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Entrarono nel bar tutti e tre, Ettore con la testa bassa e pensieroso, gli altri due discutevano di una certa boa che Dario aveva spaccato qualche giorno prima, e Alfonso stava spiegando che non gliele regalava mica nessuno.
“Che fine avevi fatto?” esordì Elvira da dietro il bancone “cominciavo a pensare che ti avessero rapito, dove sei stato?”.
“Siamo stati a casa di Toni” spiegò Ettore, a proposito: non è che nel frattempo lo hai visto passare per caso?”.
“No, non l’ho visto” rispose lei “Ma perchè a casa sua, che cosa è successo?”.
“Stamattina non è passato, c’erano tutte le persiane chiuse e così ho pensato di fare un salto a vedere. Ma a casa non c’è, e ha lasciato tutto in ordine. Non capisco proprio che fine abbia fatto” concluse Ettore.
“Ma lascialo in pace quel poveretto!” lo ammonì la moglie “avrà deciso di fare una sorpresa al figlio, e stamattina avrà preso l’autobus che va in città, quello delle sei e un quarto. Non ci hai pensato? Non hai visto come stava ieri sera: avrà passato la nottata a rimuginare, e infine si è deciso per fare una scappata da Francesco, te lo dico io che è andata così”.
Ettore ascoltava assorto, mentre nel frattempo preparava il caffè a Dario e Alfonso. “Non lo so” fece poi “Potrebbe essere come dici tu si. Sai che faccio? A mezzogiorno e mezzo c’è l’altro pullman, magari lo aspetto alla fermata, e provo a chiedere all’autista se per caso questa mattina ha visto Toni salire”.
“Mi pare una buona idea” intervenne Dario dando una gomitata ad Alfonso, che si limitò ad annuire. “Andiamo a pescare un po’ di pesce, stasera ci racconterete com’è andata” disse infine, prima di uscire per risalire sulla vecchia Ritmo, che partì in un borbottio cupo e si allontanò poco a poco in direzione del mare.
Ettore trascorse tutta la mattinata controllando il grande orologio della Nastro Azzurro appeso alla parete. Entravano poche persone, ed Elvira brontolava più del solito; così Ettore a un certo punto decise di fare un salto a trovare Bepi, per vedere se stava ancora lavorando a quel suo mostro scolpito nel legno.
Lo trovò tutto concentrato mentre con la carta vetrata dava gli ultimi ritocchi alla sua inquietante creatura.
“Stamattina non si è visto per niente Toni, tu non è che per caso sei uscito presto e l’hai visto? Elvira dice che secondo lei ha preso la corriera delle sei e un quarto per andare in città dal figlio” gli fece.
“No io mi sono alzato poco prima delle otto, ieri sera ho fatto tardi qui a lavorare” rispose Bepi “Comunque secondo me ha senso si, vedrai che è come dice Elvira, conoscendolo, e sapendo quanto gli manca Francesco, vedrai che è andata senz’altro così. Lo avrà deciso all’ultimo secondo, ecco perché non ha avvisato nessuno. Sai quelle cose che si fanno senza pensarci, così, d’impulso”.
“Bah, spero sia come dite voi” disse Ettore.
A mezzogiorno Ettore era già seduto sulla panchina della fermata della corriera. Lì, sotto l’ombra di un grande pioppo, scrutava la pianura in lontananza, aspettando di vedere la sagoma blu del pullman di linea che arrivava in paese ancora per tre volte al giorno. Fino a pochi anni prima c’erano stati anche dieci autobus al giorno: quando c’erano operai che andavano e venivano dallo zuccherificio, dalla cartiera, e ragazzi che andavano a scuola. Adesso quei pochi viaggi che rimanevano, venivano fatti per lo più a vuoto.
In quella mezz’ora, sulla provinciale che moriva un chilometro più a est, prima di trasformarsi in un breve sterrato che si apriva infine sulla spiaggia sterminata, non passò nessuno: auto, biciclette, motorini… niente di niente. Ettore se ne stava lì ad ascoltare quel silenzio enorme, quasi fosse la pausa del respiro di tutto il Delta.
Finalmente vide profilarsi la figura della corriera che arrivava sulla provinciale. Si alzò d’istinto in piedi, e aspettò per quasi altri cinque minuti, fino a quando l’autista fermò il mezzo proprio davanti a lui, e con uno sbuffo del comando ad aria compressa aprì la portiera per permettergli salire.
Ettore non mosse un passo da dove si trovava e disse rivolto all’uomo seduto al volante: “Mi scusi se la faccio fermare per niente, in realtà non devo salire. Le volevo chiedere se per caso c’era lei alla guida del pullman di stamattina, quello che arriva qui alle sei e un quarto”.
L’autista lo squadrò sollevando gli occhiali da sole sulla fronte: “Certo che c’ero io, avevo appena iniziato il turno, questa è l’ultima corsa e poi stacco. Perchè me lo chiede?”.
“Ecco…” disse Ettore un po’ a disagio “si ricorda se per caso è salito qualcuno a questa fermata?”.
“Certo che me lo ricordo” rispose l’uomo che si era appoggiato al volante “non è salito proprio nessuno, come non sale nessuno quaggiù già da un po’ di tempo. L’ultimo passeggero che c’era in questo villaggio era quel ragazzo alto che studiava, ma penso abbia finito la scuola ormai, non lo vedo più da un bel pezzo. Ma perchè, chi vi siete persi? Non vi sarà mica scappato qualche ragazzino ce n’è ancora qualcuno da queste parti?”.
“No no, è una persona adulta” lo rassicurò Ettore “Non lo vediamo da ieri sera, sono stato a casa sua e non c’è, pensavamo quindi che avesse preso il pullman per andare a trovare il figlio”.
“Non so che dirle” disse l’autista scuotendo le spalle “Forse il suo amico avrà trovato un passaggio da qualcuno, ma di sicuro sul mio autobus non è salito, questo è certo”.
“Beh, grazie comunque” concluse Ettore “E scusi se le ho fatto perdere tempo”.
“Di niente” fece l’autista, riabbassò gli occhiali e chiuse la porta. Il sei cilindri a gasolio gorgogliò salendo di giri, e arrivato all’altezza della piccola piazza della chiesa, fece manovra, e riprese la provinciale nella direzione opposta, facendo un cenno con la mano ad Ettore che era rimasto in piedi sotto al pioppo, quando gli passò davanti.
“Non c’è verso di capire che fine abbia fatto” stava dicendo Ettore. Appoggiati a bancone c’erano Bepi, Alfonso e Dario che si facevano un paio di bicchieri di bianco prima di andarsene a casa. Dall’altra parte del negozio la signora Elsa, una vedova di quasi ottant’anni, era indecisa sul formaggio da prendere per cena. Abitava di fianco alla chiesa, ed era stata la perpetua del prete, finché non era morto, una decina di anni prima, alla fine non avevano mandato nessuno a sostituirlo, e lei continuava a occuparsi della chiesa: spolverava, spazzava, dava acqua alle piante nei vasi all’entrata, faceva in modo che non sembrasse abbandonata.
“Secondo me, ci conviene chiamare i carabinieri domani, almeno si metteranno in contatto con Francesco e si capirà una volta per tutte se sta da lui” disse Bepi.
“Ma non devono passare almeno quarantotto ore per denunciare la sparizione? nei film dicono sempre così” obiettò Alfonso.
“Lo dicono nei film americani” precisò Dario “da noi è diverso. Anche secondo me è il caso di chiamarli, avviseranno il figlio, ha diritto pure lui di sapere che suo padre è sparito”.
“Ma insomma è proprio vero che è sparito Toni?” chiese la signora Elsa che si era avvicinata alla cassa per pagare un pezzo di formaggio, sei uova e un litro di latte.
“Da ieri sera” precisò Ettore “se n’è andato da qua più o meno a quest’ora, e nessuno lo ha più visto”.
“Sarà stato rapito dal Saguseo” osservò semplicemente la signora Elsa.
“E cosa sarebbe ‘sto Saguseo” chiese Ettore dopo una pausa, mentre dava il resto della banconota di grosso taglio con la quale la donna aveva pagato.
“Non ne avete mai sentito parlare? E’ l’uomo pesce, si diceva che vivesse nelle acque del Delta: me ne raccontava mia nonna la sera, mentre lavorava a maglia, lei era stata tra i primi a venire a vivere da queste parti, quando quaggiù era ancora quasi tutta palude, prima che bonificassero e scavassero i canali”.
“Io vado in mare tutti i giorni da trent’anni, e non ho mai visto nessun uomo pesce” commentò caustico Dario.
“Tu dormi anche la maggior parte del tempo che siamo in barca, non vedresti neanche Moby Dick” lo riprese Alfonso.
Ettore si ricordò di quanto gli aveva raccontato la sera prima Bepi, del suo incontro con quella strana creatura mezzo uomo e messo pesce, e guardò d’istinto nella sua direzione. Bepi alzò le sopracciglia e disse “Io vi lascio alle vostre elucubrazioni, ho del lavoro da portare avanti”. Tornò al suo laboratorio, mentre Ettore lo seguiva con lo sguardo.
La signora Elsa andò a preparare la sua cena frugale, e Alfonso e Dario restarono a finire l’ultimo bicchiere di bianco, prima di andare a casa anche loro. Ettore cominciò stancamente a chiudere bottega, come tutte le sere, da troppi anni, pensò. Mentre puliva sovrappensiero, gli si avvicinò Elvira e posandogli una mano sulla spalla gli fece: “Allora cosa pensi di fare, chiamerai i carabinieri domani?”
“Penso proprio di si, non vedo altra soluzione: non possiamo fare finta di niente, no?”
“Si, hai ragione” ammise lei “sono sicura che salterà fuori quel vecchio rimbambito: è un piagnucolone si, ma non è tipo da fare sciocchezze, vedrai”.
“Lo spero” disse soltanto lui.
Erano le nove e mezza, e l’aria era già tiepida, quando l’Alfetta blu dei carabinieri si fermò sullo slargo della provinciale, davanti al bar - alimentari di Ettore ed Elvira, anche se sull’insegna c’era scritto solo “da Elvira”, così aveva voluto lui, tanti anni prima.
Il brigadiere era sembrato un tipo abbastanza sveglio a Ettore, ma l’altro carabiniere più giovane, pensò, aveva l’aria di un mezzo ritardato.
Ettore li accompagnò a casa di Toni, dove ispezionarono in lungo e in largo tutte le stanze, senza trovare niente di importante a quanto pareva.
“Così a quanto ne sa, lei e sua moglie siete state le ultime persone a vederlo, giusto?” chiese il brigadiere, facendo cenno all’altro carabiniere di prendere nota.
"Sì" rispose Ettore “ma c’era anche Bepi al bar in quel momento, si sono incrociati mentre Toni usciva”.
“E potremo parlare anche con questo signore, è nei paraggi?” chiese il brigadiere.
“Certamente, vive proprio di fianco al bar, ha anche il suo laboratorio lì, lo troveremo di sicuro, venite con me, vi faccio strada”.
Entrarono nella penombra del laboratorio, dove al centro svettava l’inquietante sagoma della creatura scolpita da Bepi. A Ettore sembrò ancora più spaventosa di quanto ricordava: ogni dettaglio spiccava preciso: gli enormi occhi a palla, le lunghe braccia, che sembravano quasi penzolare lungo il corpo, persino le squame erano di in una verosimiglianza quasi sovrannaturale. Pareva in procinto di muoversi da un momento all’altro. I due militari girarono intorno alla scultura, mirandola stupiti.
“Santa madonna, che cos’è questa roba?” esclamò il carabiniere più giovane.
“Si, il mio amico Bepi passa così il suo tempo, crea sculture e altre opere del genere. Niente male vero?”
“E’ spaventoso” osservò il brigadiere “Ma il suo amico dov’è?”
Ettore si affacciò nelle altre due stanze, provò a chiamare, ma di Bepi non c’era traccia.
“E’ molto strano” fece rivolto ai carabinieri “passa quasi tutto il suo tempo qua dentro, oppure al bar da me. Non ho proprio idea di dove possa essersi cacciato”.
“Non fa niente” disse il brigadiere, “Gli parleremo la prossima volta, nel caso fosse necessario tornare. Nel frattempo cercheremo di metterci in contatto col figlio di Toni” diede un'occhiata al foglio dove l’altro militare aveva segnato i suoi appunti “Francesco giusto? ha detto che si chiama così? Vi faremo sapere se dovessero esserci novità. Ma tenga presente che non c’è nessuna legge che impedisca a un uomo adulto di decidere di sparire, se gli va di farlo. Se non ci sono sospetti di altri reati non possiamo metterci a rincorrere tutti quelli che decidono di rifarsi una vita da qualche altra parte. Del resto…” terminò lasciando vagare lo sguardo sulla pianura con espressione vagamente disgustata “...come dargli torto”.
“Hai visto Bepi?” chiese Ettore alla moglie, rientrando mentre l’alfetta dei carabinieri ripartiva in direzione della caserma giù in paese.
“No, oggi non si è visto, sarà di sicuro nel suo laboratorio, vedrai” fece lei.
“No, ho guardato e non c’è, i carabinieri gli volevano parlare”
“Ma si, sarà andato a farsi una camminata, può mica stare tutto il giorno rinchiuso lì dentro” concluse Elvira.
Trascorse una giornata pigra e stranamente silenziosa, non che di solito fosse un luogo rumoroso quello, ma Ettore aveva l’impressione di essere stato catapultato in un barattolo pieno di ovatta: non si facevano sentire neanche gli uccelli del delta coi loro richiami. Non un’auto, o un motorino passarono sul moncone della provinciale, dopo che l’alfetta dei carabinieri fu ripartita quella mattina. Nemmeno i soliti tre pullman giornalieri arrivarono laggiù quel giorno. Quando, verso sera, riconobbe il rumore cupo della marmitta scassata della Ritmo di Alfonso, quasi tirò un sospiro di sollievo.
Dopo pochi secondi entrarono Dario e Alfonso con aria sconsolata “Facci due bianchetti Ettore, che oggi di pesce non se n’è visto neanche l’ombra” fece Dario appoggiandosi al bancone.
“Si è saputo più niente di Toni?” chiese Alfonso “Che hanno detto i carabinieri?”.
“Ci faranno sapere se ci sono novità; intanto rintracceranno Francesco e lo metteranno al corrente. Ma dicono praticamente che beh, se uno vuole sparire dall'oggi al domani, è pur libero di farlo”.
“Secondo me, uno che ha intenzione di partire, di stare via per un po’ diciamo, si porta dietro dei vestiti, o almeno chiude a chiave la porta di casa quando esce. Non credete?” disse Dario, dopo aver buttato giù il primo sorso di bianco.
“Lo penso anch’io” fece eco Ettore “C’è qualcosa di strano in come Toni ha lasciato la casa. E come se non bastasse oggi non si è visto neanche Bepi. I carabinieri gli volevano parlare, perché insieme a noi è stato l’ultimo a vedere in giro Toni, ma a casa non c’è, e qua non si è visto tutto il giorno”.
“Comunque il Bepi un po’ strano è sempre stato dai” osservò Alfonso “A parte tutte quelle sue sculture dietro le quali ci perde la vita, voglio dire; ma mi ricordo quando è stato in spiaggia tre giorni di fila a meditare. E’ un bravo cristiano, non voglio dire, però è un po’ tocco insomma”.
“No, qui sta succedendo qualcosa di strano” disse Ettore “Oltre ai carabinieri stamattina e a voi due, oggi non si è vista anima viva quaggiù: Non è venuto Cesare a scaricare, ne’ la signora Elsa a farsi la spesa, o la sua comare Olga, o il vecchio Flavio degli orti. Non è passato nemmeno l’autobus, capite? E’ come se, uno alla volta, stessero sparendo tutti. A me sembra così”.
Non aspettò il solito orario. Quella sera Ettore, cominciò a chiudere appena se ne furono andati Dario e Alfonso. “Ci vediamo domani” salutò Alfonso prima di uscire, “Sempre se non saremo spariti anche noi” disse ridendo Dario.
Prima di chiudere a chiave e sbarrare la porta, cosa che non aveva mai fatto in tutti quegli anni, Ettore si affacciò un’altra volta nel laboratorio di Bepi. La porta era sempre accostata, come l’aveva lasciata lui la mattina quando era entrato coi carabinieri. Il sole era quasi calato del tutto, e accese la lampada da lavoro che si trovava al centro della stanza. La sua attenzione fu catturata naturalmente dalla creatura scolpita, che svettava sopra un ceppo di legno. Probabilmente Bepi stava lavorando alla parte bassa e l’aveva messa lì sopra per stare più comodo pensò Ettore. Più la guardava, più la sensazione di disagio e inquietudine che gli trasmetteva aumentavano. Ogni volta che la vedeva gli sembrava più vera, anche se era impossibile pensò, visto che almeno dalla mattina Bepi non ci aveva più messo mano. Persino la posizione gli sembrò diversa, non aveva le braccia che scendevano lungo il corpo? Eppure adesso una delle mani palmate era sollevata, quasi all’altezza del petto, come fosse pronta ad afferrare qualcosa. Probabilmente era solo una suggestione, la sua memoria lo ingannava, non poteva che essere così.
Si guardò intorno un’ultima volta, poi spense la luce, lasciò la porta appoggiata e se ne andò a casa a guardare il Festivalbar in tv con Elvira.
Non aveva neanche sistemato le sedie sotto il portico quella mattina. Era rimasto così, impalato, appoggiato al supporto di legno della pergola, a guardare quell’alba lattiginosa. Non sapeva nemmeno lui per quanto tempo era stato lì. Non aveva colto nessun suono: non un alito di vento, il verso di un uccello, il rumore di un’imposta che si apre… niente. Era scesa una nebbiolina rada, che permetteva a malapena di intravedere il disco pallido del sole salire dal mare.
“Mi sa che oggi non si faranno grandi affari” Elvira era arrivata al suo fianco, e gli aveva appoggiato una mano sulla spalla dopo che aveva parlato.
“Non si sono visti neanche Dario e Alfonso stamattina” disse Ettore per tutta risposta.
“Che ne dici se teniamo chiuso per oggi, e andiamo a farci una passeggiata, da quanto tempo non lo facciamo?” chiese lei sorridendogli. E quanto amava ancora quel sorriso, pensò Ettore, che per un momento si era scordato di Toni, Bepi e tutti gli altri che erano spariti dal villaggio.
Cominciarono semplicemente a camminare, tenendosi per mano, in direzione della spiaggia. Passarono davanti alla casa di Toni, con le persiane ancora chiuse, poi si lasciarono alle spalle la chiesa, con la porta sbarrata e gli oleandri assetati nei vasi di cemento presso gli stipiti. La provinciale diventò presto sterrata, e la terra battuta cominciò via via a mischiarsi con la sabbia, finché non dovettero arrampicarsi oltre a una duna infestata dalle ultime sterpaglie secche, prima di trovarsi sull’enorme spiaggia, dove il Delta si apriva. Il mare era quasi completamente immobile, si udiva un impercettibile risacca soltanto camminando a ridosso del bagnasciuga. La nebbia confondeva tutto quanto, ed era quasi impossibile dire dove fosse il confine tra la spiaggia, il mare e il cielo. Ettore ed Elvira camminarono un bel po’ in silenzio, scavalcarono un enorme albero abbattuto dal vento, trascinato a riva dalla corrente, poi videro il relitto di una lavatrice, che giaceva di fianco con lo sportello dell’oblò spalancato. Quando arrivarono finalmente alla foce del canale si fermarono, e guardarono per un po’ l’acqua del fiume che si riversava pacifica nel mare aperto.
Elvira lasciò per un momento la mano di Ettore, e guardandolo seria disse: “Mi sa che siamo rimasti solo io e te quaggiù”.
“Non lo so” rispose lui: “A questo punto, forse siamo già spariti anche noi”.