La mano sul cuscino

scritto da Anatomia Del Buio
Scritto 7 mesi fa • Pubblicato 7 mesi fa • Revisionato 7 mesi fa
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Autore del testo Anatomia Del Buio
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Questo racconto nasce dal dolore muto dell'infanzia: Arabella sogna un padre morto, che l'ascolta più dei vivi. È una storia sul lutto, l'abbandono e l'amore che torna… ma non per salvare, bensì per reclamare ciò che era suo.
- Nota dell'autore Anatomia Del Buio

Testo: La mano sul cuscino
di Anatomia Del Buio

Nella brughiera del Wiltshire, la nebbia non si sollevava mai del tutto. Si insinuava tra le travi delle case, si appendeva alle tende, si mescolava al respiro. E nella casa dei Withers, la nebbia era entrata due anni prima, insieme alla morte.

Thomas Withers, marito e padre devoto, era stato sepolto in una tomba senza ornamenti, in fondo al cimitero della parrocchia di St. Agnes. Una lapide semplice, scolorita dalla pioggia. Ma la sua assenza era tutto tranne che semplice: era un vuoto vivo, un’ombra presente, un dolore che non aveva mai trovato pace.

Sua figlia Arabella, che allora aveva nove anni, aveva pianto per settimane, fino a restare senza lacrime. E ora che ne aveva undici, il pianto si era fatto incubo.

Come ogni notte, Arabella sognò il cimitero. Il sogno era vivido come il gelo sulla pelle. Camminava scalza tra le tombe, il terreno zuppo d’acqua, i piedi sporchi di fango. La nebbia fitta le accarezzava le piccole gambe, sottile come garza. La luna era una falce d’osso che tagliava le nubi, e tutto era silenzio, tranne il suo respiro affannato.

Poi lo vide.

Suo padre.

Era in piedi davanti alla sua stessa lapide. Immobile. Il volto pallido come cera, il corpo immacolato, come se non fosse mai stato sepolto. Indossava il suo vecchio abito grigio da domenica, le mani lungo i fianchi. Ma ciò che sconvolgeva Arabella erano gli occhi.

Non avevano più il calore che ricordava. Erano due cavità profonde, e da esse colavano lacrime d'inchiostro. Lunghe, lente, silenziose. Il liquido nero e denso scendeva sulle guance, macchiava il colletto, gocciolava sulla pietra fredda.

«Arabella…» mormorò. La voce era come foglie secche trascinate dal vento.
«Papà…?» balbettò lei.
«Vieni da me. Non devi restare con loro. Non ti vogliono bene. Non ti vedono. Io sì. Vieni da me… ti proteggerò io...»

Le sue braccia si alzarono con lentezza, come a volerla stringere.
Arabella fece un passo. E un altro.
Ma quando toccò la pietra bagnata di sangue, si svegliò urlando.

«Mamma! Mamma!» gridò nel buio.

La casa era muta. Nessuno rispose.

Dall’altra parte del corridoio, la camera di Anna era immersa nell’ombra. Le candele si erano consumate. Anna dormiva profondamente, abbracciata a Edmund Blake, l'intruso, il nuovo uomo che aveva preso il posto di Thomas nel suo letto, nella sua vita, nel suo cuore.

Il suo respiro era tranquillo, le labbra lievemente increspate da un sorriso nel sonno. Non sentì la figlia gridare. O forse lo fece, ma scelse di non alzarsi.

Il giorno dopo, Arabella non parlò a nessuno. Mangiò poco, si vestì da sola e uscì nella brughiera. Camminò tra l’erba alta, senza meta, finché ai piedi di un vecchio salice vide una talpa morta. Minuscola, grigia, con il muso sporco di terra e gli occhi chiusi per sempre.

La raccolse con entrambe le mani. Il corpo era morbido, ma rigido dal freddo. Non provò ribrezzo. Solo uno strano senso di calma.

Quando rientrò in casa, salì piano le scale e si infilò nella camera dell’intruso. Tirò indietro le coperte e nascose il corpo dell’animaletto sotto il cuscino, vicino al bordo, dove potesse sentirlo con la testa.

Poi uscì. Non disse nulla.

La scoperta avvenne nel pomeriggio.

L’intruso lanciò un’esclamazione disgustata, sollevando la talpa con due dita. Anna lo vide, e in un istante fu davanti ad Arabella, con gli occhi fumanti di rabbia.

Lo schiaffo arrivò secco, e la colpì alla guancia.
«Che cosa diavolo ti è venuto in mente?» urlò.
Arabella restò immobile.
«Non ti permettere mai più di fare una cosa simile a tuo padre!»
«Lui non è mio padre!» urlò la bambina, gli occhi pieni di fuoco.
Il secondo schiaffo arrivò più forte del primo.
«Taci! Basta!»
Arabella pianse, ma le sue lacrime erano incandescenti di rabbia.
«Papà non mi avrebbe mai lasciata da sola quando avevo paura…»
Un terzo schiaffo. Più forte degli altri due.
«Basta! Nella mia casa, nel mio letto, decido io!»

Arabella scappò. Inciampò sulle scale, salì in camera e sbatté la porta. Si gettò sul letto, singhiozzando piano. Il cuore le batteva fortissimo, ma in mezzo al dolore, una certezza si faceva largo: suo padre l’aveva sentita.

Quella notte di novembre, il silenzio nella casa fu diverso. Non vuoto, ma in attesa.

Arabella restò sveglia, con le orecchie tese. A un certo punto, la sentì.
La voce.

«Arabella…piccola mia...»

Era un sussurro, ma la sua voce. Non quella del sogno. Quella vera.

«Sono qui… vieni… non piangere più…»

Qualcosa toccò la maniglia della sua porta. Si mosse appena.
Poi una lunga pausa.
Un’ombra si posò contro il legno. Una presenza.
E poi, il silenzio.

Il mattino dopo, Anna si svegliò, sudata e tremante. Allungò la mano. Il letto era freddo.

L’intruso era morto.
Disteso. Immobile.
Gli occhi sbarrati. La bocca aperta in un ultimo, silenzioso urlo. Nessuna ferita. Nessun segno. Solo una macchia nera sotto la testa, simile a inchiostro versato.

Il medico disse un infarto. Ma nessuno lo credette davvero.

Arabella osservò la scena da lontano. Non pianse. 

E quella notte, dormì con il cuore calmo.

Non perché l’intruso non ci fosse più.
Ma perché sapeva che suo padre era tornato.

Ogni notte, da allora, prima di chiudere gli occhi, sentiva la porta accarezzata da una mano gentile.

E ogni mattina, puntualmente, trovava sul cuscino l’impronta di una mano. Cinque dita, più grandi delle sue, impresse sulla stoffa.
Un po’ sporca. Fredda.
Ma inconfondibile.

Arabella non aveva paura.
Non più.

Sapeva che lui era stato lì.
Che, ovunque fosse adesso, suo padre non l’avrebbe mai lasciata sola.

Nemmeno nella morte.

La mano sul cuscino testo di Anatomia Del Buio
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