Quanti misteri s'avvicendano in quest'ospedale. Io sono stato mandato qui a investigare: sanno tutti come sono bravo in questo genere di cose. Ma veniamo ai delitti così originali, in cui s'uccide la gente a suon di iniezioni. L'arma, lasciatamelo dire, apre un bel ventaglio di sospetti: medici, infermieri e persino assistenti private che qua pullulano come zanzare in una palude. Gli indagati sono tutti concentrati in questo edificio profumato con un nauseabondo disinfettante (non fiuterò mai la pista giusta se non si decidono a cambiarne la marca).
Controllo il bagno delle donne, ove è avvenuto l'ultimo omicidio. Prelevo campioni d'urina così diluiti dallo scarico, che forse analizzarli sarà vano. Bisogna tentare: proprio tra i fruitori di tali servizi potrebbe celarsi il testimone chiave, se non addirittura il colpevole.
Vengo colto di sorpresa: un ago s'infilza nella mia pelle. Afferro disperato quella mano, intenta a stantuffare una sostanza aliena nel mio sangue impaurito. La mia presa salda sventa un nuovo delitto, mentre grido: “T'ho acciuffato, non mi scappi!”. Sono le ultime parole che emetto prima di essere steso al suolo da un destro coriaceo.
Cado con un tonfo secco, come fossi un mucchietto d'ossa sprovvisto di grasso per ammortizzare l'impatto.
Mi sveglio poco dopo, sono ai piedi della tazza del cesso. Una donna urla spaventata, ben avvolta nella sua vestaglia a fiori viola. Una malata veramente appariscente costei, m'insospettisco. Lo annoterò con calma sul taccuino, ma ora devo immediatamente dare una tregua ai miei poveri timpani. Le sorrido per tranquillizzarla senza la minima reazione dalla sua ugola; le mostro il distintivo e subito azzera quell'assordante volume.
Con delicatezza stacco la siringa ancora infilzata nella carne. Osservo il liquido rosso fuoco: ben cinque cc di morte, che volevano iniettarmi.
Comincio l'interrogatorio: “Cosa sei? Non sarai un nuovo veleno? Cosa volevi pompare nel mio sangue? Se ti ostini a non rispondere, dovrò portarti in centrale.”
Le mie minacce paiono vane. Smonto con cautela quest'arma letale. Tra il pollice e l'indice destro stringo l'ago mentre con le dita sinistre blocco il cilindro. Con le mani così occupate diviene difficile continuare le indagini; solo un polpo o la dea Kalì se la sarebbero cavata in questo stato.
Fuori dall'istituto tre ragazzi si fanno una canna. Approfitto subito della mia autorità per intimorirli. Ostento il distintivo e senza troppe chiacchiere li convinco a collaborare con la legge. I ragazzi si ripigliano di botto, e prendono in custodia gli strumenti del tentato omicidio. Quel liquido dovrà essere analizzato, perciò mi prodigo in consigli su come posizionare le dita nel tenere quei due elementi chiave. Giurano sul loro onore di non spostarsi da quel punto fino al mio ritorno. Do una pacca sulla spalla a ognuno come benedizione, e raccomando per qualsiasi problema di chiedere di me. Ho bisogno di una pausa di silenzio prima di scandire il mio nome: “Ispettore Kevin”. Mi stupisco io stesso nel pronunciarlo: come se fosse la prima volta che lo sento, quasi me lo fossi inventato così su due piedi.
Mi aggiro nel reparto psichiatrico. Oggi è un giorno di festa. I pazienti saltano e ridono. Cercano di afferrare le maschere beige che permettono di partecipare al ballo. L'infermiere galoppa con tutti i travestimenti in braccio e quei mattacchioni dei ricoverati gli corrono dietro, simili a uno sciame di api.
Vedo una donna bellissima dai lunghi capelli dorati, li tiene raccolti in una crocchia somigliante a una spiga di grano. I suoi occhi azzurri sono sicuramente uno spicchio di cielo sereno. Rimango senza fiato, se solo non fossi in servizio la inviterei a ballare. So che lei mi sorriderebbe e l'orchestra eseguirebbe la nostra canzone. Sarebbe bello stare stretti l'uno nelle braccia dell'altra. Lei, poi, ha un piccolo cappello da fatina che la rende magica; io metterei un mantello da principe azzurro prima di farla montare sul mio destriero. Non posso perdermi in sogni quando il dovere mi chiama. Osservo un'ultima volta il suo incedere leggero, la grazia che evapora nell'atmosfera quando le sue braccia si aprono e i piedi seguono il ritmo delle note. Le volto le spalle con rammarico, ma un urlo familiare mi costringe a tornare indietro. E' sempre l'ugola della donna in viola e ai suoi piedi c'è la signora dei miei desideri. Accorro preoccupato, noto subito quella malefica siringa infilzata nella sua morbida carne. Piango lacrime di veleno. Inutile che finga: è mia moglie, la madre dei miei figli. Dovrò scusarmi anche con loro, se sono stato costretto a ricoverarla; è colpa mia se ora sono orfani. Le stringo forte la mano. Lei si rianima un istante, ha solo il tempo di sussurrare: “Kevin, perdonami se ti lascio solo”.
Io grido all'ingiustizia: non dovrebbero accadere queste cose, intanto esala il suo ultimo respiro. Mi ripeto che la vita sa essere atrocemente crudele. Lei muore e io non ho trovato ancora il colpevole. Esco nella notte che spalanca le sue fauci, per inghiottirmi avida. I ragazzini mi aspettano col reperto da fare analizzare, nella stessa posa di quando me ne sono andato. Incrocio il loro sguardo astioso che mi trapassa come un raggio laser. Sono stufi di attendermi come stoccafissi, solo per custodire un ago e un cilindro colmo di rosso.
Ho appena il tempo di salutarli e ringraziarli, quando due infermieri s'avventano contro di me. Uno m'immobilizza e l'altro si prende i due componenti della mia investigazione. Trionfante esclama: “Ecco che sono saltate fuori le medicine. Ora ti facciamo una bella punturina. Stai buono”.
Ho trovato i due assassini. Era fin troppo ovvio che facessero parte del corpo ospedaliero.
Mi sedano, e legato come un salame, vengo portato dentro una stanza speciale. Qui non c'è niente oltre l'imbottitura che rende tutto surreale. Salto su enormi cuscini, sono intrappolato senza vie di fuga. Inizio a girare in tondo come il bastoncino su cui si avviluppano aliti di zucchero filato. Mi si appiccicano addosso filamenti di pensiero, veli di parole.
Giro tra le domande e qualcuno mi chiede della puzza in quel mobile. I bambini piangono per la mamma che non torna. Si sentono abbandonati, perché ignorano che la sua testa mozza è chiusa a chiave nel cassetto d'ebano. Le sue iridi color del cielo cercano ancora i figli in quel buio legnoso.
“La bionda fatina non c'è più”, canticchia l'uxoricida. Incalza sul ritornello con la bava alla bocca. Nessuno lo può più sentire e la prossima iniezione è ancora lontana.
MISTERI. testo di alchimista