Lacrime d'inchiostro

scritto da Anatomia Del Buio
Scritto 7 mesi fa • Pubblicato 7 mesi fa • Revisionato 7 mesi fa
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Autore del testo Anatomia Del Buio
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Questa storia esplora il peso della colpa, il lutto negato e la vendetta dell'amore tradito. Volevo raccontare come l’assenza, se ignorata, può diventare presenza infestante, soprattutto agli occhi di chi resta e non viene ascoltato.
- Nota dell'autore Anatomia Del Buio

Testo: Lacrime d'inchiostro
di Anatomia Del Buio

Wiltshire, Inghilterra – 1856 

Il vento correva lungo le brughiere del Wiltshire come un lamento d’anima perduta. La vecchia casa dei Withers, annerita dal tempo e avvolta da nebbie persistenti, era ormai evitata da tutti. I paesani la indicavano con sussurri, dicendo che chi vi abitava era maledetto. E forse avevano ragione.

Da due anni, la vedova non ancora trentenne Anna Withers viveva lì con i suoi figli, ma non era più la stessa donna che aveva seppellito il marito sotto la pioggia, al cimitero di St. Agnes. La morte di Thomas Withers, suo sposo e padre devoto, l’aveva lasciata spezzata. Aveva lottato a lungo con la solitudine e il gelo delle lenzuola vuote. Ma con il tempo, un nuovo calore aveva preso forma nella sua vita. Si chiamava Edmund Blake: un uomo distinto, elegante, con gli occhi chiari e la voce calda e suadente di chi era abituato a conquistare fiducia. Un gentiluomo forestiero, un vedovo, come lei. Era entrato nella sua vita con passo discreto, ma saldo. Anna vi si era aggrappata come un naufrago a una scialuppa.

I suoi figli, però, non avevano mai accettato quell’intrusione. Arabella, undici anni, non dormiva più. Ogni notte si svegliava urlando, raccontando di incubi ricorrenti in cui il padre le appariva tra le tombe, con le mani gelide e gli occhi che piangevano lacrime d’inchiostro, chiamandola a sé. Nathaniel, nove anni, aveva reagito in modo diverso. Si era chiuso nel silenzio. Non parlava più, tranne quando, nella solitudine delle ore notturne, sussurrava sottovoce una filastrocca macabra, una ninnananna distorta che sembrava sgorgata da una mente troppo giovane per essere così consumata dal dolore. L’unica cosa che ancora diceva... era per maledire sua madre:

"Tre passi fa il morto dal buio venuto,
cerca la sposa col cuore caduto.
Quattro gli occhi che devono chiudersi,
due per l’uomo e due per chi illudesi.

Cinque le dita nel letto di gelo,
strappano l’anima, graffiano il cielo.
Sei sono i sogni che il sangue scolora,
ride la tomba e nessuno la ignora.

Sette i sospiri del figlio tradito,
otto le notti in cui l’ha sentito.
Nove i coltelli che il vento nasconde,
dieci i peccati che il morto confonde.

Torna papà, torna dal fosso,
porta con sé un abbraccio più grosso.
Non per amore, non per perdono…
ma per trascinarli nel buio, nel tuono."

Anna lo sentiva cantilenare ossessivamente nella penombra, seduto accanto alla finestra o rannicchiato davanti al camino spento. A volte, lo sentiva parlare con qualcuno — parole spezzate, nomi sussurrati, rivolti ad un’ombra che solo lui sembrava vedere. “Papà è qui”, sussurrava sorridendo. “Papà mi ascolta. Papà non ha dimenticato.”

Ma Anna non ascoltava. Non voleva ascoltare. Credeva che tutto ciò che serviva ai suoi bambini fosse una figura paterna, una presenza reale. “Li aiuterà, col tempo,” diceva a sé stessa, mentre si rifugiava nel calore del corpo di Edmund, nella sua carne viva, nel battito regolare del suo cuore, ancora capace di battere.

Ma quella notte di novembre, qualcosa cambiò.

Anna si destò di soprassalto, il cuore che le batteva nelle orecchie come un tamburo. La camera era immersa in un buio livido, appena squarciato dalla luce lunare che filtrava tra le tende pesanti. Sentiva un peso nell’aria, come se l’ossigeno fosse stato risucchiato via. Si voltò. Edmund dormiva profondamente, il volto sereno, il petto che si sollevava e si abbassava lento sotto le coperte. Anna gli accarezzò il fianco nudo, cercando conforto nella carne viva.

Poi lo udì.

Un lamento, profondo, cavernoso, straziante, che sembrava emergere dal ventre stesso della Terra. Le pareti tremarono, il pavimento scricchiolò come se stesse per cedere. La finestra si spalancò con uno schianto, ma l’aria che entrò non era vento: era gelo puro. Anna si alzò di scatto. E lì, ai piedi del letto, immobile, lo vide.

Thomas.

Indossava gli abiti con cui era stato seppellito. Era esattamente com’era in vita: bello, alto, il volto che le aveva giurato amore eterno. Ma i suoi occhi… erano vuoti. Non ciechi, ma come pozzi senza fondo, come se guardassero senza vedere.

Anna si coprì la bocca con le mani.

«Thomas… sei tu?»

Lui non rispose subito. Le sue labbra tremarono, e dalle sue orbite colarono lacrime nere come inchiostro rappreso.

«Mi hai dimenticato, Anna.»

La sua voce era un sussurro e un tuono insieme. Ogni parola vibrava nella stanza come un giuramento infranto.

«Due anni. Solo due anni. E hai già dato il mio posto a uno sconosciuto. Hai lasciato i nostri figli a soffrire da soli. Arabella ti chiama ogni notte nel sonno, e tu non la senti. Nathaniel.. lui mi vede. Io lo ascolto. Tu no. Non volevano un padre qualunque. Volevano me.»

Anna si gettò in ginocchio, le mani tese. «Ti prego... Thomas… io… io non ce la facevo più… avevo bisogno di sentirmi viva… non volevo restare sola...»

Il volto di Thomas si contorse in un urlo. Un urlo senza suono, ma così devastante, così pieno di dolore che le candele nella stanza si spensero tutte insieme. Le sue lacrime d’inchiostro caddero sul pavimento, bruciando il legno come acido. La stanza divenne fredda. Il respiro si cristallizzava nell’aria.

«Non hai mai pensato a nessun altro se non a te stessa. Per questo pagherai.»

Con un ultimo sguardo, svanì nel buio. Ma il suo urlo continuò ad echeggiare tra le pareti, anche dopo che la casa tacque.

Il mattino dopo, Anna si svegliò sudata e tremante. Il sole pallido filtrava dalle tende. Si voltò.

Edmund era morto.

Il suo corpo era freddo, immobile. Gli occhi sbarrati, la bocca spalancata in un urlo silenzioso. Non c’era sangue, non c’erano segni. Solo una macchia d’inchiostro nera, come lacrima secca, sul cuscino accanto al volto.

Arabella non pianse. Nathaniel lo guardò con occhi spenti e sussurrò:

«Papà l’ha portato via.»

Da quel giorno, ogni notte, Thomas tornò.

Non sempre parlava. A volte si limitava a osservare. Altre volte piangeva, o accarezzava la porta della stanza della sua adorata Arabella, che ancora continuava a sognarlo. Nathaniel smise di parlare del tutto, tranne quando mormorava la sua filastrocca maledetta, seduto immobile accanto alla finestra o ai piedi del letto. Recitava quei versi come un rituale, e a volte parlava nel buio, come se riuscisse a vedere il padre e fosse l’unico a non esserne impaurito. Anzi, era come se lo aspettasse.

«Papà è qui», continuava a ripetere. «Papà non ha finito.»

E ogni notte, alla stessa ora, si alzava, camminava scalzo fino alla porta della camera della madre e si fermava lì. Sussurrava la canzoncina, lentamente, con voce atona. Quando Anna apriva la porta, tremando, lui non era mai solo.

Dietro di lui, in fondo al corridoio, una figura la osservava.

Thomas.

Con gli occhi svuotati dalla morte e il volto rigato di lacrime d’inchiostro.

Anna invecchiò in pochi mesi. I capelli divennero bianchi, il volto scavato. Nessun altro uomo osò più varcare la soglia di casa Withers.

E ogni notte, il fantasma di Thomas tornava.
A ricordarle.
A piangere.
A maledire.

Perché l’amore dimenticato non muore.
Diventa spettro.
E non perdona mai.

Lacrime d'inchiostro testo di Anatomia Del Buio
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