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Sono nata nella provincia di Modena, un paese di poche anime e galline. Anni difficili, famiglie numerose, pochi soldi e tanta fame. Eravamo in dieci in casa. Papà lavorava i campi ma il fine settimana faceva il meccanico nell’officina di zio Ettore. Ereditai così la passione per biciclette e motori. Aiutavo papà nei campi, un lavoro duro per una ragazzina come me, magra, esile e con un po’ di asma, forse per l’umidità di quelle campagne e di quella casa dalle pareti ammuffite. Mamma mi era grata, un pezzo di pane e una zuppa di cipolle non ci mancavano mai.
La mia prima bicicletta arrivò un giorno d’autunno. Papà l’aveva comprata dal medico del paese per pochi centesimi. Era malridotta, ma mi sembrava il regalo più bello che potessi ricevere. Così iniziai le mie scorribande per i viottoli di campagna, dove il vento trascinava l’odore delle porcilaie nelle narici e la polvere delle strade ti accecava gli occhi. Grosse voragini causate dai trattori mi costringevano a slalom, deviazioni impreviste, brusche frenate. Divenni brava.
Un giorno, nella piazza del paese, trovai a terra un volantino, era la promozione di una gara ciclistica per dilettanti che si sarebbe svolta nel paese vicino. “Papà guarda, c’è una gara, posso andarci?” Si vinceva un maiale. Mio padre, attratto dalla possibilità della vincita acconsentì, e la domenica successiva mi portò alla partenza. Il giorno più bello della mia vita! Portai a casa il rosa maiale!
Rivedo, a distanza di anni, le facce degli altri concorrenti, tutti maschi, che quando mi videro, non furono capaci di trattenere risolini e facce divertite. Ero l’unica donna a partecipare e lo rimasi per molti anni. Tuttavia, aver vinto quella gara mi fece sentire importante e non dimenticherò mai gli sguardi di sfottò che si erano trasformati in sbigottimento quando avevo tagliato il traguardo. Ero la prima. La prima di tutti loro. Non ero bella, ma non mi interessava, gli uomini si limitavano a sorrisetti di sfida e di superiorità ma non mi infastidivano. Amavo quello sport, avrei sacrificato qualsiasi cosa, pur di poter cavalcare la mia bici, che insieme a papà avevo rimesso in piedi in officina. “Alfonsina,” mi diceva, “non farti mai offendere da nessuno, sei brava, arriverai al giro d’Italia”.
Dopo qualche anno però, i miei capirono che solo con le gare di bicicletta non si mangiava e mamma mi diede un ultimatum: o sposarsi o lavorare nei campi! Vidi papà dietro la tenda che mi guardava triste ma con lo sguardo che mi diceva: vedrai che ce la farai! Così sposai Luigi, un ragazzo conosciuto nell’officina, faceva il meccanico e fu un mio grande sostenitore. Come regalo di nozze, chiesi una bicicletta da corsa.
Quando durante la guerra, mi iscrissi al giro di Lombardia, mi presero per matta. Ma nessun regolamento vietava la partecipazione alle donne! Conobbi un tale che si chiamava Girardengo, era forte. Capii subito che era un mito! Molti uomini si ritirarono, era stata una gara molto faticosa, arrivai quasi ultima, ma felice.
Luigi, tempo dopo, fu ricoverato in manicomio. Non ne uscì più da quel posto, ci morì.
A quei tempi c’era un giornale chiamato La Gazzetta dello Sport. Vi lessi che stava per partire il Giro d’Italia! Provai ad iscrivermi, non c’erano divieti! Ma gli uomini sono strani, pur di non ammettere che potevo essere più brava di loro, modificarono il mio nome sulla Gazzetta e risultai iscritta come Alfonsino…Corsi lo stesso, arrivai due ore dopo il vincitore e vinsi una collana e una nuova divisa.
Le donne cominciarono a sentir parlare di me e a invidiarmi per il mio coraggio e la mia caparbietà. Nonostante l’ostracismo degli uomini che cercarono di impedire la mia partecipazione alle gare successive, riuscii a vincerne ben 36. Corsi fino al 1940 e poi aprii un negozio di biciclette.
A quasi 70 anni, poco prima che il mio cuore si fermasse, ripetei a me stessa che avrei rifatto tutto. Nella stessa identica maniera.
Il mio nome è Alfonsina. Alfonsina Strada