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Capitolo 14 – Il risveglio
L’ambulanza correva sirene spiegate lungo i viali bordati di pini, le sirene aprivano la strada dal traffico del mattino. Max e Lele, stretti nella Cinquecento Abarth con Lisa e Sara, inseguivano ogni curva, il cuore che batteva forte, le mani che tremavano.
Appena arrivati al pronto soccorso, furono bloccati da infermieri e barellieri che corsero dentro con Alex. Un corridoio lungo, luci led, porte che sbattevano. Una stretta al petto: nessuno di loro riusciva nemmeno a parlare.
All’accettazione chiesero dove fosse il ricovero per i traumi toracici; un’infermiera indicò un reparto critico. Aspettarono fuori, immersi in un silenzio carico di emozioni. Ogni tanto Lisa copriva la bocca con le mani, Sara piangeva silenziosamente. Max camminava avanti e indietro; Lele guardava il pavimento, cercando di tenere insieme i pezzi di quel sogno che pareva frantumato. Più tardi arrivò anche Giulia che si fiondò da Lisa «Mamma come sta Alex?», «Ancora non si sa niente amore. Aspettiamo e speriamo bene.»
Finalmente un medico uscì: volto stanco, sguardo serio. «Signori, vi prego, restate calmi.» Fece una pausa per guardare i loro occhi. «Alex ha subito un forte colpo toracico, la decelerazione è stata violenta. Abbiamo riscontrato quattro costole incrinate, forti contusioni polmonari, stiamo monitorando la funzione respiratoria, e un lieve trauma cranico da impatto, ma per fortuna nessuna lesione al cervello.»
Lisa spalancò gli occhi, Sara si coprì la bocca. «Lo abbiamo sedato per proteggerlo dallo shock,» continuò il medico, «vuole dire che è sotto sedazione profonda: non si sveglierà per qualche tempo. Ma lo teniamo sotto stretto controllo: pressione, parametri vitali, saturazione. Non possiamo prevedere esattamente quando si sveglierà.»
Passarono le ore come minuti. I cellulari spenti, il corpo rigido dell’attesa. Max stava con una mano sulla parete, Lele con gli occhi socchiusi, pronunciando a mezza voce parole di speranza. Lisa e Sara restavano accanto, unite, guardando ogni porta del corridoio sperando che si aprisse.
Il giorno dopo: controlli radiografici, esami del sangue, tac. I medici tornarono: non ci sono complicazioni gravi, il polmone sinistro è leggermente collassato da contusione, ma non c’è pneumotorace. Gli analgesici e la ventilazione assistita stanno facendo il loro dovere. «Tenete duro,» dissero, «la sedazione può proseguire ancora stanotte. Se va tutto bene, fra stanotte e domani potrebbe iniziare a respirare da solo e svegliarsi.»
La seconda notte fu la peggiore. Il silenzio rotto solo dal bip delle macchine. Lisa non chiuse occhio: restava seduta su una sedia dura, gli occhi fissi sulla porta della sala operatoria-chirurgia. Max dormiva in piedi, appoggiato al muro. Lele parlava sommessamente con Giulia: «Ti credo che non ci capisci niente, ma bisogna aver fede… lui sta lottando.»
Poi la mattina seguente: un’infermiera li chiamò piano. «Si è mosso… si è mosso leggermente. È un segnale buono.» Cuori che si fermarono e ripresero a battere.
Passarono le ore, i medici entrarono di nuovo: «Sta reagendo bene, parametri in miglioramento. Possiamo abbassare la sedazione fra qualche ora. Le costole però fanno male, ogni respiro gli provoca dolore, ma è parte della guarigione.»
Nel pomeriggio, Alex aprì gli occhi. Fu un attimo: un respiro profondo, un movimento del polso. Lele e Max si precipitarono al suo capezzale, Lisa piangeva di sollievo. «Siamo qua… siamo qua, bocia,» mormorò Lele, stringendo la mano di Alex. E per un attimo il mondo tornò vero.
Capitolo 15 – Rinascita
Quando Alex riaprì gli occhi, la luce bianca della stanza lo accecò per un momento. Il bip costante dei monitor e il rumore dei passi nel corridoio lo riportarono lentamente alla realtà. Cercò di muoversi, ma un dolore sordo al torace gli ricordò l’impatto. Poi sentì una voce familiare, tremante ma piena di sollievo. «hai fatto paura a mezza provincia.» Era Lele, con gli occhi lucidi. Accanto a lui, Max cercava di sorridere, ma la tensione gli rigava il volto. Alex provò a parlare, ma riuscì solo a sussurrare: «La macchina… com’è messa?» Lele sospirò. «Sta tranquillo. Adesso pensa a te, che la belva ha preso una bella legnata.»
I giorni seguenti furono lenti, tra visite, controlli e fisioterapia. A seguirlo c’era Katerina, una tirocinante di fisioterapia di origini greche: capelli castani, occhi chiari e un accento dolce che rendeva sopportabili anche gli esercizi più duri. All’inizio si parlavano poco, poi giorno dopo giorno l’intesa crebbe, fatta di battute, incoraggiamenti e silenzi che dicevano più di mille parole. Lei era la calma dopo la tempesta, e lui trovava nei suoi sorrisi la forza di spingere un po’ di più ogni giorno. Katerina non era solo brava, era metodica, aveva un modo di fare che non ammetteva repliche: quando Alex provava a fare il fenomeno sforzando la gamba, lei gli premeva un dito sulla spalla e lo rimetteva a posto con un solo sguardo. «In Grecia diciamo che la fretta è nemica della vittoria» gli diceva un pomeriggio mentre gli massaggiava i tendini con mani forti, che sapevano di olio di mandorle. Alex la guardava: aveva una piccola cicatrice vicino al sopracciglio e portava sempre i capelli legati con una matita, un gesto che lui trovava ipnotico.
«E cosa dire della potenza?» chiedeva lui provando a sorridere nonostante il dolore.
«Diciamo che se ti manca l'equilibrio, la potenza è solo un modo piu veloce si cadere,» rispondeva lei senza smettere di sorridere
«Si infatti io ne sono la prova,» ammetteva Alex con un sorriso amaro, ma in quei momenti tra il sudore della palestra e l'odore di alcool sanitario, capiva che Katerina vedeva oltre il pilota. Vedeva l'uomo che aveva paura di restare in piedi, e quella sua calma greca era l'unica cosa capace di spegnere l'incendio che aveva dentro.
Intanto, Max e Lele avevano caricato ciò che restava della 328 sul carrello e l’avevano riportata da Mario Motorsport. Quando Mario vide la carcassa contorta, scosse la testa con un espressione amara e, con il suo solito tono tra il serio e il beffardo, disse solo: «Ve l’avevo detto che pretendeva rispetto… sennò vi castigava.» Lele rimase in silenzio, guardando i segni dell’impatto sul telaio. «La rimetteremo in piedi, prima o poi,» mormorò. Mario sospirò. «Questa no, ragazzi. Questa ha dato tutto.»
Il capanno rosso, senza la macchina e senza il rumore degli attrezzi, sembrava vuoto. Lele ci passava lo stesso, ogni tanto, a sistemare qualcosa, a spazzare via la polvere, come se pulendo il pavimento potesse far tornare anche i sogni. Max ogni tanto lo raggiungeva, portava due birre e si sedevano in silenzio, guardando il banco da lavoro. «è strano sto posto senza il bocia,» disse una sera. «Sì,» rispose Lele, «ma tornerà. E magari, quando torna, gli mettiamo a posto un’altra belva.»
Due mesi dopo, Alex camminava di nuovo con passo deciso, lo sguardo più maturo, la cicatrice quasi sparita. Katerina lo seguì fino all’ultima seduta. «Ti sei ripreso in fretta,» gli disse sorridendo, «ma ricordati: la testa prima del piede, sempre.» Lui rise. «E il cuore prima di tutto, no?» Lei arrossì, poi gli sfiorò la mano. Non servivano altre parole.
Quella sera, al capanno, Lele e Max lo aspettavano. Tre birre sul tavolo, la radio accesa piano. Quando Alex entrò, Lele si alzò in piedi e gli tese la mano. «Bentornato a casa, pilota.» Alex guardò il carrello vuoto e il posto dove un tempo stava la 328. Sorrise piano. «è ora di pensare ad un’altra macchina,» disse. Lele lo fissò e sorrise. «Magari questa volta, la tratti con più rispetto.» E tra una risata e un brindisi, nel silenzio della campagna, nacque di nuovo quel sogno che nessun incidente avrebbe potuto spegnere.
Capitolo 16 – L’estate del cuore
Era maggio, e la primavera aveva portato con sé un’aria diversa. Alex non era più lo stesso ragazzo che fino a pochi mesi prima viveva di motori, serate e battute da casanova. Qualcosa dentro di lui era cambiato. Forse era stata la paura, forse la fragilità scoperta in quell’ospedale, o forse, più semplicemente, Katerina.
Da quando si era dimesso, continuava a pensare a lei. Non come alle altre. Non c’era quella foga da conquista, ma un bisogno vero di rivederla, di sentirla parlare, di guardarla negli occhi. Così un pomeriggio prese il coraggio a due mani e si presentò in reparto, inventandosi la scusa di dover consegnare dei documenti che aveva “dimenticato di firmare”. In mano, un mazzo di rose rosse.
Quando lei lo vide, restò per un attimo immobile. Poi il suo viso si illuminò in un sorriso. «Non mi pare che i pazienti portino i documenti con le spine,» disse scherzando. Alex si grattò la testa, un po’ impacciato, cosa più unica che rara per lui. «Eh… diciamo che mi mancava la fisioterapista.» Lei rise, e quel suono leggero sembrò cancellare in un attimo i mesi bui.
Da quel giorno cominciarono a vedersi fuori. Un caffè, una passeggiata, poi una cena. Non era la solita storia da bar: con Katerina Alex si trovava bene anche nel silenzio. Lei gli parlava della Grecia, del mare e del vento dell’Egeo, dei tramonti che coloravano tutto di oro. Lui ascoltava, come incantato. E per la prima volta portò una ragazza in famiglia. Quando si presentò un sabato sera a casa di Lele dove lo aspettavano per la classica grigliata sotto al porticato, c’erano già tutti li, Max e Lele indaffarati a togliere la carne pronta dalle braci, Lisa e Sara che preparavano il grande tavolo, Giulia che appendeva trecce di luci modello sagra, I figli di Max che correvano dietro al Pastore Tedesco di Giulia che ormai non sapeva più dove nascondersi. Appena Alex e Katerina scesero dall’auto l’aria si fermò, non se l’aspettavano, il bocia aveva portato una ragazza in famiglia!
Fu la serata che segnò il ritorno della serenità, accompagnata da un tramonto che dipingeva di giallo e arancio l’orizzonte veneto.
A luglio, quasi per scherzo, lei gli propose di partire insieme per un mese in Grecia, a conoscere la sua famiglia. «Mia madre cucina meglio di Lisa,» disse ridendo, «ma non dirglielo mai.» Alex ci pensò un istante, poi rispose con la sua solita ironia: «Se c’è il mare e una tavola calda, io sono già lì.»
E così, una mattina d’estate, con un trolley e un sorriso vero, Alex salì sull’aereo con Katerina. Per la prima volta nella sua vita, non stava inseguendo una gara, ma qualcosa di molto più difficile da raggiungere: la felicità.
Capitolo 17 – L’E36 di Nikos
Il sole di fine pomeriggio colava lento sui tetti bianchi del villaggio.
Alex si era ambientato bene in Grecia. Lavorava a distanza con l’Italia, ma le giornate le trascorreva spesso con Katerina e la sua famiglia.
C’erano silenzi pieni di mare, pranzi lunghi, risate semplici.
Una sera, mentre il vento portava l’odore del fico maturo, Katerina raccontò al padre la disavventura di Alex, la passione per le corse, l’incidente, e quel sogno lasciato a metà.
Nikos ascoltò senza dire una parola. Il viso segnato dal sole e dal lavoro, lo sguardo di chi ne ha viste molte ma non ha smesso di credere nei motori e negli uomini.
Il commercio della frutta con l’Italia gli aveva dato una vita agiata, ma lui non aveva mai perso l’odore della terra e della benzina.
In Alex riconobbe qualcosa di sé stesso da giovane: la fame di riscatto, il bisogno di finire ciò che era rimasto sospeso.
Il giorno dopo, con un cenno del capo, gli disse solo: «Vieni.»
Attraversarono il cortile, poi un cancello in ferro che cigolava piano.
Dietro, un garage grande come un piccolo hangar. La luce filtrava a lame attraverso le fessure del tetto, disegnando l’aria di polvere e metallo.
Lì dentro, tra le fuoriserie coperte da teli, c’era lei.
Una BMW E36 bianca, nuova di zecca. Solo telaio e carrozzeria, lucidi come porcellana.
Il resto, sospensioni, cerchi, un cruscotto in attesa, sparsi su un banco da lavoro come promesse non mantenute.
Nikos passò una mano sul cofano.
«Doveva correre. Ma il tempo…» fece una pausa, poi sorrise «il tempo corre più veloce delle auto, e un auto tenuta ferma è un auto che muore. lei soprattutto è rimasta qui a prendere polvere e nostalgia.»
Da una cassa di legno, tirò via il telo che lo copriva.
Dentro, imballato e intatto, il motore: un sei cilindri in linea Superturismo, arrivato dalla Germania anni prima. Ancora l’etichetta d’origine, ancora il grasso protettivo sulle guarnizioni.
Un cuore mai acceso.
Alex restò immobile. Solo gli occhi si muovevano, seguendo ogni dettaglio.
Nikos lo osservava di lato, silenzioso, come un meccanico che aspetta la scintilla. « I motori hanno un anima, ne sono sicuro, ma hanno bisogno di un cuore che batte forte per svegliarsi. Mia figlia dice che il tuo batte troppo forte, a volte. Ma io preferisco un cuore che rischia a uno che sta fermo in garage.»
«Portala in Italia,» disse infine. «Finisci quello che hai cominciato.» Alex lo guardò, non disse niente, gli porse la mano, Nikos ricambiò. quel gesto, quella stretta di mano valeva piu di mille parole.
Un rumore di gabbiani fuori, poi il silenzio.
Solo la luce che cadeva sull’auto, e l’odore d’olio e salsedine.
Lì, in quell’angolo di Grecia, un sogno tornava a respirare.
Una sola cosa restava da fare.
Una telefonata in Italia.
Capitolo 18 – La videochiamata
Quella sera stessa Alex organizzò una videochat con Lele e Max.
I due si trovavano nel capanno rosso, intenti a modificare la centralina dell’Abarth di Lisa.
Appena comparvero sullo schermo, Alex scoppiò a ridere:
entrambi indossavano due sombreri sgargianti, e urlavano in coro:
« Olaaa Muchacho! Che pasaaaa!!»
Tra le risate generali, Alex riuscì a riportare un po’ di calma. Poi, con un tono più serio, chiese:
« Ragazzi… è ancora valida l’iscrizione per la gara di ottobre? Anche dopo l’incidente con la 328?»
Lele annuì, asciugandosi il sudore dalla fronte.
« Sì, è tutto confermato. Ma da regolamento dobbiamo presentarci con una macchina uguale, quindi ancora una E36 e con cilindrata uguale o inferiore a quella della precedente.»
Alex sorrise.
«Allora ascoltate bene. Il padre di Katerina mi ha offerto la sua E36. È immacolata, con tutta la componentistica da montare.
Prima della partenza aggiungerà solo la sponsorizzazione della sua ditta di export, e poi... la farà spedire con il primo carico per l’Italia.»
Per un attimo, sullo schermo, Lele e Max si guardarono increduli.
Poi Max, con la sua solita ironia veneta, sbottò:
«Ciò, bocia… ma avremo un BMW wrappàto con i mandarini?»
Scoppiarono tutti a ridere.
Il suono della connessione traballò per un istante, ma l’entusiasmo ormai era limpido.
L’avventura ricominciava.
Quando la risata si spense, Alex tornò serio e prese un foglio accanto al portatile.
« Ok ragazzi, facciamo il punto della situazione» disse. « Siamo a fine luglio. Se riesco a far arrivare tutto entro la seconda settimana di agosto al capanno rosso, secondo voi ce la facciamo a prepararla per la prima domenica di ottobre?»
Lele guardò Max, poi risposero quasi in coro:
« La prima settimana d’agosto siamo al mare, con le famiglie, Ma dalla seconda… non ci schiodiamo più dall’officina.»
Alex annuì, con un mezzo sorriso.
« Perfetto. Allora ci muoviamo.»
Per qualche secondo, sullo schermo, calò un silenzio pieno di complicità.
Il piano stava prendendo forma, e per la prima volta dopo mesi, sembrava possibile davvero.
Nei giorni seguenti, Alex si immerse nell’organizzazione come non faceva da tempo.
Ogni dettaglio doveva combaciare: documenti di trasporto, dogana, assicurazione temporanea.
Katerina lo aiutò a tradurre moduli e mail, mentre Nikos si occupava del carico.
Nel cortile, la E36 bianca venne spinta fuori dal garage, accanto alle cassette di agrumi destinate all’Italia.
Il contrasto era quasi poetico: acciaio e legno, motori e frutta, sogni e lavoro.
Nikos osservava la scena con le mani sui fianchi.
« Partirà domani con il mio camion » disse. « Arriverà a Patrasso e poi a Bari. Da lì, i tuoi amici potranno ritirarla.»
Alex annuì, sentendo un nodo allo stomaco.
Non era solo una spedizione: era il ritorno al sogno, la seconda occasione che la vita gli aveva negato e ora gli stava restituendo.
Quella sera, mentre il sole calava dietro il mare e le cicale tacevano piano, mandò un ultimo messaggio al gruppo:
“Domani parte.
Ci vediamo presto, al capanno rosso.”
Poi chiuse il telefono, e per un attimo restò immobile, a guardare la linea dell’orizzonte.
Il rombo del mare sembrava già un motore che scalda i giri.
Capitolo 19 – Il ritorno
La seconda settimana di agosto, appena rientrati dalle ferie, Lele e Max si prepararono per la partenza.
Il carrello era già agganciato al Ducato, il serbatoio pieno di gasolio, e sul cruscotto un biglietto con l’elenco delle tappe fino a Bari.
Appena saliti in cabina, con la radio già sintonizzata su Virgin Radio, furono bloccati da Lisa, che arrivò di corsa con due thermos di caffè in mano.
«Non sono molto d’accordo che vi rimbarchiate in questa avventura» disse, porgendo i thermos «ma se vi rende felici, pregherò che vada meglio dell’altra volta…»
E mi raccomando! Correte piano ed occhi aperti che è lunga fino a Bari!
«Sissignora!» risposero in coro
Dietro di lei, Giulia filmava la scena con il telefono, ridendo.
Così, tra abbracci e ultime raccomandazioni, i nostri eroi partirono verso il porto di Bari.
Viaggiarono tutta la notte, tra soste in autogrill, sigarette e litri di caffè.
L’alba li colse in autostrada, con il cielo che si apriva sul mare Adriatico.
Alle otto del mattino, stanchi ma eccitati, arrivarono finalmente al porto.
Davanti al magazzino dove era stoccata l’E36 li aspettava Alex, tirato a puntino come al solito.
«Ciao fioi!» esordì, aprendo le braccia.
Dopo aver spiegato in breve come si erano svolte le operazioni di sdoganamento, prese le chiavi, infilò la serratura del grande portone di metallo e lo sollevò piano.
Lì dentro, nella luce tagliente del mattino, c’era lei.
La BMW E36 bianca, immobile, perfetta. Sembrava davvero che li stesse aspettando.
Lele e Max rimasero fermi, basiti.
Non dissero una parola.
Solo dopo qualche secondo, ancora increduli, iniziarono a muoversi. «Ma abbiamo in mano una vera auto da corsa sto giro» disse Lele, ed Alex sorridendo «Puoi dirlo, questa se la facciamo andare è micidiale» «Qua non basta la patente caro, ti ci vuole il libretto di volo» concluse Max innescando una risata generale.
Con il muletto caricarono il motore e tutta la componentistica nel furgone.
Poi, con movimenti chirurgici, fecero salire l’auto sul carrello.
Un ultimo controllo alle cinghie, una stretta di mano, e via.
Verso casa.
Alex alla guida, Lele e Max accasciati dietro, cercando di dormire come potevano tra i sobbalzi del Ducato e la stanchezza.
Ogni tanto qualcuno rideva piano, senza un motivo preciso, solo per la tensione che si scioglieva.
Era ormai sera quando varcarono i cancelli della casa di Lele.
Lì, ad attenderli, c’erano Lisa, Giulia, i simpatizzanti del team, e perfino Mario, che non voleva perdersi l’arrivo di quella “pietra miliare”. Lele appena lo vide esclamò con sorpresa «Mario che ci fai qui?»
«Girava voce che avevate qualcosa di grosso in ballo » disse, con il suo sorriso da vecchio meccanico. «Sei sempre il benvenuto Mario» concluse Max con una pacca sulla spalla
La luce calava, ma nel cortile tutto brillava: il furgone impolverato, l’E36 bianca sul carrello, gli sguardi che si incrociavano.
Il sogno era tornato a casa.
Capitolo 20 – Racing
La mattina seguente, il cortile di Lele era un fermento.
Caffè bollente, cassette di attrezzi aperte, e quell’odore di olio e ferro che annunciava l’inizio di qualcosa di serio.
L’E36 era ancora sul carrello, la vernice bianca che rifletteva i primi raggi del sole.
Sembrava tranquilla, ma tutti sapevano che sotto quella calma c’era qualcosa di speciale.
« Dai ragazzi, mettiamola giù » disse Max, tirandosi su le maniche.
Con movimenti precisi, tra battute e sigarette, scaricarono la macchina nel capanno rosso.
Poi aprirono le casse di legno che contenevano la componentistica.
Bulloni, sospensioni, cablaggi, ogni cosa sistemata con cura maniacale.
Ma quando Alex aprì il cassone più grande, calò il silenzio.
Dentro, avvolto nel nylon cerato, c’era il motore.
Lele si chinò lentamente.
«Aspetta un attimo… » mormorò, leggendo l’etichetta. « Questo non è un motore normale…»
Max, che fino a un secondo prima scherzava, si fece serio.
«BMW… S42B20… sei cilindri… only for racing ? Ma che diavolo hai combinato bocia!?»
Alex sorrise, con quella calma tipica di chi sa di aver fatto un colpo grosso.
«Diciamo che… Nikos aveva un paio di sorprese nel suo garage.
E non volevo rovinarvi l’effetto.»
Per un istante nessuno parlò.
Solo il ticchettio del metallo che si scaldava al sole.
Poi Max scoppiò in una risata liberatoria.
« Novemila cazzo di giri ragazzi! Gentleman start your engines!!!!»
Il clima cambiò all’istante:
l’incredulità lasciò spazio all’euforia, il sogno cominciava a prendere corpo. «Mi sa che è il caso di chiamare Mario al rapporto, lui ha più esperienza di noi con certe componenti» disse Lele con le braccia incrociate guardando i ragazzi, Max annuì con la testa, « In effetti, meglio che lo chiamo subito».
Mario accettò all’istante, un po' distaccato nella reazione, ma si sentiva che per lui era un ritorno ai vecchi fasti, si rese disponibile fin da subito.
Quando aprirono il secondo imballo, l’entusiasmo raggiunse l’apice.
Dentro, ordinatamente fissato con cinghie e spessori di legno, c’era il cambio ad innesti frontali e la frizione bidisco dedicata.
Lele restò immobile, quasi ipnotizzato.
«Ma questo è materiale da Superturismo…Nikos non si era fatto arrivare un auto, ma un progetto da corsa…»
«Yes Sir» lo interruppe Alex.
Seguì un momento di silenzio, poi un urlo collettivo riempì l’officina.
Risate, pacche sulle spalle, e quell’energia che solo chi sta realizzando un sogno può capire.
La belva era lì, ancora inerte ma viva.
Non aveva ancora girato un pistone, ma già faceva vibrare l’aria.
Lele spense la sigaretta e disse piano:
«Ragazzi, questa volta… non si scherza più.»
Alex annuì.
Il capanno rosso non era mai stato così pieno di luce.
E da qualche parte, tra il profumo di benzina e ferro caldo, il futuro iniziava a rombare.
Capitolo 21 – Fumo, ferro e nuove promesse
Le notti successive furono un continuo rombo di chiavi, lampade accese e musica che rimbalzava sulle pareti del capanno rosso.
L’E36 prendeva forma un pezzo alla volta, come se ogni bullone fosse una promessa mantenuta.
Alex e Lele lavoravano fianco a fianco, mentre Max regolava la coppia di serraggio con la precisione di un chirurgo.
C’erano momenti di silenzio assoluto e altri in cui le risate coprivano il rumore del compressore.
Poi, arrivò Mario Motorsport.
Entrò nel capanno con la sua tuta blu e il passo di chi non ha bisogno di chiedere permesso. Fece due giri dell’officina, osservava ma non diceva nulla, stava metabolizzando il progetto adesso che tutto era stato sballato e avevano cominciato il montaggio.
«Beh, ragazzi… mi pare che qui si faccia sul serio.»
Si chinò a guardare il vano motore, poi batté una mano sulla spalla di Alex.
«Il montaggio è pulito. Manca ancora un po’ di magia, ma la strada è quella giusta.»
Da quel momento, Mario divenne il supervisore tecnico del progetto.
Pochi discorsi, ma quando parlava tutti si fermavano ad ascoltare.
Ormai i ragazzi avevano completato l'opera, era giunto il momento di darle vita, Max era seduto sul parafango con il laptop aperto, le dita che tremavano leggermente sui tasti. Lele con una sigaretta spenta tra le labbra controllava per la decima volta i serraggio dei raccordi della banzina.
« Centralina online, mappa caricata. Alex... quando vuoi.»
Alex si calò nell'abitacolo, si allacciò le cinture, non perchè dovesse andare da nessuna parte, ma solo per sentirsi un tutt'uno con l'E36.
Appoggiò il dito sul pulsante "START".
Il motorino di avviamento emise un suono secco, metallico. " tche-tche-tche-tche...
Ma il motore non partì. Mario girava lentamente intorno all'auto, non parlava ma osservava,
«Ancora,» disse Lele, la voce ferma ma gli occhi sul manometro dell'olio.
Un'altro tentativo. il cuore di Alex batteva allo stesso ritmo del motorino d'avviamento, poi improvvisamente, un sussulto. Un primo scoppio sordo seguito da una fiammata azzurra.
E poi, il Boato.
Non era il rombo civile di un'auto da strada, era un urlo lacerante, un suono secco, cattivo, cavalli da corsa.
Il motore prese giri all'istante, stabilizzandosi su un minimo irregolare, nervoso tipico delle unità da corsa pure.
Max guardava lo schermo del PC dove i grafici stavano impazzendo di vita.
Lele si avvicinò all'abitacolo, «Senti che rabbia che ha Bocia!», Alex seduto seduto nel sedile anatomico sentiva le vibrazioni risalire lungo la colonna vertebrale, non era solo un motore; era la voce di Nikos, il sudore di Lele, le notti insonni di Max. Era la loro vendetta contro quel platano.
Diede un colpo di gas, un solo accenno. L'ago del contagiri schizzò verso l'alto con una velocità soprannaturale, il rombo sembrava un violino metallico che pareva volesse scoperchiare il tetto.
Lele incrociò le braccia, un sorriso commosso che finalmente gli apriva il volto, Si accese una sigaretta guardando Alex attraverso il parabrezza « Bentornata a casa belva» sussurrò, anche se nessuno poteva sentirlo.
L’ultimo sabato di agosto, il lavoro si fermò per qualche ora.
Nel cortile di Lele, sotto il pergolato, montarono una griglia e disposero tavoli e panche.
C’erano tutti: Max, Alex, Lele, le loro famiglie, e persino Katerina, arrivata da Atene con un volo improvviso.
L’aria profumava di salsicce, vino rosso e amicizia.
Le voci si mescolavano al crepitio della brace, e per un pomeriggio il tempo sembrò rallentare.
A un certo punto, Giulia alzò il bicchiere e chiese silenzio.
Aveva il telefono in mano e un sorriso che diceva già tutto.
«Ragazzi, vi devo dire una cosa. Con tutti i video e le foto che ho messo online… beh, pare che ci abbiano notato.
Ci sono degli sponsor che vogliono comparire sulla carrozzeria del Team Squerciatombini.
Sempre che sia rimasto un po’ di spazio… sotto al logo del vostro amico greco!»
Un applauso esplose tra i tavoli, seguito da risate e brindisi.
Alex la guardò, poi guardò Katerina che gli rispondeva con un sorriso fiero.
«Spazio ce n’è sempre,» disse piano. «Quando i sogni iniziano a pesare, serve solo più carrozzeria.»
Il sole calava lento dietro i colli, e nell’aria restavano il profumo di benzina e carne alla griglia.
Il team, finalmente, sembrava completo.
E davanti a loro, a un passo, c’era ottobre, e una pista che li aspettava.
Nota dell'autore : Finalmente, quel silenzio assordante iniziato contro un platano a Marzo è stato spezzato. Ora i ragazzi hanno ricostruito le basi per il loro sogno, ma costruire un'auto è solo metà dell'opera.
Ora bisogna avere il coraggio di portarla al limite, li dove l'asfalto scotta e i ricordi fanno male. Alex, Lele e Max sono pronti per l'ultima sfida, quella che deciderà tutto.
La velocità pura vi aspetta nel capitolo finale.
Grazie per aver creduto in questo sogno insieme a me. Ci Vediamo sulla linea di partenza.