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LE STORIE MINIME (Di un amico)
Ho passato una vita ad aggiustare cose. Amo ridare vita a tutto ciò che è rotto e non funziona.
Con il tempo, capisci che alcune cose non si possono aggiustare.
Ci puoi provare ma, alla fine, devi solo rinunciare e adeguarti a convivere con roba storta e mal funzionante per tutta la vita (Una vita da Scaleno, cantava qualcuno, o forse no).
Come le cose, ci sono anche situazioni che non puoi aggiustare.
Sprofondi nel baratro dell’imbarazzo o della vergogna e sai che, anche in questo caso, alla fine, devi essere solo in grado di dimenticare oppure solo cavalcare; le devi digerire e, per farti stare meglio, a volte, devi provare a raccontarle.
Raccontare situazioni, non cose.
Situazioni, momenti particolari, nascosti nelle piccole pieghe in un tovagliolo di ristorante dove vai per mangiare e ti ritrovi, dopo mesi, a provare gusto nell’inchiostrare.
Sono le storie minime, quelle che calpesti ogni giorno senza accorgertene; sono quelle celate dietro lo sguardo di un inserviente trasparente, o di un pulitore di cessi che non pensi non si possa permettere di amare, soffrire, sognare o pulsare per qualcosa.
Doha, uno dei tanti mega hotel nei quali vagavamo per far passare le serate, le troppe serate, il troppo cibo, le troppe bottiglie asciugate sapendo che, spesso, lo puoi fare solo di nascosto.
Vado in bagno: la vescica urla. Mi urla anche qualche altra cosa in testa, ma non le do ascolto.
Sa di lusso e sfarzo anche fare i bisogni, in quei bagni.
Verrebbe da riprendere la scena per postarla da qualche parte e dire: “Oh, mi si era intimidito anche il pisello! Diceva che non era degno. Tre ore per due gocce!”.
Finisco. Mi sento alleggerito, forse anche nei pensieri. Mi giro, dopo essermi lavato le mani, cerco fazzoletti o un asciugatore elettrico, non trovo nulla. Con mani gocciolanti, osservo rubinetti placcati in oro e comincio a cristare contro questo inutile lusso sfrenato e, per dispetto, ci mollo pure una potente scorreggia. Ma si, come a rilivellare il tutto a locanda da tre soldi.
Mi ritrovo dietro un piccolo schiavetto indiano in divisa che mi porge una salvietta profumata. Era lì per me, ad aspettare che io avessi finito. Si è beccato in pieno la mia scorreggia di protesta senza muovere un muscolo della faccia, e l’alcool mi ha fatto pensare in modo grottesco che, se lo avessi visto prima, mi sarei pure fatto lavare le mani da lui. Lui inserviente, io usufruente.
Idee pessime e poco eleganti.
Sorrido pensando alle risate che ci saremmo fatti al tavolo, se avessi raccontato questo pensiero.
Ma poi rinsavisco, mi asciugo le mani e lo ringrazio con un piccolo inchino.
Lui non esiste, io esisto ancora meno. La mia scorreggia ormai è andata e noi siamo solo momenti della giornata.
Altre storie minime, che non necessitano di essere aggiustate, tantomeno cavalcate.
Forse solo rigurgitate.
Torno al tavolo e trovo i colleghi attendermi per ordinare il dolce, occhi che già brillano per il fumo fumato, il vino digerito, e per il pensiero del prossimo locale, o donna, da spolpare.
- Vedi - dico al tipo davanti a me, conosciuto solamente quella sera e un suo mondo di esperienze ancora da scoprire. - È un lavoro totalizzante, sempre fuori, sempre a correre. A volte, non sai in che paese sei, né sai se e quando tornerai, ti porta via tutto, e…
- Sì, lo so - mi fa, interrompendomi. - Lo so. E, in questa vita da ingegneri espatriati, ti perdi pezzi di cose, pezzi di famiglia. Ritorni e trovi situaz…
- A me lo dici?! - gli faccio io, interrompendolo a mia volta, sapendo che inizia la gara a chi ce l’ha più grosso.
- Immagina che, per questo lavoro, mi sono perso uno dei momenti più importanti della mia vita. Eravamo partiti per una bella vacanza al mare io, mia moglie e mio figlio. Il tempo di scaricare le valigie e prendere posto in albergo e arriva la telefonata di quel coglione di Sibari: “Corri, rientra di corsa ché sono scoppiati casini in cantiere!”.
- E tu?
- Io? Mia moglie è una santa, oltre a piacerle molto i soldi che porto a casa, è anche comprensiva. Prende in braccio mio figlio e mi dice: “Vai, corri e cerca di tornare per stare almeno un paio di giorni con noi e riportarci a casa”.
Lei tiene mio figlio in braccio perché l’ho lasciato lì che ancora non camminava.
Lui accende una sigaretta e la nuvola di fumo che sale pare fermarsi all’altezza della sua testa e non andarsene più.
Si protende verso di me, si formano rughe sulla fronte e mi dice di andare avanti.
- Insomma, io parto con la rabbia dentro. Cerco di tornare il prima possibile ma arrivo solo l’ultimo giorno, quello in cui saremmo dovuti ritornare. Arrivo e mi trovo lei che, comunque, mi sorride e mio figlio che viene verso di me, instabile e traballante, ma viene verso di me. In quei dieci giorni di assenza, mi sono perso una parte importante della sua vita. Aveva cominciato a camminare. E io me lo sono perso, e sono cose che capitano una sola volta nella vita.
E tu? Tu hai figli? Puoi capire il momento? Di che parlo?
La nuvola era rimasta lì, ferma.
Le rughe sulla fronte erano raddoppiate.
Le lacrime non erano per alcool e fumo.
- Ho un figlio, sì. Ora ha dieci anni. Una storia simile alla tua, solo che a me è successo esattamente il contrario.
- Cioè? Fammi capire.
Tira una boccata di sigaretta e alza la mano a salutare. Era qui con la famiglia, forse me lo aveva anche detto, ma era, comunque, una storia minima a cui avevo dato poca importanza.
Mi giro e vedo che lei spinge la carrozzella con sopra un ragazzino piegato e avvizzito che, comunque, mi sorride.
- Ero lontano per lavoro e ho perso il momento dell'incidente, in cui lui ha smesso di camminare.
Ecco. Ci sono anche situazioni che non puoi aggiustare. Sprofondi nel baratro dell’imbarazzo o della vergogna, e sai che, anche in questo caso, alla fine, devi essere solo in grado di dimenticare oppure solo cavalcare; le devi digerire e, per farti stare meglio, a volte, devi solo raccontarle. O rigurgitarle.
Grazie per la comprensione.
Scritto per un amico.
Saluti