, perché eravamo noi, dovevamo pagare, così voleva il sindaco, lasciai il mio pago bancomat e andammo subito di corsa e in corsia per il parto, lei partorii, era un bel maschietto, tutto andò per il meglio, anche se lo zampino del sindaco, tendeva sempre ad ostacolarmi, mi rendeva la vita impossibile! Forse era quello che voleva, esasperarmi fino al mio suicidio, il mio intuito da detective mi faceva capire che la logica portava a questo e che, lui che aveva molto potere, era l’unico che poteva fare questo. Così tornammo a casa, il bimbo era in ottima forma, se così si può dire per intendere che poteva stare tranquillo e lo hanno fatto tornare a casa, beh, anche perché nessuno lì lo voleva, ma comunque lui come noi aveva bisogno di giustizia, tranquillità e non di un mondo che andava a rotoli da solo.
Mia moglie mi disse poi:
amore, tranquillo, lui è quello in errore, contatterà gli alieni o loro verranno qui da soli e ci aiuteranno. Io le risi in faccia, non ho mai creduto agli alieni e devo iniziare ora?! Ma scura eh! Però ero in errore, loro esistevano veramente. Infatti, tre giorni dopo, arrivarono sulla terra a dare giustizia, il loro “capo supremo” disse:
- Che succede qui?
Il sindaco a momenti se la faceva addosso, mi chiamò e mi disse di arrivare perché era in una condizione a dir poco mostruosa, così, sorpreso andai, ma una volta arrivato presi un colpo pazzesco, ancora ci si chiede come ho fatto a non svenire. Il sindaco disse all’alieno:
- È lui la causa, Mario! È lui!
Io a mia discolpa dissi:
- Non li dia retta, ho dato la verità al popolo e lui ha avuto la peggio.
L’alieno disse:
- Ho controllato tutto da lì in alto, Mario, sei stato bravo, ma tu sindaco dei miei stivali no.
- Che pensa di fare ora?- dissi intimorito.
Lui mi guardò e disse:
- Decidi tu, te sei il giusto ora.
Io dissi con un groppo alla gola…:
- io penserei di far decidere al popolo.
- hai detto giusto.- disse l’alieno con aria soddisfatta e fiera.
Così il popolo si ritrovò felice e, finalmente, libero di pensare con la sua testa in maniera completa.
La salvezza
Il tutto era un sogno, ma il giorno seguente, accadde tutto, però l’alieno era diverso da come me lo ero immaginato nel sogno, aveva un corpo umano, ma era molto più alto di noi, era il doppio o il triplo di un uomo comune, era pelato e con un osso al centro del cranio che sporgeva dalla teste, era il simbolo della sua autorità decisa dal “un fato”.
La comunicazione pre-sognata avvenne, ma poi io e l’alieno ci ritirammo a parlare, mentre il sindaco andò a preparare dei volantini con scritto “CHI NON SI SENTE APPARTENERE A QUESTO MONDO SE NE VADA SE LO DESIDERA.” , lui, l’alieno, mi disse che il fato permette a noi di condurre una bella vita, permettendoci di avere ciò che ci manca e dando agli altri altrettanto, io non capii e non lo accettai, ma secondo lui era il fato che mi ha fatto venire in questa dimensione, era il fato ad avermi fatto innamorare ed era sempre lui che mi ha fatto fare del bene a molte persone, dando a loro verità e chiarezza, e, per aver aiutato la polizia e avendole insegnato meglio il mestiere, idem.
Così era per lui, questo ha voluto dire a me; da lì, ci lasciammo e tornai a casa, Mara mi diede due uova ad occhio di bue e un po’ di pancetta.
Mangiai e rimasi a fissarle, davanti a me il piatto e le due uova mi fecero pensare.
Due uova, due occhi di bue, due occhi, due persone con due occhi, una sola vita da vivere, Mara ed io, col piccolo neonato che piange pure adesso lì nel lettino, noi avevamo una vita da fare ed io volevo solo dimostrare a lei quanto la amavo, portandola in salvo.
Sapevo perfettamente che il sindaco non avrebbe mai rinunciato a ritenermi come una taglia per lui, così pensai alla fuga, ma sarebbe venuta con me Mara? Quale sarà la sua prossima mossa? Lasciai che il tempo andasse per decidere da solo, cosa fare per noi e della nostra vita.
Il giorno seguente, lei andò dal sindaco, e gli disse:
- Lasci stare mio marito, vuole levargli la vita?!
- Mi sembra d’essere chiaro fino ad ora, non ci rinuncerò a questo.
- Allora provveda anche alla mia vita, me la levi!
- Ci penserò.- disse il sindaco con un sorrisetto maligno e malinconico, lei mi disse che lì prese paura, tornò a casa preoccupata, chiuse la porta spalmandosi all’interno, con braccia aperte e gambe a fargli compagnia, due occhi spalancati e la bocca idem, io lì mi sentii terrorizzato, era la prima volta che la vedevo in queste condizioni, così le domandai:
- Tutto bene?
- No.- rispose lei sconvolta,
- Il sindaco mi vuole morta come te.- continuò con un fiatone pazzesco.
Poi, eccovi già l’arrivo di nuovi volantini con susscritto “FAMIGLIA DEL BASSO, ACCUSATA D’ALTO TRADIMENTO ALLE AUTORITà, CONDANNATA A MORTE.” Caspita, era dello stesso colore del mio, rosso sangue, così decisi di fuggire, lei fu d’accordo in un primo momento, ma poi, davanti al portale, prese paura, mi disse che forse rischiava di venire fuori spezzettata o che il bimbo rischiava di morire. Ah, baggianate secondo me, a me non ha fatto nulla, così la incorraggiai a venire, assieme ad altre persone del posto, le vedemmo andare via una ad una, erano cinque famiglie, tre bambini, e due adulti. Poi toccò a noi, misi un piede affiancato, tesi la mano e, guardando lei e il bimbo fra le sue braccia le dissi:
- Ti fidi di me?-
Lei disse di sì e così ci lasciammo andare, arivammo integri, il bimbo respirava e dormiva, il trasporto era come prima, ma con Mara al mio fianco, mi sentivo più sicuro e a mio agio, avevo portato la mia anima gemella con me ed ero rientrato nel mio corpo, tutto mi sembrò pazzesco e divertente, il barista mi guadò come dirmi “ora torni a vivere, grazie a me” così li dissi:
- grazie vecchio mio.
poi con un sorriso, uscii dalla porta, andai a casa mia con la mia auto e le feci vedere la nostra futura casa. Il sindaco non ebbe “le nostre teste” e noi condimmo così una vita serena e tranquilla. Con un sorriso grande, concludo questa mia storia. Ciao a tutti.
P.S.
Dopo questa avventura, mi resi conto che amare è bellissimo e che mi ero perso molto, Mara era sempre più bella e avemmo due figli, il primo lo sapete, è maschio, ma la seconda, beh, è femmina.
Scriver che senso,
esistenza pure.
Non provo molto,
ma sol vuoto.
Vivo pensieri,
trasgressioni.
Non ho esempi potenti,
ma me stesso sì.
La storia non finisce qui…
Un anno passato in pace
Tra lagne varie passò un anno. I bambini avevano i loro malanni, raffreddore, febbre e cose varie, quanto tempo al pronto soccorso, ma, grazie a Dio, non erano nulla di grave, erano tutte cose guaribili, ma non scorderanno facilmente i loro volti preoccupati, soprattutto di Marcello, il nostro figliolo, il mio primogenito, aveva un viso pallido cadaverico, mi guardava come ad un passo alla morte, non era così, aveva solo la febbre, ma era la prima volta che cel ’aveva e il tutto li sembrò grande, anche un singolo giramento di testa, forse percepiva l’energia dei portali, mia moglie lo riteneva una possibile possibilità, ma a sto punto avrei dovuto chiuderli immediatamente, però lui era malato ancora e da diversi giorni, erano tre, li conosco bene quei giorni, erano i giorni che ho perso mentre avrei avuto un caso da risolvere “l’attentato al presidente del consiglio”, era morto, ormai e lo volli lasciare alla polizia, mio figlio era malato e nulla mi avrebbe potuto allontanare da quella situazione, la nostra bimba soffriva di mal di pancia, era una situazione impossibile, così presa una decisione, tornai nel mondo di Mara e vedere se qualcosa non andava, il mio parere è che loro stavano male perché qualcosa lì non andava bene, così li presi, dissi loro di fingere di essere guariti e andare via con me, andai a prendere mia moglie e tutti noi andammo via nell’unico portale che conoscevo, quello del mio barista.
Ritorno
Rientrammo nel portale, era tutto tranquillo, vidi tutti radunarsi in piazza, una piazza?! Prima non c’era, come mai era stata fatta?! Tutto mi parve strano. ma volli andare a vedere. Nel frattempo, il mal di pancia della bimba e la febbre del piccolo, sembravano essersi placcati definitivamente, ma non era detta l’ultima, ma non sentii più i loro lamenti, li dissi che questo era il mondo della mamma, Marcello mi guadò e, come un bimbo mi disse:
- Mamma nata qui?
- Sì – Gli dissi, ma disattento per sentire il discorso del nuovo sindaco che, come se fosse Mussolini innanzi alla sua folla, diceva:
“ La cultura scientifica è fondamentale.” Da lì, fissai a lui il mio sguardo, poi continuò dicendo:
“ Così ho deciso di insegnare anche la pratica oltre alla teoria, dalla seconda media, così, si potranno formare nuovi scienziati a sostituirci.” Poi partirono le domande:
- E se uno non volesse divenire scienziato?
- E se uno si ribellasse?
- E se qualcuno, a causa di ciò, marinasse sempre la scuola?
Lui diede una risposta assoluta:
- Qui, è tutto opera nostra, la scienza è di tutti.
Così arrivai io a dire:
- E se qualcuno volesse diventare sindaco per sostituirti?!
Poi, ecco il silenzio assoluto, l’attuale sindaco mi guardò fisso, poi da serio fece sporgere un sorrisino e disse:
- il salvatore, che onore, venga qui, la prego.
Io mi sentii lusingato, mi guardai vicino, e vidi persone porgermi la mano e salutarmi con sorrisi veramente bellissimi, ritrovai l’ormai ex sindaco, il quale sembrava contare su un’altra salvezza, ma questa volta sarebbe sta definitiva per me.
Salendo le gradinate per andare a parlare al popolo pensai:
“ Questo era troppo, eravamo andati da un estremo all’altro, ora basta.”
Dopo tutto io venivo da un altro mondo, da un mondo in cui era facile incitare la folla, da un mondo in cui alle parole, eri tu stesso a dargli un peso e, anche se con imbrogli, ci si faceva comunque desiderare. Quindi mi misi a parlare e dissi:
- Gentile popolo, a voi prometto di non darvi solo una cosa!-
E da lì ebbi delle forti urla da tutti quanti, così volli continuare:
- Questo deve essere un popolo libero, libero di fare ciò che desidera!-
Fissai i visi sorridenti della gente per un po’ e poi dissi:
- Non vi dico molto, ma se mi eleggerete potrete dirmi voi!-
Sentii gente che mi esultava fortemente, scesi le gradinate e rimasi soddisfatto del discorso fatto, poi tornai a casa, mi feci una doccia, mi ritrovai lì nudo, spoglio come un albero d’inverno, sotto all’acqua, come se pioggia o, come adoravo pensare, come se fossero lacrime del cielo e mi soffermai a pensare:
Piove,
ma chi sa cosa nascondo in ciascuna,
piove in me,
ma chi sa cosa c’è oltre.
Nasce una lacrima.
Piove,
mentre una lacrima, una persona vive.
Ogni lacrima una cosa vissuta.
Ero compiaciuto della decisione presa. Finalmente potevo dimostrare la mia superiorità e l’elasticità a differenza di tutti.
Come l’acqua, pure io da solo ero inutile, ma è quando l’acqua si mischia o viene a contatto col nostro corpo che inizia ad avere importanza, così ero io con i miei figli, con Mara, con le persone di questo paese, grazie a loro, sono riuscito ad avere importanza, un valore personale, ho trovato un senso per vivere, perché io volevo vivere con me, con Mara, con i miei figli e combattere con loro al fine di rendere una città migliore, una buona regione e una perfetta nazione rendendo così un mondo eccellente. Questo era l’ideale dell’ex sindaco, ma avevo appena iniziato a capirlo questo suo ideale di “patria”.
Era un ideale bello, originale ed intelligente, molto funzionale, pensare che l’ho fatto fallire, beh, in effetti, aveva errato e di molto anche, non spettava a lui scegliere chi vive e chi muore e per quale ragione, lo trovavo ingiusto e scorretto, diseducativo e molto animale, disumano insomma.
Inoltre, c’era da vedere come ha cambiato, però, tutta la città ed era diventata una cosa bellissima, non voglio giustificare quello che era il mio perenne accusato, ma c’è da dire che non esiste solo il mero o il bianco in una persona, alle volte si fonde tutto e si forma un grigio e nulla diventa assolutamente da giudicare bene o male, quindi lui aveva fatto del bene nel male fatto, ha agito per il bene, mentre l’altro ha levato le biciclette per fare spazio ad autobus grandi e comodi, almeno l’altro aveva anche diminuito l’inquinamento, forse ero in errore e con lui avevo esagerato, forse uno scienziato al potere non era il massimo. Dovevo cambiare le sorti del mondo. Ma come?
Mia moglie mi disse che dovevo mettere le mie “leggi future” in un pezzo di carta e poi renderle pubbliche per l’elezione, così iniziai e scrissi:
1. Libertà di scegliere il proprio futuro da sé.
2. Riconoscendo varie facoltà, tutti hanno il diritto di parteciparvi a propria scelta e decisione, io riconosco tale diritto e dovere del popolo.
3. Concedo al popolo solo la pura libertà e verità senza nascondere nulla.
4. Il paese dovrà rispettare le norme per l’inquinamento atmosferico.
5. I mezzi consentiti saranno macchina, bici e qualche motorino.
6. il paese non avrà mutazioni al altro genere.
7. Al mio “addio” ci saranno quattro sindaci e dovranno lavorare tra di loro, se tra di loro non dovesse esserci un accordo, quello che da problemi, verrà sostituito con uno più giovane. I sindaci possono avere dai diciotto ai trenta anni.
8. Al mio ritorno, mio figlio prenderà il mio posto e ci sarà di nuovo un solo sindaco come ora.
Vidi il mio foglio e pensai d’aver fatto bene, credevo d’aver detto tutto, ma se ci fossero state delle novità, le avrei comunicate in ogni caso.
Le feci leggere a Mara e lei le commentò con un sorriso e un bacino sulla bocca. Ah! Quanto amore aveva ancora da darci, forse però doveva toccare a me, anche se nel mio mondo era solo la donna a dare affetto, ma il nostro rapporto era nato da noi due, io e lei abbiamo deciso di iniziarlo e tutti e due ci dovevamo dire quanto amore proviamo verso il nostro partner.
Probabilmente era vero, avevo mancato in amore e avevo sbagliato di nuovo nella mia vita, ogni mio errore era, per me, una cicatrice incancellabile, e iniziai a sentirmi uno schifo, dopo un pranzo fatto con un bel piatto di lasagna, pane e acqua, andai al bar, spesi 3,50 per un buon sorso di prosecco e chiesi al barista:
- Se lei dovesse dimostrare il suo amore, come farebbe?
Il barista si prese una risata ampia e ben udita, a darmi una risposta, fu un signore, il quale mi disse:
- Dovresti portarle un bel mazzo di fiori, con una poesia fatta da te.
Anche se il signore era sbronzo, credetti vera e possibile la sua risposta, forse un po’ di romanticismo tra noi, avrebbe sistemato tutto, dandoci un goccio di vivacità.
Senza esitare un istante, andai in giro alla ricerca un bel mazzo di fiori, andai fuori dal bar, ma non vidi nulla attorno, non c’erano fiorerie, erano tutte inusate in quel mondo, così domandai dove potevo prendere dei fiori, una persona mi disse:
- In un supermercato! Ovvio!
A me non pareva molto ovvio e di supermercati non ne vidi molti, in quella zona c’erano solo bar, negozietti stupidi che vendevano pentole o cose scientifiche e null’altro.
Dovetti camminare per ore prima di arrivare ma a prendermi in pieno, fu una delle mie mille riflessioni e riflettei su mio figlio: “i diritti umani dicono che l’uomo deve avere un’istruzione.” Questo li mancava in questo mondo, l’asilo! Quindi mi affettai a prendere le rose, mi misi a correre, arrivai a “Super Net” un super mercato tra l’altro anche economico, presi un mazzo di rose e chiesi un passaggio per tornare a casa, trovai una signora molto disponibile, mi portò a casa, nel frattempo pensai alla poesia da inserire sul bigliettino, e scrissi:
Come abito mi getto in mani tue.
Attendo un giudizio.
Esisto e, come abito tuo,
mi butto.
Infondo era questa la situazzione nella m ia tesa, e la espressi così.
Mara mi vide tornare a casa, ero stato via metà giornata ed era preoccupata, ma non era nulla di grave. Mi inginocchiai, le porsi i fiori e le dissi:
- Mara, tu sei la mia vita e ti amo.
Lei era commossa, se così si può dire, dicismo che non si aspettava nulla di simile, così mi disse:
- Perché hai fatto questo stupido?
Era un modo affettuoso per lei, quindi mi lasciò un sorriso veramente carino, le diedi poi un bacio con molta passione al suo interno, marcello ci vide, non vi dico l’imbarazzo, ma poi ci staccammo, Mara disse a Marcello che…:
- Quando due si amano… fanno così.
Quando due si amavano, questo mi rese stranito, lei sapeva che la amavo ancora?! Allora, ara per quello che avevo fatto e lo sapeva già da rima?! Io non avevo le risposte, ma lei sì, così la presi e dissi che dovevo parlarle, mandammo Marcello a letto, però aveva paura dell’uomo nero, così dovetti mettere una trappola per topi fuori della porta.
Poi iniziai a dirle:
- Ma sapevi anche prima che ti amavo comunque? Anche se non facevo questo?!
- Sì, ovvio! Perché?
- No, niente, pensavo di non dimostrartelo abbastanza, il biglietto lo dice.
Lei così lesse il biglietto e mi disse:
- Scemotto! Certo che ti commento amabile!
Poi ridacchiando cui misimo tranquilli, io, con la sua testa sulla mia spalla, le dissi:
- Amore, ho preso una decisione.
- Sarebbe?
- Voglio portare nostro figlio all’asilo, che ne pensi.
- Sì, ottimo, potrebbe imparare cose nuove, per me va benissimo.
Così ci addormentammo sul divano.
Quella notte fu l’unica in cui ho fatto un sogno come si deve, di solito avevo il nero agli occhi, ma questa volta ebbi colori e pace. Era un sogno strano, era di un mondo che non c’era, sognai un mondo in cui tutto era rispetto, non c’erano esagerazioni d’alcolici, non c’era violenza, il mondo aveva solo da dire grazie a noi uomini, non c’era troppo inquinamento, solo le macchine occupavano la strada, il resto era di bici elettriche, ci mancava poco a raggiungere questo mondo “incantato”, bastava che io andassi al potere e tutto si sarebbe fatto, ma perché le bici che c’erano, erano bici normali? Mi tenetti la domanda, per farla poi a Mara. Intanto ammirai meglio questa mia fantasia.
I bar avevano bevande analcoliche oltre all’alcol che già c’era, tanto per far smettere gli ubriaconi lì, il sindaco era giovane, sia di testa che di età, il mondo respirava di verde, c’era erba, alberi, prati, fiori non mancavano nulla, i fiori non erano di plastica come quelli loro, erano veri!
Eh sì, era un mondo perfetto, non c’è che dire e lo potevo creare solo io.
Arrivarono, con gran fretta, la 8.11 così mi alzai, Mara si svegliò di conseguenza, preparammo una colazione ai ragazzi con latte, biscotti e marmellata, infine portammo Marcello all’asilo e Miriam la tenemmo a casa, con la mamma.
Domandai a Mara il perché delle bici normali, invece che quelle elettriche, ma lei mi rispose chiaramente:
- Danno fastidio agli alieni che abitano sopra.
Parla che abitano sopra come se fosse un piano di casa, ma tralasciai questo particolare e le dissi:
- Ah, non possiamo inventarne di non dannose per loro?
- E perché dovremmo?
- Beh, in modo di darci più velocità, senza danneggiarli.
L’idea era buona, benigna, molto giusta e conveniva in tutto e per tutto.
Così andammo da un inventore e dicemmo l’idea del progetto, lui ci assicurò che lo avrebbe portato a termine in poco più di due mesi, un mese per il prototipo, mezzo mese per i pezzi e l’altra metà per farlo.
Un’altra novità da portare a termine, era stata “realizzata”. Ora dovevamo solo andare alla stampa per i manifestini pubblicitari.
Tornò a casa Marcello finalmente, così parlammo un po’ della giornata scolastica. Mi stavo molto interessando, quando mi parlò della sua prima cotta per una ragazzina in classe sua, o quando mi disse delle cose carine che disse l’insegnante, quanto pareva era il migliore a disegnare e colorare le figure, poteva diventare un “grandissimo artista”, ma non era quello il futuro che li volevo dare, se fossi stato eletto, lui mi avrebbe sostituito appena avrebbe avuto la maggior età.
Ma per ora era tutto da vedere, nei giornali già si leggeva “SALVATORE O ATTUALE?” questi erano i titoli in prima pagina, in seguito le critiche e gli apprezzamenti su di me e il mio avversario, su di me si diceva: MARIO: persona di grandi affetti, con difficoltà affettive, però, con la moglie, ha due bambini, ma dopo aver salvato noi, riuscirà a salvare il suo matrimonio?
Ah! Che rabbia! Erano tutti esagerati, con mia moglie andava tutto benissimo e i miei figli hanno tuttu l’affetto che io gli posso dare, quindi la mia vita era ottima, perché mi hanno denunciato in questa maniera?! Bah! Non aveva molta importanza, erano comunque persone che potevano giudicare una parte di me, non sapevano tutto.
La ricerca
Passai la giornata a giocare a guardie e ladri con mio figlio. Con la piccola mi misi a leggere la favola di Pinocchio. Poi, dopo un bel piatto di carbonara, andammo tutti a dormire, Marcello era cresciuto in fretta, aveva un anno, ma già mangiava come noi, camminava, correva parlava, era sorprendente, è anche nato velocemente, ma come ha fatto, come è potuto accadere questo?! Mara aveva, come sempre le risposte, tutte, il mondo era suo, così le diedi pure questa di domanda, e le dissi:
- Mara, amore, perché Marcello fa tutto velocemente?
- A me pare faccia tutto con calma…
- No, nel senso, come fa ad avere solo un anno e già fare tutte queste cose?
- Beh…
- Beh cosa?!
- Qui va così… È normale per noi.
- Ah, okay.
Se lei diceva che era normale, sarà normale, infondo c’è da ricordare che avevano un Q.I. più elevato, quindi… sì, forse era normale.
Beh, arrivò poi, come sempre avviene, il giorno seguente, ero stanco, la monotonia era grande e mi ero già stancato. In quel mondo poi, quando eri nel bel mezzo di un’elezione, il tuo lavoro non c’era più, ora ero disoccupato. Portai mio foglio a scuola, all’asilo e fece le sue lezioni, invece io tornai a casa mia per tentare di passare un po’ la giornata, Mara era in maternità, quindi restò a casa, io con Miriam mi divertivo a fare faccette buffe e godevo nel suo gioire, lei rideva e io pure, mi sentivo come se facessi ridere mia moglie, il livello d’affetto era tale che mi rese talmente felice da non potermi dare spazio ad altro, ma poi fini tutto, le si addormentò e io dovevo trovare una nuova occupazione, mi accesi una sigaretta e mi misi fuori.
Era una giornata noiosa, riflettei tra me e me, finiti qui cinque minuti, entrai, guardai i volantini e mi dissi, devo distribuirli in qualche modo! Così andai in posta, li consegnai alcuni me li tenni per me, in modo che potessi fare qualcosa. Lo feci e arrivarono le cinque del pomeriggio, dunque andai a prendere Marcello, ma l’insegnante mi vide e disse:
- Suo figlio è scappato.
Io, preso dalla mia ira dissi:
- Scappato?! E perché?!
- Non so dirle.
Rispose lei con aria quasi da senso di colpa, ma ero troppo preoccupato per perdere tempo prezioso con una persona di scarso valore affettivo, perché, se ha fatto scappare mio figlio, tanto amore per lui non ne aveva.
Scappai, scappai a cercarlo e poi pensai: “ Oggi è il giorno della parlata col popolo cacchio!” Poi tornai con gran fretta alla macchina che avevo lasciato all’asilo, quindi persi in vano molto tempo, arrivai con molto affanno a casa e dissi:
- Mara! Se non vado oggi a parlare, che succede?
- Niente, lo rinviano a domani e così sempre fino il giorno dopo.
Quindi potevo ancora farcela, non persi tempi, presi la macchina e andai a cercarlo, quasi mi disturbava il fatto che Mara non mi avesse domandato il perché, ma forse lo aveva sognato, si sa il cuore di una mamma qual è. Comunque, feci il giro dell’isolato, ma non c’era, c’erano solo pali della luce con dei fogli attaccati, pensai fossero per le elezioni, quindi lasciai stare. Ero affannato, avevo freddo ed ero stanco, erano già tre ore che stavo in macchina o fuori a correre, era una cosa persa, così mi sedetti in un archetto, i pali della luce erano spogli dai quei fogli, non era giornata, per me e la politica.
Verso il sole
Noi ormai vivi,
ma tristi, come ora,
nessuno vuole.
che tristezza infinita che è sentirsi senza un figlio, dopo avergli dato la vita, ti trovi a non vedergliela più con te, col suo legittimo padre.
Mi sedetti in una panchina, e attesi con calma di riprendere le forze. Il fiatone era tale che cercavo in vano una fontanella, se penso a quante cose vane nella vita, in sostanza era tutto vano per me, perfino il sol respirare era tale da non aver più un significato per me.
Poi, da lontano, ecco un’ombra avvicinarsi verso di me, era l’uomo che appendeva i volantini, e con lui ecco un ombra, già più piccola, che camminava con lui come tenergli le gambe, aggrappandosi ai pantaloni.
Suo figlio pensai, beato lui che lo aveva ancora, ma la sua divisa non era da postino, i suoi capelli erano bianchi, anzi grigi, il piccolo disse una cosa:
- Quando arriverà?
Da lì era fatta, era lui, lo conoscevo bene, era Bernardo, un signore di 42 anni, una persona onesta, non c’è che dire, ma era l’unico che mi aveva sentito una volta al bar, abitava lontano da noi però ma perché appendeva quei volantini?! Bah, mistero.
Mi avvicinai a lui e per leggere i volantini, mentre mi avvicinavo vidi una chioma marrone ricciuta, una vocina da bimbo, non poteva essere ne il figlio di Bernardo, perché non ne aveva, e tanto meno il nipote, vidi poi un corpo abbastanza robusto, ma non troppo, mi si illuminarono gli occhi, la mia bocca lasciò un sorriso immenso e dissi:
- Ma che mi venisse un colpo!
Era lui, Marcello. Lo presi da sotto le spalle e lo sollevai al cielo, e poi lo abbracciai forte, li diedi un bacio sulla fronte e lo posai a terra, poi, Bernardo disse:
- Vedi che lo abbiamo trovato?- con un sorriso soddisfatto.
Mio figlio lo ricambiò, mai ci fu quell’affetto grande, finalmente lo avevo ritrovato, dopo tutto quel tempo che lo stavo cercando, finalmente era con me, qui affianco e lo faci salire in macchina.
Tornammo a casa. Era una fatica tolta finalmente. In macchina mi raccontò perché era scappato, mi disse che l’insegnante li aveva chiesto, come a tutti, che lavoro faceva il padre di casa e lui non lo sapeva, li dissi che ero un detective, ma ora ero disoccupato, perché sarei diventato sindaco. Ci lasciammo con un sorriso grande e una risatina da padre e figlio, lui era fiducioso di me e sperava che diventassi sindaco. Ero stanco, lo vidi salire in camera e stetti tranquillo.
Mi levai per un attimo la fede nuziale per guardarla ancora e leggere le scritte che dicevano “ amore ora e sempre”. Ora e sempre eh, anche per i figli, la misi ancora al dito e andai a dormire, Mara stava nel mondo dei sogni, ma comunque mi riuscì a domandare:
- Trovato?
Quindi lo sapeva! Un po’ stupito le dissi:
- Sì, ora è tutto okay.
Mi buttai a letto e mi rimisi a dormire.
Mi perseguitò ancora quel sogno del mondo perfetto, così mi svegliai, scesi a prendere un bicchiere di latte ma mi sentivo confuso, mi buttai sul divano e un altro sogno arrivò, sognai un mondo rovinato, distrutto, forse era il mio d’origine, lo guardai bene e capii che era proprio quello, ma che era successo? Una guerra mondiale?! No, era tutto a fuoco e fiamme, si distrusse tutto, era più una guerra civile, si sentiva dire:
- Berlusca bastardo! Muori con un petardo!
Ah! Era meglio restare nel mio mondo, ma poi come sarei tornato? In quel mondo c’ero pure io, io ero lì che buttavo dei pezzi di legno infuocati, con me c’era una bella signora, aveva ventisei anni a vista così, mi sembrava di conoscerla, si chiamava Serena, aveva i capelli rossi, due occhi verdi tipo cinese, noi due ci guardammo negli occhi, c’era un sentimento tra noi due, ma nessuno voleva il matrimonio, ma ci stavamo per baciare, le due labbra si stavano avvicinando lentamente, e mancava poco per toccarsi.
Mi svegliai subito di botto. Non volevo accettare di tradire Mara e la mia famiglia, beh, era nell’altro mondo però, quindi forse era quello che stava capitando all’altro io, al me del passato quindi, mi sentivo strano, vidi la mia fede levarsi da sola, e svanire nel nulla, presi paura, ma ero troppo stordito per accorgermene.
Arrivò mattina, dissi a Mara che avevo smarrito la fede, e le dissi di cercarla intanto che portavo Marcello a scuola. Così fece, mentre ero in macchina uno era il mio pensiero, solo quello:
Amore,
anello ricordo mio di te.
Quando v’è in mio dito,
m’è forza e coraggio,
quando non c’è,
sola la mia solitudine,
nella mia delusione,
resto senza forza.
Mi sentivo uno schifo, l’anello era molto importante per me, aveva il massimo del valore simbolico e io lo avevo perso, ero proprio una persona senza alcun valore di alcun genere, non meritavo nulla, avevo già troppo, più di quello che meritavo, Marcello capì che c’era qualcosa che non andava e mi disse:
- Papà, tranquillo.
Tornai a casa, sperando che la fede venisse ritrovata, ma non era così, Mara mi disse:
- Non la trovo.
Apposto, alzai l’elenco telefonico ed era lì, sotto all’elenco, chiesi a Mara come poteva essere accaduta una cosa simile, ero stupefatto, avevo trovato la fede ed era sistemato tutto, ma come ha fatto a levarsi dal dito, io non ero stato, ma come avrà fatto?! Le mi rispose:
Si tratta di tradimento sub-terreno.
- Cioè?!- Dissi sconvolto, e lei disse:
- Quando tu vieni qui, il tuo corpo resta dov’era e si forma una copia qui.
- Questo già lo so!- dissi.
E lei continuò dicendo:
- La tua copia, o il vero te, ha trovato un’altra.
- Un'altra?!
Allora il sogno era reale, le dissi del sogno fatto e lei disse:
- Ora si spiega tutto.
Bene, ero felice per un certo senso per lui, ma stranito per me, il cerchio per tornare era ormai chiuso, ero intrappolato in quel mondo.
Non mi dispiaceva molto, ma mi sentivo odligato a dichiarargli la verità, di me, così domandai a Mara cosa fare, lei mi sostenne che non sapeva cosa dirmi, era confusa, passai la giornata fuori dall’asilo, pensavo, aspettando le cinque del pomeriggio, intanto ho pensato di tornare, fargli scrivere un foglietto nel quale spiegavo tutto, così, tornai nuovamente a casa, proposi a Mara la mia idea, lei disse che se proprio volevo potevo farlo, ma avrei un po’ scombussolato alcune cose, me tutto sarebbe restato com’era, solo, lui avrebbe scoperto la verità complessiva, quindi andai nel portale, tornai in dietro nel tempo, mi ritrovai dal mio barista, lui non c’era, probabilmente era a casa con lei o era da solo che si preparava, comunque sia, arrivai a casa, non sapevo più se dire mia o suo o nostra, non ci capivo più, ma entrai nel suo corpo e lui disse:
- Carta, ho bisogno della carta.
Poi li feci scrivere:
“Caro Mario, non so bene chi sono, diciamo che sono l’altro te, io conduco una vita serena, a differenza di quella precedente che passavo con te, ore e ore davanti ad una tazza di caffè, restare solo e senza nessuna, quanta tristezza passata assieme, ora ho una vita bellissima, con una moglie e due figli, un maschio e una femmina, sono sposato e ho rotto la monotonia quotidiana. Ti saluto e ti auguro molta gioia con Serena.”
Fatto questo restai soddisfatto, tornai al bar, e arrivai alla casetta del mio mondo, era la solita casetta brutta, piccola, con le finestre di legno, nel senso che il legno le tappava inchiodati al muro, erano asti di legno belle resistenti, beh, come esse pure io dovevo essere resistente per la mia famiglia. Così deciso tornai a casa mia, diedi un bel bacione a Mara e abbracciai i miei figlioletti, in fine andai a parlare al popolo e, mentre il mio avversario si perdeva nei suoi discorsi di ciò che aveva intenzione, io dissi:
- Con me ci baseremo in solidi principi.
- Quali?
Domandò una vocina dal fondo, era un bambino di almeno sei anni, mi ero stupito leggermente, ma più nulla poteva sorprendermi ormai, così risposi:
- Pace, libertà, purezza e velocità.
Da lì ricevetti un applauso da tutti che era senza fine. Finito l’applauso dissi:
- Avete letto le mie future regole per ora?-
- Sì!- risposero tutti in coro e lì rimasi in pace, era una sensazione di piacere, come avere il sole in petto, ero felice.
Da lì credevo fosse finita, ma il mio avversario non voleva lasciarmi vincere, così disse:
- Popolo! Ho capito, forse ho esagerato, così rimedierò, lo giuro sulla Bibbia.
Ma il popolo lo ignorò, li diede le spalle, poi arrivai io e dissi:
- Ah, sì?! Io ho imparato di più, ora so amare.
Io usavo poche parole, ma molto vere e giuste, ora il popolo sapeva che il giornale aveva torto, la storia la facevo io adesso. Quanta gioia.
Poi il popolo andò a votare.
“La Battaglia dei Portali”
Le elezioni terminarono. Erano a 51% per me e 49% per il mio avversario, mi sentii un po’ in colpa, infondo era disposto a cambiare, ma pensando che dopo un “anno di purificazione”, il potere lo avrei dato all’ex sindaco, al mio avversario, al miglior commerciante della città e al miglior soldato, mi sentii già più consolato, poi, dopo un po’ di anni, sarebbe andato tutto, nelle mani di mio figlio, non vedevo l’ora di vedere come sarebbe andato a finire il tutto nelle mani di un genio, uno che sapeva già parlare, camminare, pensare, percepire gli stati d’animo delle persone e dire le cose corrette, aveva già assunto la sua maturità che gli bastava, era incredibile.
Beh, ora che sono al potere, dovevo far cambiare alcune cose, così scrissi una pagina dicendo:
1. l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro.
Poi, pensai che era inutile aver cancellato tutto, per poi riscrivere tutto uguale identico a prima e cancellai, riscrivendo:
1. L’Italia è una nazione che, anche se divisa in regioni, l’una farà del bene a sé per il bene di tutte.
2. La nostra è una regione che dovrà da ora e in poi, avere l’approvazione del popolo e di abitanti o pseudo abitanti alternativi, su tutte le decisioni, non dovrà avere nulla di nascosto.
3. I mezzi accordati sono: macchine, biciclette elettriche e motorini.
Macchine: se il lavoro si trova a lunga distanza da casa le macchine sono accettate.
Biciclette elettriche: da casa a scuola, da casa a bar, da casa alle vicinanze, le biciclette elettriche sono veloci e agili. Le biciclette elettriche sono delle nuove creazioni che non danneggiano alieni di vario genere.
Motorino: quando il lavoro è a media distanza, il motorino può essere usato tranquillamente. Le circolazioni vengono osservate quotidianamente da poliziotti urbani che, posizionati uno ad uno nelle scuole e nei vari centri di lavoro, possono dare una multa per guida non accordata. Chi è disabile può essere abortito o accompagnato a mano nelle loro sedie a rotelle.
4. La politica deve essere espansa in ogni campo. Ci saranno inoltre degli assessori
5. Che si divideranno in: assessore alla circolazione stradale, assessore alla cultura, assessore alla politica e basta, perché l’elettricità e l’acqua, erano gratuiti grazie all’ex sindaco.
6. I soldi non solo obbligatoriamente da consumare subito.
7. Il tasso alcolico non può superare i 0.5 di tasso alcolemico.
Questi erano i decreti che avevo scelto intanto per ora, forse resteranno tali, pensare che mi hanno fatto quasi guidare da sbronzo, mi hanno fatto sentire sbalordito quando ho scoperto del come usavano i soldi guadagnati, però rimasi stupito a sapere come avevano “guarito l’aria”, ma io avrei dato anche la velocità.
Una settimana dopo, arrivò un giovane, proveniente del mio mondo d’origine, almeno così si diceva, si diceva inoltre, fosse un esploratore, e, che aveva fatto il giro della città.
Bene, dovevo conoscerlo assolutamente, parlare con lui, e ospitarlo nel mio mondo.
Tempo due giorni e la festa ci fu, lui era felice e contento, si mise accanto a me con un con un bicchierino di vino in mano, mi trovai bene, era un tipo giovane, di diciannove anni e di 1.80 metri, ma la sua esperienza era abbondante, aveva lottato con: canguri, leoni, tigri, lupi, serpenti e coccodrilli.
Era un tipo dalle mille risorse, con quei capelli marroni a baschetto, sembrava un giovincello, ma quando ti raccontava le sue avventure, restai certo che tanto giovane non era.
Non solo il soffrire,
mi fu,
in mio scritto tace.
Al calar di righe e soavi splendori,
il sipario di mi vita,
s’aprì, la gioconda via
e, fuori dai dolori,
corsi ai ripari.
Così mi sentivo in sua compagnia, in pace! Ma poi li chiesi:
- Che ne dici di questo mondo?
- Per certi versi è meglio il mio.- disse,
- Ma se da voi c’è la guerra civile!- dissi indispettito.
- Già, ma le cose non sono in alto come qua, qua sono altissime! Da noi sono già più basse.
Da lì mi sentii come offeso, lo avevo fatto solo in certe zone di lavoro importanti, per rispetto della loro privacy! Non potevo accettare che un essere così mi accusasse di non aver fatto un buon lavoro, non lo accettavo! Gli alieni mi ringraziarono per le bici che avevo fatto creare e gli abitanti pure, perché uno così doveva insultarmi a gran voce? Non lo accettavo.
Così gli dissi:
- Se non ti va vattene via!
- No, infondo è bello questo mondo, ha più cose belle che il mio!- disse già più sereno.
- Ah sì?! E quali sarebbero scusa?!- risposi io a tono.
- Beh, qui si rispetta la natura, c’è più verde e meno smog, gli abitanti sono realmente liberi, si conoscono gli alieni e sono nostri amici, i negozi sono diversi, non si ha paura della fine del mondo. Questo è il vero futuro.-
Cavolo, aveva capito tutto, sapeva più cose lui in così poco tempo che io, pazzesco! Comunque dovevo pensare a cosa fare di lui, se accettare le sue critiche o meno, dovevo capire cosa lui desiderava e cosa non voleva, dovevo capire cosa potevo fare, di certo non era semplice, ma lui mi sembrava una persona su cui ci si poteva fidare, così gli chiesi:
- Che pensi di fare?!
- Beh, non so, devo vedere, ma probabilmente resto.
- Bene.
Questa comunicazione con lui mi sembrava vuota, ma poco importa, lui voleva restare e ne aveva tutto il diritto, ma che sarebbe accaduto se tutti venissero qui?! Si perderebbe un era intera e poco più, no, non andava bene questo mio pensiero, non era bello e genuino, forse dovevo cambiare qualcosa, levare i portali, ma come avrebbe reagito il popolo?!
Non lo sapevo ma questa sarebbe stata la mia guerra e la volli combattere in pieno senza problemi di alcun genere, le carte le avevo il in mano e il coltello dalla parte del manico era mio.
Ma caddi in ogni modo con l’umore a terra, la cosa era notevolmente più grande di me e io non potevo dare una soluzione che andava bene al popolo, infondo a loro piaceva incontrare visi nuovi, ma a me era la paura di perdere tutto.
Il morso dell’inverno
a risucchiarmi,
un solo filo mi collega alla vita;
un morso mi risucchia
e non c’è salvezza
se non la verità
che m’è nascosta;
eppure la amo.
Mi sentivo, infatti, come risucchiato in un vortice, in un circolo improduttivo che mi portava a scegliere, me o il popolo, me o quelli del mio mondo, lui come ultimo, non sapevo la risposta, sentivo la verità lontana e assai scura agli occhi mie, non sapevo bene cosa fare, come muovermi, era già tanto se sapevo di essere al mondo, giuro. Non volevo assolutamente trovarmi nei casini, col popolo come l’altro sindaco a causa mia, andai a casa dalla cena col nuovo arrivato che si chiamava Nicola, credo, ma poco importava, dovevo andarmene dal posso che mi deprimeva, così cercai altre possibilità di fuga, pensare al mio lavoro, no, era la causa di tutto, pensare a Nicola e trovargli una sistemazione, ma no, abitava già in una sua tenda in un parco da quanto avevo capito, a tutto la risposta era NO! Forse potevo pensare alla mia famiglia, ma a cosa?! Ad annoiarmi con mia figlia?! A portare Marcello a scuola?! Sì certo, per poi annoiarmi ad aspettarlo. Vabeh, ormai lo portava a casa Mara, perché io dovevo lavorare fino a tardi, poi non venivano da me solo per risolvere problemi familiari, della città, rapine o cose simili, venivano da me anche per dei crimini di qualunque genere!
Basta, ora era venuto il momento di finirla.
Mi ritrovai presto a casa, i piccoli erano già a letto e Mara mi attendeva seduta sul divano, fissava il muro.
Amo amare
e amando vivo.
Guardo il mondo
e natura madre.
Odo suoni
Del natural mio godere.
Oso soffrire per perdite amare.
Oso vivere e di ciò scrivo.
Non sapevo bene cosa fare e stetti zitto, Mara s’avvicino a me, e senza parlare mi diede un abbraccio, in quel momento mi sentivo l’uomo più forte del mondo, ero invincibile e potevo tutto.
Misi, per sicurezza, un foglio con scritti tre motivi giusti per chiudere definitivamente i portali ed erano:
1. Così non perdiamo ne le loro viti come dovevano andare e neanche le nostre.
2. Così non va persa un era e poco più, per niente.
3. Così potremo vivere ed esistere ancora.
Aggiunsi una quarta per sicurezza e dissi:
4. Così la vita può seguire il suo corso senza darci preoccupazioni.
Il giorno dopo lo condussi in maniera monotona, portai Marcello all’asilo e andai in ufficio, ma volli fare una follia, chiamai tutti gli abitanti annunciando la mia “riunione popolare”. Alle 14.50 sarebbe avvenuta in piazza.
Era bello avere il popolo lì riunito, potevo vedere il viso di ciascuno, e dissi:
- I portali dovranno essere chiusi!
- E perché?!- disse una signora anziana.
- Perché ho anche tre o quattro buoni motivi!
- E dicceli allora.- continuò a ribattere.
Li dissi tutti e quattro come voleva il popolo, poi mi ritrovai il popolo perplesso, infine ecco una persona sollevarsi miracolosamente in aria e svanire pezzetto per pezzetto, e disse:
- Lo so, ero un parente di Nicola!
Peccato, era Bernardo, un caro cittadino che mi aveva dato molto bene e mi aveva riportato pure mio figlio, a pensare quanto era felice di quello che mi aveva fatto, mi aveva portato Marcello alle mie braccia, per me era molto importante e lui esisteva per me, era come un padre per me, ma ora era moto. Era un bravo cittadino, ma era.
Conclusione
Il futuro nostro divenne bellissimo, non ebbi altri figli, finii il mio anno di lavoro, ripresi il mio lavoro di detective e continuai tranquillamente. Poi allevai Marcello affinché diventasse il sindaco migliore, anche più bravo di me, un po’ come mago Merlino con Artù. Poi il mio “clone” o il vero me o la mia copia o qualunque cosa era, si sposò con Serena, a me, grazie alla lettera che gli lasciai, non mi accadde nulla, pure lui ebbe due figli, ma prima una femmina e poi un maschio. Poi… beh, che altro dire, come accade sempre, i figli eseguono l’ultima cosa dei padri, percorrendo un po’ la loro vita verso la fase adolescenziale. Questo era il succo della vita ed è la possibilità, per un genitore, di stare ad aiutare il figlio, CHE BELLA CHE è LA VITA !
Stretta è la foglia,
larga è la via
voi dite la vostra
che io dico la mia.
La vita è strana, a tratti fa soffrire e con altri tratti fa gioire quasi, la vita è strana, eppure, son i figli, la storia si ripete circa, ci sono prese in giro comunque, per qualunque motivo sciocco, magari noi genitori abbiamo ricevuto prese in giro per altri motivi, ma riusciamo comunque a capirlo. Magari noi abbiamo qualcosa da insegnare loro e lo avremo sempre.
Ho scoperto inoltre, che la storia con i figli, l’ultimo passaggio soprattutto, si ripete, infatti pure mio padre ha conosciuto mia madre qui, in questo mondo stupendo, ma poi sono andati a vivere nel mio mondo d’origine, Padova della Terra.
Nel nome del Signore Dalla finestra
Io volo agl’occhi tuoi Ma una fatica,
senza tanger il suolo. viviamo e non si smette.
Voce tua mi conduce Andiamo a sentirci
al gioioso mio godere. e il resto lo si scrive,
Vano è lamento mentre spesso ci si vive
al nome tuo. anche un sogno fra la notte
ed il risveglio per vederci.
Forse non è...finita testo di Cicchetta