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Ancor ne l’ombra mi vieni a cercare,
sí ch’io non veggio lume né sentiero,
né so se ‘l ver dal sogno può mirare.
Fu notte, e in loco muto e cimitero,
ove la via d’orme era deserta,
io mi trovai, smarrito e prigioniero.
E tu venisti, d’angoscia coperta,
qual spirto errante, d’atro pianto intriso,
ché ‘l viso tuo parea fiamma sofferta.
Le guance rosse di sospiri inciso,
l’occhi due gemme d’ira e di dolore,
che ‘l ciel parean maledir con sorriso.
«Ei mi lasciò! Perduto è ‘l mio signore!
Nulla nel mondo fia ch’ei rinasca,
né il tempo stesso può sanar l’ardore».
Io, ch’ero ignaro e pur d’affanno in tasca,
t’accolsi forte tra le braccia stanche,
ché sol d’amore si placa tempesta masca.
Ma poi s’aprì l’alba con voci franche,
e udii ch’un nome a me noto in vita
giacea caduto tra l’ombre bianche.
E fu tuo padre, che in notte infinita
se ne fuggì per calle senza scampo,
mentre tu piangevi, da morte ferita.
Qual lingua mai narrar potrà tal campo?
Mistero grave, ch’a me fu donato,
come Gabriel parlò col Santo Lampo.
Che sia la sorte scritta e già dettato?
O l’alma mia da Dio fu benedetta,
ché morte stessa m’ha già sussurrato?