Il cielo grigio tingeva gli animi di noia mentre gli alberi versavano le ultime lacrime piangendo il caldo estivo. Il vento, nel frattempo, infastidiva divertito quel tappeto di foglie diradato che giaceva a terra e l’orizzonte sfumava gli ultimi ricordi di chi, nostalgico, rimuginava sulle vacanze trascorse spensierate. Distante dall’autunno una stanza calda cullava dolcemente una giovane ragazza mentre la finestra chiusa spezzava ogni legame con quel mondo, gelido come la solitudine, che si celava oltre. Accanto a lei, sul letto, i peluche sembravano coccolarla e le tende nascondevano l’indifferenza di una città troppo impegnata per sorridere perfino a se stessa.
I suoi pensieri, a dispetto di quell’idillio in cui si era coricata, somigliavano a maldestri cavalieri incapaci di guidare i passi della propria dama e presto l’avrebbero fatta inciampare nei loro movimenti goffi. “L’adolescenza è il periodo più bello della vita”, le ripetevano da sempre, ma gli occhi azzurri, volgendo lo sguardo verso un arrido campo di sogni, mostravano il contrario. Quelle frase, pronunciata con la presunzione di chi possiede una verità assoluta, a lei pareva una misera menzogna: le faceva schifo e la noiosa versione di greco non aveva colpe.
Lo sguardo, intanto, tentava di fuggire da un nome di troppo che, scritto a candide lettere, le rubava silenzioso l’attenzione: “Stefano sei unico”. Seppur sorvolava quelle parole e più su altre la consolavano, “Je+Giu=AxS”, vicino c’era ancora lui a tormentarla: “Ste sei troppo bello!”.
La debole luce del televisore non riusciva a colmare il buio di quei momenti di solitudine, ma il cuscino, soffice e caldo, accoglieva nella sua morbidezza il piccolo capo ancora da bambina e scrigno di segreti forse troppo grandi.
Cercando qualcosa di lontano e sapendosi distanti dal proprio desiderio gli occhi si persero nel bianco della parete smarrendo anche l’ultimo bagliore di speranza. Ora, solleticandole a tratti il viso, una goccia cristallina scendeva lenta sciupando il poco trucco che si concedeva e, malgrado quel fastidioso fardello le solcasse la guancia, continuava a finger noncuranza; come se quella lacrima non fosse il gemito disperato del suo cuore. “Non devo pensarci, no!” si ripeteva senza sapere che i proverbi sono solo mascherati di saggezza e quindi volere non è sempre potere. Non riusciva ad arginare quel fiume di domande straripato da un banale temporale primaverile e continuava a pensare a quel nome scritto con lettere d’innocenza sul libro. Quel ragazzo, identico agli altri, negava ogni altro senso al mondo e sembrava determinato a primeggiare nei suoi pensieri per molto tempo ancora. Quel dolore, figlio di una matrigna chiamata felicità, non le concedeva pace. Sentiva freddo e incolpava gli abbracci tanto desiderati quanto lontani. Si chiedeva perché, fra tanti, proprio Stefano che non si accorgeva di lei. Forse era stata colpa di un sorriso di troppo, oppure, più probabilmente, era stata vittima di uno sguardo nell’intreccio di molti, ma la verità, il mondo, mai gliel’avrebbe svelata.
Le palpebre si stavano chiudendo sotto il peso di quella pagina, bosco di ricordi, mentre la lacrima terminava la sua corsa gelando il cuscino avvolto dalle sue braccia e i capelli biondi incorniciavano il suo dolce viso d’angelo. Il rumore della televisione, intanto, era divenuto ancora più sfuocato, ma i suoi pensieri, finalmente, incominciavano a seguire il ritmo di un animo nuovamente carico di speranza.
Qualche ora più tardi il sole era tramontato assieme alle sue domande, le luci dei lampioni di Parco Mussolini placavano i suoi pensieri lasciando spazio ai sogni che ora la rassicuravano e un vento leggero portava l’odore frizzante della pioggia. Il profumo della pizza calda le stuzzicava l’appetito ed un piccolo morso, seguito dalla mozzarella filante, incominciava a colmarlo mentre Giulia scoppiò a ridere. «Non è colpa mia!» Si scusò divertita Jessica.
"Però la pizza è proprio buona!" Rispose assaggiando appena il suo pezzo.
"Solo un po’ dispettosa, ma con questo freddo è perfetta." Confermò ridendo.
"A proposito di freddo: quest’inverno, ci rinchiudiamo di nuovo sotto le coperte, oppure andiamo a ballare ogni tanto?" Chiese fiduciosa.
"Scherzi? Ma mi ci vedi in discoteca in mezzo a tutti quegli scemi? Non fa per me, Giulia."
"E dai! Mi sembri sempre sovrappensiero ultimamente, se ti butti tutto alle spalle per una sera non muori mica!"
"Anche se volessi c’è sempre mio padre che non mi farebbe mai venire! Lo sai…" Replicò con un cenno di tristezza.
"Dai! Andiamoci sabato, gli dici che dormi a casa mia! Mia madre ti copre sicuramente."
"Non lo so! Domani ti faccio sapere, forse hai ragione: è un periodo che non riesco a smettere di pensare a Stefano." Confessò frettolosamente per paura che le parole le si spezzassero in gola.
"Chi?" Chiese quasi incredula. "Girani?"
"Già… " Rispose con la voce tagliata dalla timidezza.
"Sai che a dire il vero lo immaginavo?" Affermò sorridendo per il coraggio finalmente trovato dall’amica.
"Si vede così tanto?"
"Eh già! Poi per me che ti conosco da anni, ma scusa perché non glielo fai capire!?" Stuzzicò.
"Ma sei pazza? Ci ho messo secoli per dirlo a te che sei la mia migliore amica: non riuscirei mai a dirlo a lui."
"Allora, o domani riesci a parlarci, oppure sabato sera accompagni la tua migliore amica al Don Juan: non posso continuare a vederti in un mondo tutto tuo!"
"Un bel film a casa mia no eh?" Chiese pur sapendo che non ci sarebbe mai stata un’alternativa.
"Eh no! Chissà che poi in disco non rimorchiamo anche un figo come quello lì!"
"Dici quello in tiro anche quando corre?" Accusò.
"Sempre cattiva! Non ti piace?"
"Si, ma questi così non vanno oltre la prima sera e io non voglio essere la loro bambola gonfiabile!"
"Eh vabbè! Sempre così pessimista. Noi andiamo con Fede e qualche amica sua, ci divertiamo, ridiamo e torniamo a casa. Non dobbiamo mica andare con qualcuno per forza! Anzi!" Tentò, quasi rassegnata, di convincere l’amica.
"Sai che ti dico? Hai proprio ragione, un cambio di tendenza ci vuole: andiamo!"
"Guarda che se mi dai buca mi incazzo!" Concluse tentando d’intimorirla.
"Tranquilla!" Rispose sorridendo mentre assaporava il sapore amaro della menzogna che avrebbe raccontato ai genitori.
Il vento, ad un tratto, smise di spirare, quel ragazzo bloccò la sua corsa e le persone intorno parlarono silenziosamente. In un istante era rimasta sulla panchina, sola, impegnata a non dar peso al mondo e solo una piccola goccia, la prima, la fece tornare alla realtà più felice di prima. "Comincia a piovere!" Esclamò.
"Embbè! Non la conosci la canzone che fa “I’m Singing In The Rain”?" Rispose saltando giù dalla panchina per trascinare anche Jessica nella sua euforia. Le persone intanto fuggivano alla pioggia riparandosi sotto gli alberi, correndo verso le macchine e andando verso le case ancora deserte e arride di vita. Solo alcune, le stesse ancora in grado di godere di un temporale nella speranza dell’arcobaleno, trovarono il tempo per sorridere di quelle due ragazze che svanivano, incuranti dell’acqua, dietro il cancello del parco.
Il Fiore Sbocciato D'Autunno testo di Errante