La sera che arrivarono i vegani

scritto da L. Carver
Scritto Ieri • Pubblicato 6 ore fa • Revisionato 6 ore fa
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Seconda puntata della serie umo-gastronomica. Per palati fini e non.
- Nota dell'autore L. Carver

Testo: La sera che arrivarono i vegani
di L. Carver

“Scusi, lei mangia carne?”

Enrico aspettò persino ad alzare lo sguardo dal bancone, tanto quella strana domanda l'aveva preso alla sprovvista. Per un attimo non fu nemmeno sicuro di averla sentita davvero, poi lanciò un'occhiata oltre le lenti e immediatamente mise a fuoco la situazione.

Davanti a lui c'era un uomo sul quale gli abiti sembravano appesi più che indossati, con la faccia di chi ha visto un mondo di merda e sa perfettamente come rimediare alla questione, incominciando da chi gli stava davanti. Accanto a lui una donna, o almeno per tale voleva passare dato che le forme femminili forse nemmeno se le ricordava più, dall'aria simile a quella di lui e dagli abiti da manichino rigorosamente firmati.

E ci siamo... pensò Enrico avendoli già identificati. Vegani militanti. Loro non diedero segno di essersi accorti del suo straniamento.

“Prego?”

“Dicevo, qui si mangia carne?”

Enrico si tolse gli occhiali, ancora non del tutto certo di mantenere la possibile conversazione su un piano umano. “Beh... a parte che mi sembra che mi avesse chiesto se io personalmente ne mangiavo, e comunque... sì a entrambe le opzioni. C'è anche il menu fuori se ha dubbi.”

Entrambi reagirono come se avessero annusato un mucchio di letame. “E non vi siete adeguati? Non lo sa che oggi non si possono non tenere menu adatti ai vegani nei locali? Dovrebbe vergognarsi, lo sa? Voi e le vostre abitudini da barbari assassini...”

Avendo sentito discorsi del genere fin troppe volte nel corso della storia del locale, Enrico non si scompose minimamente. Di visite come quella gliene capitavano a cadenza quasi settimanale. Gli venne quasi da sorridere.

“Signori, a parte il fatto che vorrei veramente vedere questa vostra tanto decantata 'regola del menu vegano', per me siete liberi persino di mangiarvi la terra stessa, se volete. Ma se venite qua solo per farmi perdere tempo sbraitando a vanvera, al massimo per stasera posso consigliarvi il prato qui fuori che è pieno di ottima erba. Sempre che i polli ruspanti sul retro siano d'accordo eh, non è che abbiano una gran soglia di tolleranza su chi va a contargli il mangime...”

La faccia che ottenne con quella dichiarazione, mista alle rimostranze farfugliate attraverso un rossore quasi da vino Sangiovese mentre i due uscivano indignati dal locale fu quasi la soddisfazione di una serata intera per Enrico. Valeva bene un'eventuale recensione negativa, che importava? La sua clientela sapeva distinguere un parere onesto da una cazzata isterica.

Non essendoci altri clienti in vista ed essendo il locale già praticamente pieno, Enrico tornò ai suoi appunti. Da qualche tempo aveva un progetto in ballo al quale aveva solo accennato con il socio e i collaboratori, senza entrare troppo nei particolari. Sapeva che se fosse andato in porto avrebbe significato notevoli cambiamenti, non solo per lui. Ma era ancora presto per parlarne. Doveva...

“Ehi carissimo, hai un minuto?”

Libero, nel suo consueto look da scappato di casa per motivi drammaticamente futili, arrivò dalla saletta laterale con la sua classica frase che poteva significare una posata perduta o un incendio nel locale, non necessariamente in quest'ordine di importanza.

Ok, pare che adesso non sia proprio il momento, pensò Enrico richiudendo il blocco di appunti. “Ho impressione che dovrò averlo. Che succede?”

“Oh, niente di particolare, in realtà...” fece Libero grattandosi la testa. “Vedi, è che Gian si era messo in testa di fare una specie di jam session di là, sai musica italiana...”

“Non dirmi che si è messo a fare della trap!”

“Eh? No, no, figurati... roba alla Fausto Leali, cose così, sai no? È che c'era un tavolo con una coppia e un figlio piccolo, il pargolo non ha gradito e allora...”

Enrico si passò le mani sulla faccia. “Non credo di volerlo sapere...”

“Eh beh, era un vero peperino quel pargolo. Comunque Gian adesso sta meglio. Il pupo l'aveva nutrito a forza con dei jalapenos.”

“Dei...” Enrico scosse la testa incredulo. “Scusa, ma com'è stato possibile? Dove li ha presi? Non mi risulta che ne usiamo.”

“Ah, vallo a sapere. Ad ogni modo e meglio che tu faccia un salto in cucina. Credo che Paolo e Arianna abbiano un'altra delle loro discussioni. Una paillard, credo.”

Enrico sospirò, scuotendo la testa. Avrebbe voluto avere davanti chi aveva detto che la ristorazione era un lavoro sostanzialmente tranquillo e senza troppi grattacapi, giusto per stringergli la mano. E stringere. E stringere ancora fino a farne una zuppa di ossa.

“No senti, stasera è superiore alle mie forze. Gian potevo anche farmene una ragione, ma Paolo e Arianna che battibeccano di nuovo no. Lasciali perdere, a meno che non si mettano a tirarsi pietanze. Ma non credo che arrivino a questo.”

Libero fece una smorfia. “Mh, va bene... ma poi mi dirai che ti passa per la testa, hm? Sono giorni che ti vedo distratto.”

Enrico rispose con un cenno della testa e Libero scomparve verso le cucine. Per quella sera era inutile cercare di trovare un momento tranquillo, c'erano troppi clienti. Avrebbe chiamato Elisa, ecco cosa. L'indomani stesso. Avrebbero parlato del loro progetto. E poi, chi s'è visto, s'è visto.

Si recò anche lui verso le cucine timoroso di dover schivare un piatto da portata volante con tanto di friggione tirato da uno dei due cuochi, ma trovò solo Libero impegnato in un'accesa conversazione telefonica con quella che sembrava essere una papabile cliente.

“Sì... certo signora, ovviamente noi abbiamo... come ha detto? Otto persone? Ah sicuro, il posto c'è. Ah, serve un seggiolone? Due? Volendo... prego? Uno non è un bambino? Ma scusi, come sarebbe... ah ho capito, il nonno... certo signora certo, ha fatto la guerra, gliene siamo tutti grati. È poco stabile, eh... vedremo cosa possiamo fare. Vegana? Ma chi sua figlia? Ah beh... un anno e mezzo? È vegana a quell'età? Capisco, crescere intelligente e consapevole, capisco... flebo? Ah, ha con sé l'asta per la flebo? Per sua figlia... ah certo, deve compensare i nutrienti, sicuro. E menù vegano per tutti. Con sottaceti. E tavolo lontano da carnivori. Ovviamente, signora. Per le otto. Non dubiti. Sì. Vada a cagare, signora. No no, si figuri, è un saluto moderno, è il trend di oggi. Certo. A lei.”

Libero riattaccò, incontrando lo sguardo del socio che pareva dirgli brutto pirla.

“Oh Enrico, eccoti, ho appena fatto una prenotazione...”

“Sì... ecco, so che mi pentirò di avertelo chiesto, ma chi era al telefono?”

“Ah niente, una famiglia vegana con bambini cretini e anziani con gambe nella fossa al seguito. Sai com'è, no? Hanno solo pretese.”

Enrico si passò le mani sulla faccia, esasperato. “Ossignur... quante volte ti ho detto che...”

“Tranquillo, tranquillo”, fece Libero con un gesto, “non fermo neanche un tavolo, tanto appena arriveranno se ne andranno subito inneggiando alla morte atroce a chi mangia animali e roba derivata. Ti pare che debbano prenotare in un posto dove si fa il salame d'oca?”

Enrico non replicò, scuotendo la testa. Sì, doveva chiamare Elisa quanto prima. Al resto avrebbe pensato dopo, sempre che qualcuno nel frattempo non avesse tentato di uccidere il buon Gian.

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