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DIANA
Avevo cinque anni e non avevo amici ma avevo Diana.
Bracco italiano comprato da mio padre per la caccia e finito a fare il migliore amico di un bimbo.
Ero solo, malfermo di salute, non potevo giocare con gli altri bambini che se mi sudavo prendevo un malanno.
Diana però riempiva la mia vita, e mi aveva scelto come suo padrone.
Agli ordini degli altri della mia famiglia non obbediva, obbediva solo a me non so se perché mi avesse scelto come capobranco o per un istinto materno.
E così Diana era la mia compagna di giochi, lei mi amava, io l’amavo.
Ogni giorno appena sveglio uscivo nel vasto cortile e lei era prossima all’uscio, aspettava me.
E passò del tempo fino a che non si ammalò, le venne la scabbia.
Forse anzi senz’altro sarebbe potuta guarire, ma in un'altra casa.
In casa mia erano molto più sbrigativi.
Così mio fratello imbracciò il fucile e mi disse: andiamo a fare una passeggiata dì al cane di seguirti.
Io mio fratello e Diana uscimmo fuori dal paese, percorremmo una stradetta di campagna fino ad arrivare ad un cumulo di immondizia.
Dì al cane di accucciarsi lì, mi disse mio fratello, io lo feci.
Poi puntò il fucile e sparò, il cane mi guardava e non fece neanche un guaìto, solo un sussulto.
Poi un altro colpo , il cane mi guardò ed io pensai che mi stesse dicendo: tu sei il mio padroncino, io ho avuto fiducia in te e tu mi hai portato alla morte.
Io ti ho voluto bene e non ti odio neanche adesso, accetto anche la morte se viene da te, ma sono triste tu sei il mio padroncino e m’hai fatto uccidere così in mezzo all’immondizia.
E così anche adesso che sono grande conservo questo rimorso e anche se non capivo allora ora tutto mi è chiaro e non so pensarci senza che le lacrime mi salgano agli occhi.
Scusa Diana.