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Nero.
Nero come la pece, il sangue che solca il pavimento marmoreo. Un corpo esanime ed un pezzo di vetro, ancora, rigido fra le mani.
L’odore di solvente è la coltre di questa messinscena, il bicchiere ancora colmo di vino, del pane raffermo ed una piuma. Una sola lettera:
“Vogliate scusarmi, il mio cigno è fuggito. Non aveva catena, tanta era l’impalpabile leggerezza del mio amore per lui. Ha riempito il mio mondo ma io, non il suo. Il mio cigno è fuggito ed il perché non ha saputo dirlo, ha solo sbattuto le ali ed eccolo li, andarsene via. Abbiamo mangiato spesso vicini, ne ho avuto cura ma lui, lui è fuggito. Vogliate scusarmi, Voi tutti, per l’impietoso lascito, ma vogliate capire, come anch’io ho dunque inteso. Il mio cigno, non è mai stato mio. Lui, aspettava di imparare a volare, di librarsi nel cielo e finora, ha solo condiviso con me la sua attesa. Non ci sarebbe stato alcun volo senza di essa ed io, ripensando a lui, sorrido.
Vogliate scusarmi, se tutto ciò vi appare incomprensibile ma sappiate, che questo corpo, a terra esanime, è in realtà piu vivo di tutte voi, anime infrante.
Poiché non c’è certezza di vita maggiore di un uomo morto, in un Giovedì qualunque, per ciò che ha amato."
- Filax