Il mio amico Milly

scritto da La Gattopardina
Scritto 7 anni fa • Pubblicato 7 anni fa • Revisionato 5 anni fa
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Testo: Il mio amico Milly
di La Gattopardina

Il mio amico Camillo era un ragazzo fiorentino davvero amabile, un vero ragazzo d'oro non tanto perché fosse bello, quanto perché l’anima splendida traspare sempre e la coglie specialmente chi sa vedere.
Ma Camillo possedeva uno strano specchio, si rimirava e si vedeva addirittura orrendo.
Non teneva quindi in gran conto chi sa vedere, perché lo specchio distorceva parecchio la sua immagine e lui si fidava solo di ciò che credeva di vedere: in più non riusciva a percepire al di là del suo aspetto fisico, che effettivamente non era quello di Raoul Bova, ma chi a questo mondo ha quel magnifico aspetto, tranne appunto lo stesso Raoul?
Inoltre, quando si specchiava, invece dell’oro e delle sembianze perfette, vedeva uno strano esserucolo contorto e tristo di ferro arrugginito, ma grassissimo.
- Certa gente è proprio bollita di testa - pensava convinto,
- Io d’oro e d’anima bella? Ma per essere anime belle bisogna essere una miscela alloroulivica al 50% di Einstein e Gandhi, o una mistura fantasticoesplosiva composta da 1/3 di Fiorello, 1/6 di Sai Baba, 1/6 di Dulbecco, ¼ di Falcone & Borsellino, ½ di Antognoni nel suo decennio d’oro, 15/16 di Madre Teresa di Calcutta e 4/3 di Albert Schweitzer; Cartier-Bresson (il suo idolo, dato che si intendeva di fotografia), Leonardo e Raffaello come eccipienti! -
Si annusava e, schifato di sé, si avvertiva persino maleodorante.
A volte assumeva uno strano colore viola melanzana romana: gli succedeva per lo più alla domenica, ma quello, che ai più sembrava orrorifico, a lui piaceva moltissimo. So che leggendo queste parole, subito avrebbe esclamato: - Melanzana romana mai! Ovvìa... melanzana fiorentina, un tu capisci nulla!!!! -
Evidentemente, era la sua anima ad essere d'oro, non il suo cervello.

A forza di credersi di ferro arrugginito, pian piano Camillo si incurvava e si ossidava, la sua pelle si squamava e si crepava tutta, ma dalle crepe si intravvedeva uno strano splendore molto sospetto, tanto che un giorno un paio di streghette furbilline che da qualche tempo lo tenevano d'occhio, sicure di mettere le mani su qualcosa che somigliava fortemente al business del decennio, cercarono di tendergli una trappola per catturarlo.
Appostatesi lungo il tragitto che di solito Camillo percorreva ogni mattina in auto per andare al lavoro, gli fecero trovare, abbandonata sulla strada, una maglia viola da calciatore della sua squadra del cuore. Il tapino frenò a strinaruote.
Scese dall'auto per raccogliere la maglia e vide sul retro di questa un bel numero 9. Ebbe appena il tempo di pensare: - Un sarà miha la maglia di Batistuta? - e di allungare una mano per prenderla, che tosto le streghette ne approfittarono e lo catturarono, imprigionandolo con fili di ragno gigante amazzonico.
Camillo, che nel frattempo era riuscito ad afferrare il suo trofeo, fu così preso dall'eccitazione che poco si curò della cattura e punto di dove le streghette lo stessero portando.
In una casetta nel fitto di un bosco, si dirà... No! Proprio no! Era il lussuoso attico di un prestigiosissimo palazzo antico, con vista sul Duomo e relativo campanile di Giotto, sito proprio nel centro di Firenze.
Lo confinarono in una delle innumerevoli stanze dell'attico, lasciandolo legato e impastoiato su una bella quanto scomoda poltroncina savonarola.
In realtà le due squinzie non sapevano come comportarsi con lui, e ragionavano sul modo migliore di spellarlo, credendo che fosse un androide con l'ossatura di oro zecchino, rivestito di cuoio consunto. I giorni passavano e il nostro amico, alimentato solo da acqua e da qualche pezzo di avanzo della pessima cucina delle streghette (consistente in piatti vari di verdure che Camillo aborriva con tutto se stesso), senza cellulare in mano e senza Internet, ebbe modo di stare in silenzio e di ripercorrere col pensiero tutta la sua vita. Da troppi anni era centrato su se stesso credendosi la feccia del mondo, nonché impasto di varia immondezza e causa di tutti i mali che accadevano nel suo intorno.
Sì, perché ci sono due modi di essere follemente narcisisti: uno è quello di credere che siamo oggetto di attenzione universale a causa della nostra superuominità, l'altro di credere che lo siamo a causa della nostra imouominità.
Nella sua prigionia, cominciò quindi a dimenticarsi di sé e dei suoi lamenti, Per la prima volta gli mancarono davvero i suoi cari, i suoi bambini, sua moglie, quei pochi amici che gli erano rimasti e desiderò fortemente di rivederli, di cambiare per essere finalmente attento alle loro istanze, non più alle proprie. Questo desiderio divenne il suo imperativo e così trovò la forza di liberarsi.

Ovviamente, mentre cercava di rompere i lacci e si divincolava, la sua pelle si sfogliava, dalle crepe trapelava un bagliore fortissimo. Dai e dai, caduto l'ultimo lembo di pellaccia, il suo essere lucente emerse sempre di più, finché fu una creatura tutta luce. Essendosi liberato totalmente del suo involucro fetecchioso, fu un gioco per lui liberarsi anche delle pastoie aracnoidi. Si muoveva veloce e aggraziato, adesso, sembrava uno di quei bellissimi alieni luminosi del film “Cocoon”, e corse ad aprire la porta della stanza in cui era stato segregato. Le due streghette, nel vederlo, presero un megacoccolone, non ravvisando, nelle nuove fattezze di Camillo, il contorto essere crepato che era prima.
Urlarono : - All'angelo! All'angelo! - e stramazzarono per terra svenute.
Camillo guadagnò l'uscita, ma arrivato all'ingresso dell'antica dimora, notò uno specchio a muro lì posto e si guardò trasecolando. Si vide luminosissimo, brillante e quasi trasparente, cristallino. Ma il suo viso... cos'era successo? Si riconosceva e non si riconosceva.
Il suo viso era quello che aveva da bambino, prima che sorgessero i drammi della sua vita, era il viso di quando gioiva nell’annusare i fiori e gridava per fare la gara canora con le rondini, correndo sui prati come un pazzo, anzi no, come un bimbo felice!
Si ricordò del suo io di allora, si accarezzò i capelli ricresciuti e lucenti (ho dimenticato di dire che era anche pelato) e si guardò gli occhi, sprofondando in quel silenzio interiore che ci permette di perdonare noi stessi e gli altri, di non stare a chiedere sempre ma di sapere accettare; si guardò le mani sorridendo per la loro luminosità, consapevole di poter con esse ricreare bellezza scattando foto, scrivendo, lavorando, accarezzando la sua donna e i suoi figli perché era finalmente riuscito a riallacciare i fili d’amore che lo riunivano all’intero Universo.

- E la maglia viola di Batistuta? - Viene da chiedersi - che fine ha fatto, poi? - Beh, il mio amico riuscì miracolosamente a portarla via con sè e tuttora la indossa quando va allo stadio Franchi per veder giocare la sua amata Fiorentina. È diventato luminoso dentro, mica perfetto e senza pecche ;).
Il mio amico Milly testo di La Gattopardina
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