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La città che non abbraccia.
Mi sono trasferita per salvarmi,
perché restare significava affondare.
Credevo che cambiare aria
fosse come cambiare pelle.
Mi sono detta: “basta dolore.”
Ma il dolore ha trovato casa anche qui.
Questa città mi guarda,
ma non mi vede.
Corre, schiaccia, pretende.
Qui tutto brilla, ma niente scalda.
La gente passa, e io scompaio.
Mi ero illusa di bastarmi,
di saper convivere con il vuoto,
ma la solitudine qui
ha un’eco più forte.
Parla piano, ma mi scava.
E fa male, ogni giorno un po’ di più.
Mi manca mia madre,
mi manca il suo “ci sono”.
Mi manca sentire crescere chi amo,
guardare il tempo negli occhi,
non solo sui telefoni.
Sento di vivere due vite:
una che cammina qui,
tra cemento, vetrine e silenzi,
e un’altra rimasta giù,
più povera forse,
ma piena di senso.
E io, in mezzo,
sospesa come una domanda
che nessuno ha il tempo di ascoltare.