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C’è una pietra
— dicono —
ferma nel mondo.
Ma il mondo
entra da una fessura
che somiglia ai miei occhi.
E allora la pietra
non pesa:
accade.
Scivola nella mente
come acqua in un vetro inclinato,
prende la forma
che la guarda.
Io la tocco
ma sento
il contorno delle mie dita.
Ogni cosa restituisce
la mia impronta segreta:
il cielo ha pieghe
dove ho pensato troppo.
Esiste, forse,
un fuori non abitato,
una stanza senza specchi
dove gli oggetti non chiedono nome?
O tutto è già tradotto
in una lingua che mi precede,
un alfabeto inciso
nelle ossa del vedere?
Provo a uscire
ma trovo un’altra soglia,
più interna.
E lì
qualcosa mi osserva
con i miei stessi occhi,
prima di me.
La pietra resta.
O resto io
nella pietra.