Rho. O Vimercate. Ma poteva essere anche Sesto S. Giovanni. Uno di quei paesotti lì, che i turisti li vedono col lanternino, ecco. Grigi, fumosi. Non me lo ricordo più bene; cosa volete farci, a 94 anni la memoria si sente in diritto di volare di fiore in fiore senza una logica che non sia quella delle farfalle stimolate dai colori dei fiori.
Un diario, sì, lo tenevo – lo tenevo chiuso in un piccolo scrigno in legno: India … o Kenya … o magari veniva via dalla Brianza. Lo tenevo sempre chiuso a chiave, perché ero gelosissimo della mia intimità (oggi si dice privacy, ma allora la conoscenza dell’inglese era un optional per pochi eletti. Tanto, non si sapeva nemmeno cos’era, un optional). Avevo così paura che gli altri mi guardassero dentro, che il diario lo tenevo chiuso a chiave e non ci scrivevo mai niente.
Capite perché non lo so, dove ero? L’anno, poi.
Ero dove ero nell’anno che era. Entro nel bordello del paese e … Cos’è, quelle facce? Allora ci si andava senza tante storie, si usava così. Ogni epoca ha le sue mode: allora, i casini; oggi, magari, i salotti. Solo che allora lo sapevano e lo dicevano tutti che quello era un troiaio.
Come tutti, avevo la mia preferita, io: si chiamava Geppetta, perché era ragazza-madre di un figlio che era una testa di legno. La cerco, ma al presente, mi dice la madama, la Geppa è occupata con un sciur dell’Alta. Osti, dico io, loro c’hanno i loro, di casini, perché viene qui a portarci via le ragazze a noi? Perché è un caporione del fascio, dice la madama: lui va con le figlie del popolo perché dice che ci piace fottere il popolo. E si sganassa dalle risate. E io che credevo che quelle battute lì le facevano solo al Bagaglino, anche se a quei tempi sentir parlare di Pippo Franco pensavi subito a un qualche fratello scemo del Francisco.
Aspetto, dico io, tanto i sciur son buoni solo a far su le sveltine. Intanto, giro un po’ qua un po’ là, anche se il posto lo conosco a memoria; potevo anche dire ‘a menadito’, ma eran parole che in quei locali, a quei tempi, ti guardavano storto. La mobilia, non ce n’era tanta: era un bordello per gente del popolo, messo su alla buona. C’era il suo bel mobile bar, con dentro il fernet per quando le signorine non digerivano qualche cliente. La madama rideva sempre, quando diceva questa battuta; per farci vedere ai clienti i suoi due denti d’oro, dicevano maligne le ragazze. Che poi, la scema, ha dovuto donarceli alla Patria e andava in giro con due buchi nella dentiera, che se ci mettevi in bocca una lampadina, sembravano i fanali di una Balilla.
Tè che sul tavolino delle riviste – certi primi piani di polpacci … - hanno messo lì anche dei libri. Sarà che mi sento già un intellettuale di provincia, ci butto l’occhio, che quasi mi resta lì incollato: osti, sono due miei romanzi! Peccato che all’epoca io di pubblicazioni non avevo ancora fatto nemmeno quelle di matrimonio.
Come faccio a dire che sono miei, allora? L’autore, scritto bello grande, è Eleuterio Ingraziadiddio, che sarebbe il mio nome. E non ce n’è in giro tanti …
Mi chiamo così perché mi hanno trovato in una cestella sul portone di un convento di frati. Con una spilla la mia mamma aveva attaccato al vestitino un biglietto: “Sono sicura che lo lassio in grazzia diddio.” Da cui - fatta salva la ‘z’ di meno.
I titoli mi colpiscono in modo particolare, perché chi ne ha mai letti così: “Metti la tua pen-driver nella mia porta USB” e “L’e.mail scarlatta”. Rabbrividisco, davanti a tutte quelle parole straniere: all’epoca, lo yacht si chiamava panfilo; il garage, rimessa e se volevi un 78 giri di Louis Armstrong dovevi chiedere di Luigi Fortebraccio. Se qualcuno associa il mio nome a quei titoli forestieri, facile che finisco all’Indice prima ancora di aver pubblicato una sola riga.
Mi guardo in giro come se niente fosse, proprio come un bambino che sta per rubare un biscotto dalla biscottiera – e tutti glielo leggono in faccia. Ho deciso di infilarmi in tasca i due volumi, prima che mi possano perdere; ma, sarà che ladri si nasce, uno mi scivola a terra. Impietrisco, proprio come il bambino cui cade il biscotto sotto gli occhi dei genitori.
Curioso: non mi arriva lo scappellotto, nessuno dice niente, nessuno ha notato niente. Con dissimulata indifferenza raccatto il libro da terra; ma mentre mi rialzo, incrocio le pupille dilatate della madama che mi fissano col sottotitolo: “Che cazzo stai facendo?” – salvo che all’epoca la censura sbianchettava cinque lettere. Mi chiede con fare dubbioso: “Ha perso qualcosa?”.
“Be’ … ecco … mi era caduto il libro”.
“ …? …”
“Sì … uno di … quello che stava lì, sul tavolino”.
L’espressione da sbianchettare le ricompare nello sguardo in grassetto: “Libri, qui, non ne circolano proprio! I miei clienti, caro lei, non sfogliano libri: spogliano ragazze!”. Condisce il tutto con una risata fra l’etereo e il macabro. Capisco che non è il caso di insistere: meglio per me, se non s’è accorta della presenza dei volumi. Mentre penso così, mi arriva alle spalle un conoscente, che: “Hai qualche problema alla mano, che la tieni così rigida?”. “Reggo il … il … libro” gli balbetto colto alla sprovvista. Gli si stampa in faccia un’espressione tipo: “Uno di noi due ha un problema. E non sono certo io”. “La biblioteca del MinCulPop è un paio di isolati più in là, ma a quest’ora è chiusa. E comunque, dai retta a me: se ti aggiri qua dentro con le dita piegate a quel modo, a nessuno verrà in mente che è un libro, quello che hai appena mollato”. E se ne va ridendo della sua arguzia.
Come un fulmine, infilo il volume in tasca - quei due non l’hanno veduto (D’Annunzio andava forte, all’epoca), non so come, ma io ce l’ho bello sodo in mano. Bofonchio una scusa alla madama e me la filo all’esterno: muoio dalla voglia di guardare quei due misteriosi libri, quei titoli così insoliti e pericolosi.
In strada – quando sembra di vivere in un film … - viene proprio nella mia direzione un poliziotto. Sono tempi difficili, la diffidenza si respira come il polline a primavera (le allergie ancora non sono state messe sul mercato). Sarà che ho il collo un po’ contratto e gli occhi dilatati; sarà che la mano destra nella tasca della giacca trema come se stessi abusando di me stesso. Sta di fatto che il poliziotto concentra il suo sguardo su di me – no, proprio sulla tasca terremotata. Fissa. Concentra.
Poco alla volta i suoi occhi si trasformano in specchi ustori che concentrano i raggi del sole sulla mia tasca. Sui libri.
La carta prende fuoco. Vedo le fiamme levarsi con un guizzo. Sento la pelle bruciare. Fahrenheit 451? (anacronismo … ? boh, nemmeno i futuristi usavano paroloni siffatti). Tolgo di scatto la mano dalla tasca per scaraventare altrove la fonte dei miei guai - e il poliziotto mi spara, anche se la mia mano stringe solo se stessa, in un desolante afflato di autocommiserazione (invecchiando, cosa non si riesce a scrivere).
Rotolo a terra. L’impatto col freddo ostinatamente granitico del pavimento raggela ogni più ardente e focoso sogno. Piombato dal letto nella cruda, ghiaccia realtà della notte casereccia, recupero in rapida sintesi la trama degli eventi.
Mi sono addormentato col pensiero fisso della pen-driver che diventa quasi incandescente dopo due sole ore di ospitalità nella porta USB del mio vecchio PC. E ho pensato: o cambio il catorcio o qui finisce tutto a puttane.
Sveglio per sveglio, tanto vale cominciare a leggere quel racconto che mi è arrivato ieri via e.mail. Come si intitola …? “La maestrina dalla pen-driver rossa”.
La maestrina dalla pen-driver rossa testo di trap