Da: Anedonia, Cap. 6: Il gioco
... assentii per quel colore [ del vestito ]: non dovevo passare inosservata quella sera, nel mio abito da battaglia.
Capitolo 7
"Quando si è in dubbio, trovo che tornare sui propri passi sia un modo saggio di cominciare!"
Albus Silente ( Harry Potter, J.K Rowling)
Mentre le mattine si susseguivano tra lezioni, cavalcate, tiro con l’arco e qualche sonata al pianoforte, Viktor continuò a farmi visita; da questi nostri incontri percepii che eravamo in un punto di stallo: io non lo lasciavo entrare nella mia vita e lui allo stesso modo non mi faceva entrare nella sua.
Era un continuo camminare sulla corda, a volte sbilanciandosi per poi ritrattare.
Non sapevo molto cosa fare, ed in realtà il nostro incontro a suonar pianoforte mi aveva illuso di aver finalmente trovato la chiave per capirlo.
Era bravo al suo gioco.
Nonostante, come mi spiegò Ekaterina in una nostra lezione di etichetta, le visite periodiche di Viktor non fossero altro che parte del “corteggiamento” secondo il bon ton, a seguito di quell’episodio lui sembrava addirittura cercare di tenermi a distanza: io lo attiravo nei pressi di un pianoforte, lui chiedeva di spostarsi nella sala da the, io cercavo di parlare tranquillamente a quattrocchi e lui proponeva una cavalcata in cui lui o mi precedeva o mi seguiva, senza darmi modo di creare un dialogo.
Stava guadagnando a sua volta tempo per studiare un altro piano d’attacco.
E l’idea che fosse al ballo di Natale era davvero nitida.
***
Ed eravamo arrivati alla mattina del gran giorno, della Festa Natalizia dei Volkov, con niente di più, niente di meno di quello che avevo raccolto una settimana prima, all’incontro del pianoforte.
Avrei voluto arrivare a quel giorno consapevole di aver in mano qualcosa di più sostanzioso, un’arma da poter usare se la situazione si fosse messa male.
Mi giravo e mi rigiravo nel letto sudando, cosa alquanto strana in quel periodo dell’anno, chiedendomi come sarebbe stato, come lui si sarebbe comportato con me, se avrebbe fatto qualche pazzia, come uccidere qualcuno.
Mentre mi agitavo, in balia del mio solito incubo, che era ritornato dopo alcuni giorni di tregua, la serva addetta alla mia camera, Olga, entrò senza farsi sentire e spalancò le finestre di camera mia.
- Buongiorno Vostra Grazia, sono stata istruita dalla Duchessa di svegliarvi a quest’ora… - io mi misi seduta quasi di colpo, alzando le coperte fino al mento.
Dalla finestra entrò il gelo siberiano.
- E’ davvero necessario aprire la finestra?- chiesi, già congelata, nel mio russo che già iniziavo a padroneggiare con più sicurezza.
Lei sembrò essere in imbarazzo.
- Perdonatevi Vostra Grazia, non mi sono ancora chiare le vostre abitudini -
Per quanto avessi voglia di urlare innervosita che a nessuno avrebbero fatto piacere -15 gradi appena svegli, dall’altra parte non avevo voglia di sprecar fiato; erano le nove del mattino e io non mi ero mai addormentata, avevo passato la notte completamente insonne.
Sentivo la pelle sotto i miei occhi tirare pericolosamente verso il basso, come se potessi realmente sentire le mie occhiaie ancor prima di vederle.
A chi mi avrebbe truccato non avrebbe fatto piacere la mia base di partenza.
- La Duchessa vi comunica che vi attende a colazione con vostro zia il Duca e vostra madre la Contessa tra venti minuti, in modo tale che siate pronta per il sarto che arriverà qui tra tre ore per l’ultima prova -
Io mugugnai un assenso, la mano sulla fronte che mi copriva gli occhi dalla luce.
Ma il sol pensare a quella sera mi fece tremar le viscere.
Da una parte, non vedevo l’ora: avere un obbiettivo, quello di vincere con la tattica.
Anche se considerare il problema in quel modo mi stava iniziando a far venire un dubbio: non è che ne stavo sottovalutando le conseguenze?
Se avessi perso, se lui avesse trovato uno dei miei tanti punti deboli per ricattarmi, io avrei rinunciato… A tutto.
A diciotto anni la mia vita sarebbe finita.
E purtroppo, a sentire racconti e voci della nobiltà russa, il matrimonio era una cosa per la morte; non come in Italia, in America, quando si pronuncia il “finchè morte non ci separi” si pronuncia a cuor leggero, consapevoli della facilità del divorzio.
Se avessi perduto, avrei perso la libertà.
Per sempre.
***
Dopo aver fatto colazione decisi di dedicarmi a tirar di spada.
Era diventata una delle mie attività preferite: quando mi esercitavo, nel silenzio della mia camera, mi concentravo e riuscivo a distendere i nervi.
In più, avere in mano un’arma ed imparare ad usarla mi faceva sentire meno inerme.
Più padrona del mio destino.
Non mi esercitavo spesso perchè Vladimir tendeva a volerlo fare di nascosto anche dai servi.
Diceva che non sarebbe stato conveniente che si spargesse la voce della “Contessa spadaccina”.
Essendo però quel giorno la casa piena di truccatori, parrucchieri ed estetisti per prepararci al ballo, non riuscivo a trovare pace e fui costretta a rifugiarmi
nella cantina dei vini sotterranea.
Lì sotto faceva ancora più freddo che nella già gelida casa, ma era lontano da occhi indiscreti e soprattutto, con urgenza, avevo bisogno di rilassarmi.
E di concentrarmi.
Quella sera non sarei andata al mio primo ballo di gala.
Sarei andata in guerra.
Tra le grandi botti di legno c’era molto spazio che poteva essere usato come palestra.
Appoggiai per terra la sacca dove mio zio teneva tutte le spade da allenamento.
C’erano tanti tipi di spade, da quella classica medioevale a quelle più strette e affusolate, corte, lunghe, curve e altro ancora.
Mentre aprivo le varie fodere singole per trovare quella che mi andasse di provare, trovai una coppia di pugnali.
Erano abbastanza lunghi e sottili, culminavano con una punta aguzza e avevano un manico in un argento che aveva visto giorni migliori, con una pietra azzurra nel centro.
Non li avevo mai visti nei miei allenamenti con Vladimir, anche perchè con lui non avevo mai realmente utilizzato una spada; me l’aveva sempre fatta tenere in mano per soppesarla e per capire i movimenti, ma nei nostri “combattimenti” utilizzavamo solo i bastoni di legno.
- Non disdegnare il bastone, Rebekah. Se sei brava puoi fare davvero male con quello, non importa che altra arma abbia il tuo avversario - mi aveva detto una volta lo zio, mentre fallivo miseramente nel disarmarlo.
Presi in mano i pugnali ed iniziai a testare l’impugnatura.
Erano leggeri, molto più della spada.
Poi, lentamente, iniziai a farli rotare tra le mie mani.
Erano così maneggevoli.
Non dovendomi preoccupare di sorreggere una spada con entrambe le braccia, avevo più libertà di movimento, potevo muovermi veloce e pensare alla mia strategia.
Lanciando fendenti all’aria, seguendo i movimenti che Vladimir mi aveva insegnato, passai molto tempo a riflettere sperando di scaricare la tensione al meglio e arrivare più rilassata possibile al gala.
In ogni colpo che affondavo sentivo la rabbia scivolarmi addosso.
La rabbia di essere stata impotente fino ad ora.
Un colpo per i Korkarov morti, un colpo per mio padre, un colpo per l’uomo morto nella prima prima notte in Russia.
Colpo dopo colpo mi sentivo sempre più forte.
Mi fermai solamente quando squillò il mio telefono.
Era Ekaterina, diceva che non mi trovavano da nessuna parte e che il sarto era nel salone ad aspettare.
Mi affrettai a mettere le cose via, mi accorsi di essere grondante di sudore e di sentirmi davvero debole e spossata, cosa che sicuramente non aiutava per il ballo.
Decisi di tenere fuori i pugnali, li infilai nella tasca interna della felpa: non si poteva sapere.
Dopo aver provato il vestito mi fiondai in doccia e mi lavai a fondo.
Lo staff assunto ad hoc sistemò me, Ludmilla e mia madre da cima a fondo.
Se io pensavo di aver tempo per riposare mi sbagliavo; appena finirono di acconciarci i capelli dovemmo indossare subito i nostri abiti per uscire.
Quando chiusero la lampo del mio e mi girai quasi non mi riconobbi.
Ekaterina mi guardò e una lacrima le scese.
- Sei stupenda Vika - disse piangendo mentre mi abbracciava.
Ero davvero molto diversa dalle Rebekah sulla banchina dell’autobus fuori dallo studio del Dr. Sandoli.
Il vestito mi calzava alla perfezione, il bordeaux risaltava sulla mia carnagione bianco latte.
I capelli biondi erano stati annodati in una acconciatura alta che mi allungava il collo.
Sembrava che qualcuno mi avesse gettato un secchio di fiori in testa e questi si fossero adagiati morbidi sul mio petto e tutto il vestito in modo naturale.
Il vestito era un capolavoro, non c’era altro da aggiungere.
Indossai un paio di orecchini di rubino rossi che mi aveva dato mia madre e una leggerissima catenina con al centro un rubino.
Ero semplice, ma veramente bellissima.
E non avrei mai pensato di dirmelo.
D’altra parte, anche mia madre e mia zia erano meravigliose: Ludmilla indossava un vestito porpora a balze con lo scollo a cuore e aveva i suoi bellissimi capelli rosso ramato liscissimi, mentre mia madre indossava un vestito blu scuro, quasi nero, tempestato di piccoli diamanti su tutta la gonna morbida.
Anche lei portava come me i capelli raccolti.
- Siamo quasi pronte - esclamò Ekaterina, facendo un cenno a delle serve.
Queste si avvicinarono con tre scatole di legno ricamate.
- Questa, Vika, è tua - disse, facendomi vedere l’incisione sul cofanetto: Contessa Viktoria Lucya Magdalena Dmitrovna Petrova.
Aprì la scatola e quella che vidi dentro fu una meravigliosa corona.
Lei la prese con entrambe le mani e mi fece senno di sedermi davanti allo specchio.
- Tesoro mio, per me è un grande onore questo giorno. Sono felicissima di potertela poggiare io sulla testa - ammise emozionata.
Mentre la adagiava tra ma mia acconciatura la studiai in ogni dettaglio: era tutta di brillanti, fine e sottile di oro bianco sormontata da nove perle che, come avevo studiato, erano il simbolo del titolo nobiliare di conte. Mia madre ne aveva una uguale, mentre Ludmilla ne aveva una sormontata da otto fioroni d’oro, per i possessori di un ducato.
Il parrucchiere aggiustò la mia acconciatura affinché la corona rimanesse salda alla mia testa.
- E’ ora di andare - disse mia madre, uscendo dal salotto dove eravamo a prepararci.
- Posso prendermi qualche secondo?- chiesi, agitata.
Loro mi videro particolarmente scossa, perciò acconsentirono.
- Ti aspettiamo all’ingresso - rispose Ludmilla.
Appena uscirono tutti, servi compresi, afferrai le bende che avevo portato dalla cantina e scoperchiai i due pugnali appallottolati nella felpa che avevo buttato sotto il mio letto.
Con attenzione, legai un pugnale alla mia gamba, sopra la caviglia, così che anche col vestito lungo sarei riuscita a sfilarlo in caso di bisogno.
Anche se sinceramente speravo non ce ne sarebbe stato.
Poi indossai la mia giacca corta di pelliccia bianca e li raggiunsi in atrio.
Salimmo sulla limousine di servizio.
Vladimir indossava un meraviglioso smoking con un papillon porpora come il vestito di Ludmilla.
In macchina la tensione era palpabile.
Sentivo il pugnale freddo premere sulla gamba e mi sentii un soldato che sta per scendere sul campo di battaglia, un attimo prima della tempesta.
La limousine attraversò San Pietroburgo e spuntò davanti al meraviglioso e possente castello Volkov.
Ancora quel posto mi metteva i brividi.
La fila delle macchine era lunghissima, sfilavano lente davanti all’ingresso per far uscire gli occupanti e ripartivano verso il parcheggio sul retro della magione.
Quando arrivò il nostro turno il cuore mi batteva a mille.
Avrei voluto strapparmi via il pugnale e gettarlo via per paura che qualcuno mi scoprisse.
Scendemmo dalla macchina, Vladimir si mise davanti a noi e ci aiutò a salire le scale per galanteria.
Una volta entrati, un servo ci prese le giacche e camminammo per il corridoio.
Dal fondo veniva una dolce musica di archi.
La casa era riccamente decorata di addobbi natalizi; ovunque c’erano ghirlande di fiori, candele rosse, camini accesi.
Prima di entrare nella sala da ballo bisognava farsi annunciare.
Così Vladimir prese sottobraccio Ludmilla e si accostarono al presentatore.
Vladimir gli disse qualcosa nell’orecchio, poi questo esclamò a gran voce:
- Sua Grazia il Conte Vladimir Klaudius Sergeyvn Petrov e la Duchessa Ludmilla Rakele Ströll Petrova - poi loro procedettero entrando nella sala.
Mia madre mi guardò - Sei pronta, Viktoria?- avrei voluto ripeterle per la centesima volta che mi chiamavo Rebekah, ma Rebekah non sarebbe mai andata ad un ballo del genere con un pugnale nella gamba.
Annuì, convinta.
Lei parlò con il presentatore che ci annunciò:
- Sua Grazia la Contessa Ekaterina Adele Edoardovna Sharapova Petrova e la figlia, la Contessina Viktoria Lucya Magdalena Dmitrovna Petrova - appena fu pronunciato il mio nome ed io e Ekaterina entrammo, gran parte degli invitati si voltò a guardare.
Dovevano voler vedere il volto di chi aveva fatto uccidere delle persone e che ancora le avrebbe fatte morire.
Ma tra tutte quelle facce vidi subito quella di Viktor, che con in mano un flûte di champagne e l’altra mano nella tasca intratteneva gli ospiti.
Lo vidi soffermarsi su di me con intensità e poi decidersi di raggiungermi
- Oh no- mi lasciai sfuggire in preda all’agitazione.
Mia madre fece finta di non sentirlo e continuò a tenermi a braccetto.
Lui arrivò davanti a noi e fece un profondo inchino.
- Contessa Petrova, Viktoria, vi do il benvenuto nella mia umile dimora - mia madre dovette essere rimasta sorpresa di come lui già mi chiamava per nome.
- Principe Volkov, è un piacere per noi accettare il vostro generoso invito - rispose, lasciandosi baciare la mano. Poi lui si girò verso di me e mi porse la mano.
Io la allungai e lui fece un baciamano più lungo del solito.
- Non vi ho mai visto così raggiante come oggi, Viktoria. Siete senza dubbio la donna più bella della festa - esclamò, facendomi arrossire violentemente.
Era dunque quello il suo piano?
Lavorare sulla mia timidezza?
- Siete molto gentile Viktor. Questa festa è bellissima - esclamai, per cercare di mostrarmi sicura.
- Vi lascio ammirare le nostre decorazioni e il nostro ricco albero. A dopo, Viktoria. Contessa Petrova - disse con un altro inchino, e se ne andò.
- Ti chiama già per nome??- esclamò stupefatta mia madre.
Ma io non l’ascoltavo, scrutavo intensamente la figura di lui che si allontanava.
Viktor era sempre cordiale.
Ma non così tanto.
Perchè lo faceva?
Cosa nascondeva?
Il ragno stava tessendo una nuova tela, ne ero sicura.
In quel momento ci imbattemmo in qualcuno che mia madre conosceva.
E da lì fu un noioso chiacchiericcio di frasi di circostanza.
La prima ora della festa fu un continuo salutare persone, presentarsi, ricevere complimenti su come fossi una bellissima ragazza e sentire discorsi su quanto si stessero perdendo i buoni valori di una volta.
Mentre salutavamo ed erano cordiali con la casata Estolev, ritornò Viktor.
Tutti fecero un leggero inchino.
- Vostra maestà- esclamarono tutti.
- Carissimi, spero che vi stiate intrattenendo - disse con gentilezza.
Nonostante fosse molto giovane, molto più di ogni persona in quella piccola cerchia, era chiaramente il capo.
Tutti assentirono e fecero commenti alla serata esageratamente lusinghieri.
Lui stava lì dritto con le spalle, le mani dietro alla schiena, emanava gentilezza e buone maniere da tutti i pori.
Aveva un papillon rosso scuro, un colore molto simile al mio, e penso che fosse felice di notarlo.
Mentre ascoltava gli ospiti che elogiavano questo e quello, gli cadeva l’occhio su di me e mi sorrideva.
Non mi piaceva.
C’era sotto qualcosa.
- Sono molto lusingato dai vostri complimenti, signori. Posso proporvi un brindisi?- disse, alzando una mano per chiamare un servo.
Questo portò subito dei calici pieni di champagne.
Viktor gli diede a tutte le donne e poi per ultima a me. Gli uomini si servirono da soli.
- Un brindisi ai nuovi e ai vecchi alleati - disse soltanto, alzando il calice. Noi tutti lo alzammo senza aggiungere altro.
Sorseggiai appena lo champagne, cercando di non dare a vedere che era la prima volta che bevevo qualcosa di alcolico e che non mi piaceva per nulla.
- Viktoria, mi fareste l’onore di questo ballo?- disse allungandomi la mano.
Mi prese un colpo al cuore e quasi non mi strozzai con quel primo sorso.
Lo guardai con gli occhi spalancati.
Ekaterina, nelle nostre lezioni di etichetta, mi aveva insegnato a ballare. Ma non mi sarei aspettata che fosse proprio lui a proporsi.
Era una mossa strana.
- Con piacere - dissi, trattenendo i miei pensieri.
Mi prese la mano e mi allontanò da mia madre e miei zii.
Mi portò al centro della sala dove si era formata una bolla vuota, alzò una mano verso l’orchestra che si fermò.
Mi mise davanti a lui con delicatezza e appoggiò la sua mano dietro la schiena, con l’altra mi tenne la mano.
In quel momento, mentre cercavo di non pensare a quanto fosse fastidiosa quella vicinanza, a quanto le ginocchia mi tremassero, ringraziai mia madre per quelle stramaledette lezioni, perchè tutto il salone si era fermato a guardarci.
Partì un valzer viennese, lo riconobbi subito.
Viktor mi sorrise cordiale e fece il primo passo.
Era molto bravo a portare, infatti, sebbene la paura iniziale di inciampare e cadere di faccia, tutto scivolò liscio e ballammo meravigliosamente.
Avevamo preso un ritmo così ben armonioso che potevamo permetterci di guardarci.
E studiarci.
Indossando i tacchi, la mia testa arrivava sotto il suo mento, il dislivello era minore e potevo guardarlo meglio anche da in piedi.
Non mi disse nulla, ma mi guardò per tutto il tempo con un mezzo sorriso sulla bocca.
Come al solito, senza farmi leggere niente di lui.
E poiché ero così concentrata a capire cosa pensasse, non mi curai di distogliere lo sguardo.
E neanche lui.
Finito il ballo, feci un inchino e lui altrettanto, sotto lo scroscio degli applausi composti dei presenti.
Chiamò un servo, pronunciò qualcosa nell’orecchio: “Feuerfest Polka”.
Cercai i suoi occhi per capire se facesse sul serio.
Conoscevo la Polka, era come un valzer molto più movimentato.
In particolare conoscevo quel brano di Strauss, in cui c’erano delle parti veramente veloci che fortunatamente io e Vladimir, quando era disponibile ed aiutava mia madre nelle lezioni, lo avevamo provato un paio di volte.
Vidi le persone allargare la bolla di spazio, tutta per noi.
Quell’attenzione iniziava ad innervosirmi.
La bacchetta del maestro richiamò all’attenzione l’orchestra, un ticchettio che sentimmo per quanto silenzio e tensione c’era attorno a noi.
Sapevo che mi stava mettendo alla prova.
Ma non sapevo cosa si aspettava succedesse.
Voleva vedermi sbagliare? Voleva mettermi in imbarazzo?
Non sapere il suo obiettivo mi stava mandando matta.
Dovevo solo sperare che fosse lo stesso per lui.
- Pronta a muoverti un po’? - sussurrò con una risatina.
Io a mio modo sorrisi per non dargli soddisfazioni, desiderando di scomparire in quel preciso istante dalla faccia della Terra.
Ma la musica vibrò nell’aria, Viktor si mise in posizione e noi iniziammo a trottare in tondo, lentamente, cambiando verso ogni tre passi.
Poi la musica prese ritmo ed iniziai a piroettare veloce saltellando.
Lui, sebbene quel ballo fosse agitato, ballava composto, seguendo il ritmo senza sembrare mai fuori luogo.
Nei momenti in cui c’erano le battute più lente saltellavamo con calma, lui mi guardava come per chiedermi se fossi pronta per le prossime battute più veloci.
E quel ritmo frenetico mi fece dimenticare tutto.
Mi scappò una risatina nel mentre, presa dall’eccitazione.
Era divertente.
E io non ricordavo più l’ultima volta che avevo sorriso così.
L’ultima volta che avevo sentito quella sacca di gioia esplodere in gola, emozionata.
Ma che mi succedeva?
Viktor rideva.
La sua mente diabolica rideva, potevo quasi sentirla.
Appena finì il brano, entrambi facemmo un inchino profondo verso l’altro.
- Sei davvero brava - mi sussurrò all’orecchio ridendo.
Un brivido mi percorse la schiena.
Viktor mi sussurrava all’orecchio?
Com’eravamo finiti così vicini?
E perchè lui mi stava ancora…toccando?
Tolsi le mani repentinamente dalle sue, non poter trattenere un sussulto spaventato.
Oh no.
Non avrei dovuto mostrarmi… Spaventata.
Lui però sorrise, soddisfatto.
Trionfante.
Avrei voluto rimediare, dire qualcosa per dimostrargli il contrario.
Ma lui indietreggiò di un passo, sempre con quel ghigno.
- Volete permettermi un ballo con mia nipote, Vostra Maestà?- chiese Vladimir.
Mi girai di colpo verso mio zio, per fulminarlo.
No! Dovevo riparare a quello che avevo appena fatto…
Viktor però colse al volo la palla al balzo.
- Ma naturalmente, signor Conte. Ma contiate in un mio ritorno - sghignazzò mentre mi baciò la mano e se ne andò.
Io rimasi lì impalata per qualche secondo, fino a quando mio zio mi prese entrambe le braccia e le adagiò sulle sue spalle.
- Va tutto bene, Becca? - mi chiese, poiché continuavo a fissare il punto dove Viktor era sparito.
Io mi costrinsi a girarmi verso di lui, ma non risposi.
Ballammo quattro brani.
Cosa sarebbe successo, ora?
Come avrebbe usato quell’informazione contro di me?
Certo, poiché ogni essere vivente aveva paura di Viktor Volkov, non era una cosa così strana, un’informazioni così segreta.
Ma nel mio esitare, lui aveva ne aveva avuto la prova, e soprattutto aveva capito l’entità della mia paura verso di lui.
...Continua....
Anedonia, Cap.7: Un passo, di valzer, falso testo di AriaStoinov