DOPPIO RISVEGLIO
Allungo la mano per accendere l’abat jour, guardo la sveglia e mi accorgo che è ormai ora di alzarmi.
Mi stiracchio riemergendo dal fondo del letto dove sono solita accucciarmi e sbadiglio, spalancando la bocca come le fauci di un leone; mi passo le mani sul viso per riattivare la circolazione e sento tanta ruvidezza, come se le mani fossero di carta vetrata. La devo smettere di usare i detergenti senza proteggerle con dei guanti, il risultato è veramente orribile e davvero poco femminile.
Vado dritta in bagno a far pipì, abbasso la tavoletta del wc e mentre mi appresto ad espletare mi rendo conto che qualcosa non quadra.
Non ho ancora inforcato gli occhiali ma riesco a vedere le mie cosce scure, ricoperte di peli, sebbene abbia fatto la ceretta due giorni fa. E’ strano, forse la menopausa incombe e gli ormoni in subbuglio giocano brutti scherzi. Molto brutti, direi.
“Oddiommio! E questo cos’è?”
Rialzo gli slip.
No.
Non può essere.
Li riabbasso.
E guardo.
C’è.
E’ ancora là.
C’è un pene che fa capolino dal mio pube.
Ma non è mio.
Certo che non è mio, io sono femmina. Chiudo la tavoletta del wc e mi ci siedo sopra.
Mi passo la mano tra i capelli corti, mi gratto forte il cuoio cappelluto sperando che i neuroni tornino al proprio posto. E rifletto, magari sono ancora preda di qualche incubo e quel che mi serve è solo un pò di lucidità, forse poi torna tutto normale.
Cerco di riordinare i pensieri: ho dormito bene, stranamente un sonno ininterrotto; ieri sera a cena ho bevuto solo acqua e poi ho preso l’antibiotico per l’influenza; ho letto fino ad addormentarmi con il libro aperto. Però ricordo di aver spento la luce dopo aver buttato il libro sul tappeto. E poi ho dormito, tanto e bene.
Ecco, ora sono lucida, sono sveglia e posso riprendere le ispezioni.
Mi rialzo ma scorgo ancora il rigonfiamento dentro gli slip di pizzo. E non oso guardarci dentro.
Frugo con violenza nell’armadietto dei farmaci per leggere il bugiardino dell'antibiotico che stendo sull’intero pavimento del bagno, mi inginocchio, stando attenta a non strizzare l’odierno imprevisto, ma l’unica cosa che riesco a capire è “Se lo prendi e ti va bene ti buca il fegato, se ti va male muori.” Non ci sono altri effetti collaterali strani, se non la morte.
Mi avvicino tremante allo specchio e quello che mi guarda dall’interno della cornice non sono certo io, ma un tipo con un filo di barba con i miei stessi occhi.
Ho paura, non so se parlare, a questo punto penso che anche la voce sarà virile.
Mi avvicino ancor di più a quell’essere, per scrutarlo, per capire.
Mi decido, a fatica, e dico “Buongiorno”
La voce non è la mia, mi è estranea ed esce da questa prigione dove mi sento segregata.
“Buongiorno un cazzo!!” strillo, ignara che il problema è proprio quello.
Cerco di calmarmi, probabilmente sono vittima di effetti collaterali ancora sconosciuti alla medicina. O forse, peggio, ho l’ Alzheimer precoce e non ricordo di essere stata sempre un maschio.
Io però quel coso non so come usarlo e faccio pipì seduta, senza guardare. Poi vado in cucina a fare quel che faccio da una vita, così almeno credo.
Preparo il caffè per mio marito…marito? Ma se ho l’Alzheimer quello che c’è nel mio letto chi è?
Osservo quasi ipnotizzata il caffè sgorgare e schizzare tutto il piano della cucina e non riesco a dare un senso a quel che mi sta accadendo.
Ora, se ben ricordo, con un fischio dovrei avvertire mio marito che il caffè è pronto e che si può alzare per fare colazione.
In preda al panico giro attorno al tavolo, non so che fare e come presentarmi nella mia nuova veste. Spero solo di avere le traveggole e che questa stupida visione si dissolva presto.
Mi faccio insolitamente trovare di spalle, rivolta ancora ai fornelli imbrattati.
“Buongiorno amore” mi saluta assonnato mio marito ed io rispondo con un mugugno.
“Che c’è, hai dormito male?”
Decido di girarmi piano, consapevole che sto impazzendo e che tutto è rimasto come ieri ma mio marito fa un salto spaventato ed inorridito.
“E tu chi sei? Dov’è mia moglie?”
“Sono io” mi sento rispondere con una voce profonda e virile.
“Tu sei scemo! Chi t’ha fatto entrare? Dov’è lei? Dimmelo o chiamo i carabinieri!”
“Sono io, credimi!” Allora mi siedo e prendendomi la testa tra le mani esplodo in un pianto disperato e lo imploro di credermi, ardua impresa visti i miei nuovi connotati, ma lo supplico tra i singhiozzi e gli spiego quel poco che so di ciò che mi è successo, elencando eventi, parole e gesti della nostra vita a due che solo noi possiamo conoscere.
Mi guarda ancora spaventato ma conscio di riconoscere le cose che dico e di aver consolato altre volte quel pianto, con singulti che a stento mi fanno parlare. Spero che scorga me dentro questa strana gabbia.
“Dai, calmati e facciamo colazione” mi dice, non perdendomi di vista per un solo istante.
E’ strano vedere quattro braccia maschili che si muovono sul tavolo a prendere lo zucchero, a girare il cucchiaino sulla tazzina del caffè. E’ tragicamente insolito. Non posso vivere dentro il corpo di un uomo.
Voglio morire.
Decidiamo di non andare al lavoro ma dobbiamo uscire, prendere un po’ d’aria e riflettere, insieme.
“Se incontriamo qualcuno diciamo che sono un tuo amico venuto da Roma” gli dico.
“Ma non devi aprire bocca, perché tu non parli romano”
“Già, sardo parlo io!”
Ci fiondiamo di corsa in macchina e andiamo verso il mare, a camminare in riva mentre io spero che arrivi un inclemente tsunami a portarmi via.
“Andremo via” dice mio marito “lo abbiamo sempre sognato”
“E’ difficile scappare da qui, abbiamo il mare attorno e servono documenti per attraversarlo. Ed io non ne ho. Non posso partire, non posso guidare, non posso lavorare. Non esisto, insomma non posso vivere” ribatto io.
“Possiamo provare ad andare in Corsica. Ricordi, in nessun albergo ci hanno mai chiesto documenti e a noi è sempre balenata l’idea di andarcene lì, né Italia e in fondo neanche Francia. La conosciamo abbastanza bene per poter iniziare una nuova vita.”
“Forse… Forse si può fare. Sarebbe bello. Ma…noi non saremo più una coppia!”
“Non saremo una coppia di amanti ma saremo un’ottima coppia di complici. Una nuova vita. Forse serviva uno scossone, un evento importante” dice indicando il mio pube “per prendere delle decisioni drastiche.”
Al tramonto, quando gli scogli di porfido si tingono di rosso e l’umidità della sera inebria l’aria con i profumi del cisto e del mirto e nessuna onda si è alzata a cancellarmi da questa strana vita, decidiamo di rientrare a casa, di soppiatto come dei ladri. Nessuno si è accorto della mia trasformazione e questo mi infonde coraggio.
Non mi sento più così abbattuta e disperata, anzi, i nuovi progetti mi galvanizzano e non vedo l’ora di intraprendere la nuova avventura, anche se ad un certo punto sono sicura che lascerò andare mio marito, che ha diritto ad una vita normale, sotto tutti i punti di vista.
Ceniamo, cercando di non guardarci troppo negli occhi e poi andiamo a dormire, evitando qualsiasi contatto, anche un casto bacio della buonanotte ed occupando ognuno la sua lontana porzione di letto.
Mi rigiro nel letto, nervosa, consapevole che il futuro non sarà facile come fare una passeggiata, ma forse un futuro sarà possibile.
Mi sveglio dolorante nel cuore della notte: fitte lancinanti al basso ventre mi fanno contorcere e subito realizzo che le disgrazie non arrivano mai da sole: probabilmente è qualcosa che riguarda l’incomodo, come minimo sarà un tumore alla prostata.
Mi alzo e vado in bagno, pronta ad usare e a prendere confidenza con il coso, quando mi accorgo del sangue che imbratta i miei slip.
“Oddiommio, il ciclo!”
Sono incredula, tutto sembra essere tornato al proprio posto ed io in tutti questi anni non sono mai stata così felice di questo appuntamento! Sono felice. Di più. Farei una festa!
Torno al letto, scivolo dall’altra parte, sveglio mio marito e mi accoccolo tra le sue braccia e gli dico, con la voce di sempre: “Lui è volato via ed io sono tornata. Promettimi che scapperemo lo stesso.”
“Ce ne andremo, te lo prometto. Con o senza di lui.”
Doppio risveglio testo di Millina