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Il Natale, per lui, cominciava sempre in silenzio. Non c’erano luci colorate alle finestre, né pacchi luccicanti sotto un albero grande e profumato. La sua casa era piccola, e il freddo entrava dalle fessure come un ospite non invitato. Ma nel suo cuore, ogni dicembre, si accendeva qualcosa che nessun gelo riusciva a spegnere. Si svegliava presto, la mattina della vigilia, con un’emozione che gli riempiva il petto. Non sapeva esattamente perché: forse era la promessa di un giorno diverso, forse la magia che vedeva negli occhi degli altri bambini, forse la speranza, quella sì, sempre viva, che qualcosa di bello potesse succedere anche a lui.
Non aveva regali da scartare, ma aveva il cielo. E gli piaceva guardarlo, soprattutto quando diventava rosa e arancio, come se anche il sole volesse festeggiare. Immaginava che quelle sfumature fossero un biglietto speciale, scritto solo per lui.
La mamma preparava un pranzo semplice, ma lo faceva con una cura che trasformava tutto in festa. Bastava un piatto caldo, un sorriso, una carezza sulla testa. Per lui, quello era il vero lusso, il vero Natale: sentirsi amato.
Quando usciva in strada, vedeva gli altri bambini correre con i loro giochi nuovi. Lui li guardava da lontano, senza invidia. Sognava, questo sì. Sognava un trenino, una palla, un libro pieno di figure. Ma sapeva anche che i sogni non costano nulla, e forse proprio per questo erano il suo tesoro più grande.
La sera, mentre le luci delle case brillavano come stelle cadute sulla terra, lui stringeva tra le mani una piccola candela. Era il suo modo di dire al mondo che anche lì, in quella casa modesta, il Natale esisteva. E mentre la fiamma tremolava, lui chiudeva gli occhi ed esprimeva un desiderio. Non chiedeva giocattoli, né dolci, né miracoli impossibili. Chiedeva solo che il domani fosse un po’ più gentile.
E in quel momento, con il cuore pieno e le tasche vuote, era il bambino più ricco del mondo.