Nebbia in val Padana (miracoloso evento)

scritto da vecchioautore
Scritto 7 anni fa • Pubblicato 7 anni fa • Revisionato 7 anni fa
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Tra le nebbia della bassa Padana, possono accadere cose che hanno del miracoloso... o qualcosa che gli assomigli molto. Buona lettura.
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Testo: Nebbia in val Padana (miracoloso evento)
di vecchioautore

Nebbia in val Padana (miracoloso evento)

«Quando vedrò lontano un miglio, un cuore accendersi nella nebbia di un novembre che scaldi a quaranta gradi la mia pelle… forse crederò!» declamò Giuseppe, rispondendo a tono al rimbrotto con il quale, poco prima, Don Marco l’aveva apostrofato dopo averlo colto a bestemmiare davanti alla sua chiesa.
Non era d’uso far piazzate per strada, e tantomeno usare il turpiloquio gratuitamente o, peggio, bestemmiare. Sì, gli era capitato alcune volte, quando era proprio fuori dai gangheri, ma mai in modo così violento, e per giunta davanti alla chiesa.
Ma quel maledetto giorno, dopo vent’anni di onesto lavoro come fabbro, era stato licenziato su due piedi dal suo datore di lavoro.

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Giuseppe non voleva sentir ragioni. «Perché io e non Alessandro?!» aveva sbottato, riferendosi al secondo operaio della minuscola ditta artigiana.
«Giuseppe, lo sai bene perché…Alessandro ha moglie e due figli, come posso licenziarlo?» aveva risposto il datore di lavoro, usando il tono contrito del buon padre di famiglia che, in ristrettezze economiche, si vede costretto a negare la possibilità di studiare a uno dei suoi due figli.
«Allora, perché io sto da solo, posso anche morire di fame. Ma che modo di ragionare è questo?!» aveva replicato rosso in viso, alzando il tono.
«Non usare quel tono con me!» aveva esclamato il datore di lavoro, perdendo la calma fino ad allora ostentata.
«Ma vaffanculo! Pezzo di merda!» aveva urlato rabbioso Giuseppe, picchiando pesantemente i pugni sulla scrivania.
Il vecchio artigiano, investito dal pesante turpiloquio, era sobbalzato, scioccato. Poi, dopo lo sbandamento iniziale, l’uomo aveva reagito e alzandosi dalla poltrona aveva ribattuto con voce tremante: «Come ti permetti! Vai fuori… non voglio vedere mai più la tua faccia qua dentro!» indicando con l’indice e il braccio teso la porta.
Digrignando i denti, Giuseppe lo aveva fissato con uno sguardo fiammeggiante, carico di odio. L’artigiano, temendo per la propria incolumità, si era accasciato sulla poltrona e, portandosi la mano al petto, aveva balbettato: «E adesso… cosa vuoi fare… picchiarmi… sto male… vattene», poi aveva afferrato la cornetta del telefono.
Giuseppe, piegando gli angoli della bocca, aveva esibito con una smorfia tutto il suo disprezzo. «Chi vuoi chiamare? Ma posa quella cornetta… me ne vado, brutto bastardo!» aveva alla fine replicato, digrignando i denti.
E se n’era andato sbattendo la porta sullo sguardo allibito e spaventato del vecchio artigiano.

Dopo aver bevuto qualche bicchiere di troppo al bar, aveva guardato l’orologio e s’era incamminato, immerso nella fitta nebbia, verso casa.
«Giuseppe! Non lavori oggi?» la voce squillante del suo amico Luigi, mentre gli sfilava accanto velocemente in bicicletta, era stata la miccia che aveva dato fuoco alle polveri.
Urlando a squarciagola all’indirizzo di Luigi, in rapido allontanamento; aveva tirato una raffica di bestemmie così scurrili da far rizzare i capelli in testa a un calvo.
In quel mentre, Don Marco stava uscendo dalla chiesa. «Giuseppe! Sei impazzito! Chiedi immediatamente perdono a Dio!» gli aveva urlato dietro, precipitandosi verso di lui.
«Perdono a chi? L’unico Dio che conosco, è quello che mi dava da mangiare, e che mi ha appena licenziato! E’ lui che decide della mia vita, non il suo di un Dio», aveva risposto con sarcasmo, stirando le labbra in un sorriso amaro.
«Dio non licenzia. Dio ama e basta! Lui ti è vicino, ma non è certo bestemmiando il suo nome che puoi chiedergli d’aiutarti», aveva ribattuto con la voce avvolgente di chi sa ben predicare il Verbo.
«Don Marco… io non sto chiedendo l’aiuto di nessuno. Tanto meno a un’entità che alberga solo nella mente dei deboli.»
«Per favore, non dire eresie!»
«Eresie?!» aveva esclamato Giuseppe.
La diatriba con il prete che conosceva fin dai tempi dell’oratorio lo aveva coinvolto emotivamente, spostando il motivo della sua ira dal licenziamento ad argomenti troppo grandi per essere compresi da uno spirito esacerbato. Ma una lezione gliela voleva comunque dare a quel prete che parlava allo Spirito con la serenità di chi era ben conscio di trovare in canonica, comunque e sempre, colazione, pranzo e cena garantite; mentre lui, da ora in avanti, sarebbe stato costretto a tirare la cinghia.
«Mi ascolti, Don Marco: non riesco a capire su quali basi fondi le sue certezze sull’esistenza di Dio… e non m’interessa saperlo. Ma voglio darle l’occasione di redimere un’anima persa.
Don Marco, io potrei anche cambiare la mia posizione… a una condizione!”.
«Una condizione?!» aveva esclamato sconcertato Don Marco, non riuscendo a comprendere come si possano porre condizioni a Dio.
Allora Giuseppe, lanciando lo sguardo dentro la nebbia, che ovattando la strada nascondeva alla vista il lato opposto, aveva proseguito con tono di sfida: “Dio… o lei che lo rappresenta… insomma, uno di voi due mi deve fornire la prova della sua esistenza… e lo deve fare adesso!”.
«Cosa dovrei fare, adesso?» aveva chiesto incuriosito Don Marco.
«Lei, poco. Dio, tutto!»
«Cos’è, un indovinello?»
«Niente del genere… deve dire a Dio… supponendo che lei abbia una linea riservata con lui, il che è tutto da dimostrare. Deve dire a Dio, che voglio un segno della sua presenza, ora… se è presente, perché anche questo non è mica stato ancora dimostrato», aveva risposto ironicamente.
Don Marco non era certo il tipo d’arrendersi davanti a una frase buttata lì con pungente ironia: «Avrai quello che desideri. Nonostante il tuo comportamento poco esemplare, Dio ti ascolta, e ti darà il segno che desideri», aveva garantito dopo una rapida riflessione.
Convinto di avere in pugno il parroco e la sua fede, Giuseppe, gonfiando il petto, aveva declamato tronfio: «Quando vedrò lontano un miglio, un cuore accendersi nella nebbia di un novembre che scaldi a quaranta gradi la mia pelle… forse crederò!»
Don Marco lo aveva fissato stranito. “Ma, dove l’avrà mai letta questa?” si era domandato mentre rifletteva sul da farsi.

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Giuseppe, convinto che il parroco non sarebbe mai riuscito a esaudire l’enigmatica richiesta, ghignò soddisfatto e s’incamminò.
«Dove stai andando?» il richiamo di Don Marco lo colse a mezza via, quando la sua figura stava svanendo nella nebbia.
«A casa!» rispose, arrestandosi.
Don Marco con passo svelto lo raggiunse. «Andiamo!» esclamò, superandolo di slancio.
«Dove?» chiese sorpreso Giuseppe, seguendolo con lo sguardo.
Don Marco si voltò. «Quaranta gradi sulla pelle a novembre… è questo che vuoi sentire… andiamo!» rispose, riprendendo subito dopo il passo svelto.
Giuseppe scosse il capo incredulo, avrebbe voluto lasciar perdere, ma la curiosità di scoprire dove volesse andare a parare, lo spinse a seguire il parroco.

«Don Marco! E’ venuto a farsi una lampada?» esclamò ironicamente, sorridendo, la ragazza del centro benessere.
Don Marco ricambiò il sorriso. «Sarebbe una bella pubblicità per la tua attività, eh?» ribatté a tono. Poi indicò Giuseppe. «Sono qui per lui. Preparagli un lettino abbronzante: vuole provare l’ebbrezza dei quaranta gradi sulla pelle, in mezzo alla nebbia novembrina.»
«E’ no! Così non vale!» sbottò Giuseppe.
«Cos’è che non vale?»
«Questo, non è il Sole a quaranta gradi!»
Don Marco si finse sorpreso. «Il Sole? Ma tu non hai mai parlato del Sole», obiettò, corrugando la fronte. «Mi par d’aver capito che volevi sentire quaranta gradi sulla pelle… non è così?»
«Beh… mi sono espresso male…»
Don Marco non gli lasciò nemmeno il tempo di terminare la frase. «E’ no! Ora non puoi tirarti indietro. Hai fatto un patto con Dio… lo devi rispettare!» lo incalzò in tono severo.
La ragazza, spostando lo sguardo da l’uno all’altro, seguiva basita il surreale dialogo fra i due.
Giuseppe, sentendosi preso per il naso davanti alla ragazza, sbottò: «Mi ha fregato!» e uscì precipitosamente dal centro benessere.
Don Marco salutò la ragazza e lo seguì. «E adesso, dove stai andando?» gli chiese quando lo raggiunse.
«A casa!»
«A casa?» fece incredulo il parroco. «Ti aspetto domenica alla messa delle undici!» gli rammentò poi.
«Perché dovrei venire a messa?» chiese più scocciato che sorpreso Giuseppe.
«Avevamo un patto.»
Giuseppe si fermò, guardò in alto, sbuffò e replicò: «Ammettiamo per un attimo che, seppur usando un trucco, Dio mi abbia dato il segno che volevo… In ogni caso avrebbe ottemperato solo a una parte del nostro accordo. Manca sempre la parte più importante… e lì, caro il mio prete furbacchione, non c’è trucco che tenga!»
«A Dio non servono trucchi!» lo rimbrottò con tono grave Don Marco.
«Come desidera, Don Marco. Sono io che mi sono espresso male… Finiamola lì!» replicò stizzito, provando ad allontanarsi.
Il prete, stringendo il mento tra l’indice e il pollice della mano destra, dopo una brevissima riflessione ebbe l’illuminazione, forse Divina?
«Guarda che Dio, è pronto a ottemperare alla seconda parte dell’accordo!» annunciò Don Marco, fermandolo nuovamente.
Giuseppe lo fissò, cercando di capire dal suo sguardo quale altro trucco si fosse inventato quel diavolo d’un prete. Temendo di essere nuovamente preso per i fondelli pensò di lasciar perdere, ma la curiosità, ancora una volta prese il sopravvento sulla ragione. «Okay, un’ora, non di più. Se entro un’ora non vedrò un cuore illuminarsi a un miglio di distanza in mezzo alla nebbia, il nostro accordo sarà stracciato.»
«Andiamo!» esclamò Don Marco, indicando la via.
Giuseppe seguì Don Marco fino alla casa parrocchiale. Lì giunti salirono sull’utilitaria del parroco e partirono.
Lasciarono il paese per immettersi su una strada che andava a perdersi nella campagna circostante. La nebbia, che ora si poteva tagliare con il coltello sull’intera bassa Padana, rendendo problematico distinguere la carreggiata dalla banchina laterale fece strabuzzare gli occhi a Don Marco. Faticò non poco, avanzando a passo d’uomo con lo sguardo incollato al parabrezza, a trovare il bivio che conduceva al vecchio ponte in ferro.

«Eccoci qua!» esclamò Don Marco, arrestando la macchina davanti al manufatto in ferro. «Il ponte è lungo circa un chilometro.» (In realtà misurava poco più di settecentocinquanta metri, ma la varia umanità che gravitava attorno agli argini del grande fiume, chi per enfatizzare il manufatto d’epoca fascista e chi perché trovava più comodo dire: un chilometro, solitamente arrotondava per eccesso)
«L’accordo era per un miglio… niente trucchi, Don Marco», obiettò Giuseppe, temendo che un chilometro, nonostante la nebbia che limitava la visibilità a poche decine di metri, permettesse al prete di mettere in atto qualche stratagemma, vendendoglielo poi come prodigio.
«Niente trucchi, Giuseppe… un chilometro oltre il ponte c’è la chiesetta del Sacro Cuore… converrai con me che due chilometri abbondanti son ben più di un miglio?»
«Okay, convengo!» sbuffò Giuseppe.
«Molto bene, scendiamo.»
Giuseppe scese dalla macchina e seguì Don Marco fino all’imbocco del ponte.
La nebbia, spostandosi a banchi, agiva sulla visibilità con un effetto che definirei a fisarmonica: la visibilità da poco meno di cinquanta, passava rapidamente a cento, duecento metri e viceversa.
Giuseppe lanciò lo sguardo tra le campate in ferro del ponte. “A occhio, direi che, nella migliore delle ipotesi, lo sguardo si perde nella nebbia dopo centocinquanta metri. Voglio proprio vedere come se la caverà Don Marco. Prepariamoci a farci quattro risate”, pensò, pregustando l’insuccesso dell’uomo di fede.
«Allora, Don Marco, qui, oltre ai fari della macchina che ha lasciato accesi, non si vede nessun’altra luce», disse Giuseppe, lanciando lo sguardo il più lontano possibile.
Per un attimo Don Marco parve in preda allo sconforto.
«Cosa c’è, il suo Dio è andato da qualche altra parte?»
La domanda ironica di Giuseppe ridestò il parroco dall’apatia. «Dio è qui, nel tuo cuore… senti come batte, quale altra meravigliosa prova oltre a questa ti serve per capire che lui è presente», iniziò a declamare un commosso Don Marco, appoggiando una mano sul petto di Giuseppe.
Giuseppe con un gesto stizzito scostò la mano dal suo petto. «E’ no, Don Marco! Si era detto niente trucchi! Non so che farmene delle sue belle e commosse parole! Voglio vedere un cuore illuminarsi là in fondo, o non se ne fa niente!» tagliò corto, indicando il ponte in ferro.
Don Marco non si perse d’animo. Conscio del potere che la parola bellamente e scenograficamente espressa può esercitare sulla mente di chi l’ascolta, assumendo postura e tono ieratico, declamò: «Non la vedi questa luce, che partendo dal tuo cuore trapassa il mio e corre veloce là… verso il ponte?!» Sgranando gli occhi indicò il manufatto in ferro. Rapidamente corse fino all’imbocco e, gettandosi in ginocchio a mani giunte proseguì, accentuando il tono profetico: «Inginocchiamoci e ringraziamo Dio, per averci dato un segno della sua presenza!»
Giuseppe non si mosse. “Questo è impazzito”, pensò, vedendo null’altro che nebbia.
Improvvisamente, lo stupore prese possesso del suo sguardo. «Là! In alto! E’ incredibile, la vede anche lei quella luce pulsare?!» proruppe, sgranando gli occhi e indicando un punto oltre il ponte.
Don Marco alzò lo sguardo. “Dio, ti ringrazio”, pensò. Poi si rivolse a Giuseppe: «E’ questo il segno che volevi?»
«Sì, è lui», confermò, continuando a fissare incantato il punto dove erano comparsi quei brevi lampi di luce.
L’inspiegabile fenomeno si dissolse in un tempo brevissimo: quattro o cinque lampi di luce intervallati da qualche secondo d’attesa. Poi Don Marco declamò una preghiera di ringraziamento, mentre Giuseppe continuava a lanciare lo sguardo incredulo oltre il ponte.
Salirono in macchina, e in religioso silenzio, chiusi entrambi in una profonda riflessione, tornarono in paese.
Don Marco arrestò la macchina davanti alla casa parrocchiale, spense il motore e, gettando lo sguardo oltre il parabrezza, si espresse con voce commossa: «Dio ha dato segno della sua presenza, ora tocca a te rispettare i patti: ti aspetto domenica a messa».
Giuseppe aprì la portiera e, prima di scendere, rispose: «L’ho promesso… ed io mantengo sempre quel che prometto!»
«Dio ti ha fornito la prova che desideravi. Ora sta a te, devi coltivare la tua fede e farla crescere rigogliosa», insistette Don Marco.
Stranamente, temendo che Giuseppe incrociando il suo sguardo leggesse l’inganno affiorare dagli occhi, il parroco dialogava continuando a fissare il muro oltre il parabrezza.
Per sua fortuna, Giuseppe non diede peso allo strano comportamento. «Don Marco, si risparmi l’omelia per la messa. Le ho detto che se Dio mi avesse dato un segno, forse… e sottolineo: forse, avrei creduto. Domenica verrò a messa. Per ora si accontenti di questo piccolo successo, poi si vedrà. Arrivederci, Don Marco!» concluse, scendendo dalla macchina.
«A domenica, Giuseppe», replicò il prete, sorridendo soddisfatto.

In ginocchio, davanti all’altare, guardando il crocefisso ligneo che lo sormontava, Don Marco si rivolse a Dio: «Perdonami, o Signore. Oggi ho dovuto mentire, ma l’ho fatto a fin di bene. Quando ho visto quei lampi di luce, ho creduto veramente a un prodigio: un segno Divino. Poi, riflettendo mentre tornavamo in macchina, ho compreso cos’era realmente accaduto. I banchi di nebbia, rincorrendosi spinti dal vento, scoprivano dei brevi sprazzi di sereno; e i raggi del Sole, infilandosi in quegli squarci d’azzurro, baluginando sul rame nuovo e lucente della cuspide del campanile appena restaurato, avevano provocato quei lampi. Sì, lo so, non essendo Giuseppe a conoscenza dei restauri, avrei avuto il dovere di avvertirlo che non si trattava di un miracolo; ma se lo avessi fatto, non avrei riportato all’ovile una pecorella smarrita. Sono sicuro che nella tua infinità bontà, perdonerai un piccolo peccato, commesso a fin di bene dal tuo umile servo».
Osservando con trasporto il volto ligneo del Cristo, gli parve di notare un sorriso furbetto palesarsi sulle sue labbra. «Uhm…» fece, grattandosi la fronte, «mi sa che in tutto questo, c’è comunque lo zampino Divino.»
Rifletté, giusto il tempo per avere l’illuminazione… Divina?
«Quando Giuseppe mi concesse solo un’ora di tempo, non sapevo che pesci pigliare. “Vuole vedere un cuore accendersi nella nebbia, come si fa?” pensai. Improvvisamente mi sovvenne l’idea, bislacca, di condurlo alla chiesetta del Sacro Cuore. Non che avessi un piano preciso. “Intanto mi prendo un po’ di tempo, strada facendo si vedrà… Dio vede e provvede”, pensavo, salendo in macchina.»
A quel punto, un largo e stupefatto sorriso attraversò il volto del parroco. «E tu, o mio Signore, hai provveduto alla grande. Prima suggerendomi l’idea, e di seguito spostando a voler tuo i banchi di nebbia. Ti ringrazio per il piccolo aiutino… a buon rendere, mio Signore», lo ringraziò felice.
In ginocchio, appoggiando i gomiti sulla panca e la fronte sulle mani intrecciate, pregò a lungo implorando il perdono del suo Dio per la piccola bugia, che forse non lo fu. «Chiedere perdono non fa comunque male. Se quello che hanno visto i nostri occhi è stato davvero un miracoloso evento, vorrà dire che sarò già belle perdonato la prossima volta che mi vedrò costretto ad usare l’inganno per convincere qualche tuo riottoso figlio a tornare nella casa del Padre», concluse contrito, guardando il Cristo di sottecchi: quasi avesse a vergognarsi dell’inusuale richiesta, oltre che d’aver dubitato della veridicità del miracoloso evento.
Poi, alzando lo sguardo, lo salutò facendosi il segno del Cristiano e se ne andò in sacrestia a prepararsi per la messa.

FINE




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