Non potevo non dirglielo. Non potevo fingere che ciò che avevo visto su quell'astuccio di plastica, imbevuto
della mia pipì, non esistesse. Ero incinta. Ero sola ed incinta. Io non lo amavo più Flavio. L'unica cosa che avrei
voluto in quel momento sarebbe stata correre da te, dirti tutto, dirti che T'Amavo e diventare tua, con
o senza il mio bambino.
10 mesi prima.
Era un mattino gelido d'inverno, uno di quelli in cui sei a letto, sotto il tuo caldo, soffice e pesante piumone.
Una di quelle mattine in cui non vorresti mai svegliarti. Era un mattino gelido d'inverno, ma quando mi
affacciai alla finestra mi resi conto che c'era un sole splendente. Era un mattno d'inverno estivo, insomma.
Non sapevo che quella mattina mi avrebbe cambiato la vita. Feci una lotta con il gelo che aveva riempito il bagno,
prima di spogliarmi per gettarmi sotto la doccia. Mi asciugai, mi vestii, mi truccai. Due spruzzi di profumo e scesi,
ovviamente correndo, le scale. Comprai, alla solita edicola, il biglietto per l'autobus che, come tutte le mattine,
aspettai per dieci minuti. Arrivai per tempo alla metropolitana; due fermate e alla terza scesi. Arrivai finalmente
all'università. Presi il mio solito "caffè macchiato, doppio zucchero" e come tutte le mattine mi scottai il pollice e
l'indice a causa del bicchierino di plastica bollente. Mi diressi verso l'ascensore, pigiai il pulsante per chiamarla
e mentre l'aspettavo squillò il cellulare.
"Pronto"
"Ciao Misia, sono Sara."
Sara, la mia migliore amica d'un tempo. Era la mia persona. Era me. Poi, a causa di Flavio, litigammo brutalmente
e da lì i rapporti cambiarono, fino a non essere più rapporti.
Ora, dopo 3 anni, mi richiamava. Ero contenta di sentire la sua voce, ma un po' spaventata dal suo tono.
"Ciao Sara, come stai? E'...è... sono passati tre anni..."
"Misia, non voglio ... non so come dirtelo, ma ho creduto che dovessi saperlo e che solo io potessi dirtelo.
Davide ha avuto un incidente. Ha riportato un trauma cranico. E' in coma."
Mi raggelai. Quell'informazione arrivò al mio cervello comandadogli di coprirmi il cuore di filo spinato. La gola mi si
strinse in una morsa. Il caffè mi cadde di mano, finendo sui miei stivali. Una lacrima decisa e tagliente mi attraversò
il viso.
"Dov'è?"
"E' stato portato all'ospedale stanotte, d'urgenza."
"Grazie per avermi chiamata. Ora scusami."
Non le diedi nemmeno il tempo di salutarmi. Riagganciai. Mi guardai intorno per appurare che mi trovassi ancora nello
stesso posto di due minuti prima, perchè non mi sembrava così. Il sole c'era, ma non potevo vederlo. Avevo la vista
annebbiata dalle lacrime, il cuore che stava per implodere. Correvo senza rendermene conto. Volevo solo fare presto
per potergli dire qualcosa prima che fosse tardi. L'ospedale è sul marciapiede opposto a quello dell'università, per
fortuna. In cinque minuti mi ritrovai, come una forsennata, singhiozzando e tremando, dinanzi all'impiegato
dell'accettazione:
"Salve, ho biso...ho bisogno di sapere dove si trova Davide Cangiano. Lo hanno portato qui d'urgenza.
Ce lo hanno portato stanotte...lui...è in coma... La prego, mi dica dov'è... io....io...."
Mi mancò il respiro. Stavo per svenire. Un signore, che nel frattempo era arrivato per chiedere un'informazione e che si
trovava dietro di me, mi sorresse, impedendomi di finire per terra.
L'impiegato mi diede un bicchier d'acqua. Era un signore gentile, sulla cinquantina. Portava i capelli corti, brizzolati
ed aveva un gran paio di occhi azzurri. Azzurri e limpidi. Quando, dopo pochi minuti, mi fui ripresa, mi disse che Davide
si trovava in terapia intensiva e chiese al signore che mi aveva sostenuta, di accompagnarmi lì.
Salutai questo gentile signore all'entrata della terapia intensiva. Aspettai qualche secondo prima di aprire la porta.
Avevo paura, una maledetta paura. Temevo me stessa e temevo quello che mi sarebbe potuto accadere vedendolo lì, sofferente
ed immobile. Ripensai all'ultima volta che ci eravamo incontrati; fu al centro commerciale. Stavo cercando una maglietta
per Flavio, per il suo compleanno, quando Davide mi chiamò sventolando allegramente la mano per salutarmi. Sentii
un brivido
e senza che me accorgessi sorrisi, anche con gli occhi. Mi chiese come stavo ed io risposi con un distaccato "Bene". Non
ci credette nemmeno un po'. Un bacio frettoloso, uno sguardo che avrei voluto durasse il tempo della mia intera vita e poi
... presi una maglietta qualsiasi per Flavio e andai a pagarla. Fui in uno stato confusionale per almeno dieci minuti.
Diedi alla cassiera 5Euro, al posto di 20, inciampai nel carrello di una signora e calpestai la coda di un povero, minuscolo,
cane. Questa piccola finestra sul passato si richiuse in pochi minuti. Nei pochi minuti in cui mi abbandonavo alla mia
paura di aprire quella porta e durante i quali restai lì, interdetta. La porta ci pensò da sola ad aprirsi; un'ifermiera
la spinse frettolosamente e passando mi urtò senza nemmeno vedermi. La porta si richiuse subito, ma non abbastanza presto
da impedirmi di notare sua madre, seduta, pallida e in lacrime. Trovai il coraggio di spingere quella dannata porta, di
attraversare la soglia e lasciare che si richiudesse dietro di me. Ero nel reparto di terapia intensiva. Una ventina di
metri davanti a me, avevo sua madre che mi aveva vista e mi guardava muovermi lentamente con fare insicuro.
Un piede davanti all'altro. Un passo alla volta. Un respiro, una lacrima, una fitta allo stomaco. Sguardo basso sui miei
stivali macchiati di caffè. Mi ritrovai così davanti a quella donna. Mi ritrovai davanti ad una madre straziata, spaccata
in due dal dolore. Mi ritrovai davanti ad una donna sfinita da una sofferenza proporzionale all'amore che aveva per quel figlio.
Incontrai i suoi occhi: erano vuoti. Erano gonfi, bagnati e vuoti. Erano occhi di una madre che aveva solo la speranza
a farle compagnia. Una speranza alla quale nemmeno credeva.
Volevo dire qualcosa; aprii la bocca per farlo ma non fuoriuscì alcun suono, solo un gemito accompagnato da un convulso
battito di ciglia.
Lei mi prese la mano, stringendola e balbettando, mi disse:
"Un'auto non si è fermata allo stop.... Lui... Davide, mio figlio, è stato preso in pieno."
"Ma il casco... perchè? Perchè non aveva il casco?" dissi singhiozzando.
Fece un cenno di assenso e mi abbracciò stringendomi forte. Ricambiai il suo abbraccio cingendole forte il torace. Lei era
sua madre. Io chi ero? La sua ex ragazza, il suo ex amore... Ero qualcuna che poteva vivere senza di lui i suoi giorni,
perchè quanto mi bastava era sapere che stesse bene.
"Come sta, cosa dicono i medici?"
"Male... lui sta.... Oddio! Misia, lui potrebbe morire in qualunque istante. Il suo cervello è pieno di sangue e non
possono operarlo perchè ha altre lesioni molto gravi che non gli permetterebbero di sopravvivere all'intervento."
Mi piegai involontariamente su me stessa, lasciandomi andare in un respiro ansimante. Mi girò la testa.
Continuò dicendomi :"Dobbiamo... dobbiamo solo pregare che superi i prossimi tre giorni... dobbiamo pregare che se supererà
questi tre giorni sopravviva all'intervento...e...e..."
Si fermò, pianse e alzo lo sguardo, fissando i miei occhi in cui, forse, cercava la speranza che non aveva più
la forza di tenere con sè.
"e poi... per cos'altro vuole che preghi?" le chiesi.
"voglio che preghi con me affinchè lui, se supererà l'intervento, non riporti danni cerebrali irreversibili."
I miei occhi si sgranarono. Avrei voluto un posto in cui chiudermi per piangere tutte le mie lacrime.
"Signora, posso... posso vederlo?"
"Fagli sentire che ci sei.... Davide ha bisogno di te. Ne ho bisogno anche io."
Posai lì la borsa e mi allontanai lasciando piano la mano di quella donna fragile, così tanto fragile,
da darmi l'impressione che potesse sgretolarsi in mille pezzi da un istante all'altro.
Entrai nella pre-sala, dove un'infermiera mi procurò un camice ed una mascherina sterili per entrare da lui.
Un sospiro. Mi asciugai le lacrime, come se lui potesse vederle. Entrai.
Mi bloccai, avrei voluto urlare ma, come se lui potesse sentirmi, non emisi alcun suono. Mi avvicinai piano al letto,
a quel groviglio di tubi e garze che era Davide. A malapena riuscivo a vedere le sue ciglia lunghe. Potevo toccare
solo le sue mani, le sue bellissime mani grandi che un milione di volte mi avevano sfiorata, accarezzata ed asciugato
le lacrime. Erano piene di graffi ma non potetti non stringerle. Mi sedetti su un bassa e sterile sedia che era accanto
al letto, continuando a tenergli la mano. Aspettai qualche secondo, per darmi il tempo di ricacciare indietro le lacrime,
poi senza esitare, esordii così:
" Il casco. Dove cazzo avevi il casco?! Lo so che ,se potessi parlare, ora mi diresti
'sei la solita lagna!E dai, smettila', ma lo vedi cos'hai combinato? Mi hai riconosciuta, vero? Sono Misia, lo so che
lo sai... Sono io, 'piccola'. Oddio... non ci riesco ad arrabbiarmi con te. Io credo fermamente, o almeno voglio credere,
che tu mi senta bene, che mi ascolti. Perchè ho intenzione di parlare tanto per convincerti a vivere. Ho bisogno che
mi ascolti. Ho bisogno che tu viva per me, Davi. Sono tre anni che non stiamo più assieme ed io ora sto con Flavio.
E si, tutto sommato io e lui siamo felici. Ma io non posso essere felice in un mondo in cui tu non ci sei più. Non morire.
Sono passati tre anni. Ho un'altra vita. Ma ti sento ancora nell'aria e tutte le mattine esco augurandomi di incontrarti.
Voglio potermi perdere, anche solo ogni tanto, nei tuoi occhi nocciola. Non morire. Vivi per me... vivi affinchè io possa
odiarti per il male che mi hai fatto. Non... non morire. Ho parlato con tua madre prima. E' distrutta... Vivi per lei.
Vivi perchè io ti amo ancora. Non morire, non portarti il mio amore in paradiso, o chissà dove, con te. Non lasciar morire una parte di me.
Vivi con me, e non lasciarmi morire. Io... Io verrò qui sempre, tutti i giorni. A parlarti, o a non dirti nulla stringendoti
solo la mano. Voglio starti accanto... ma tu, cazzo, non morire!".
Dovetti fermarmi perchè le emozioni avevano preso il sopravvento sulla mia finta maschera di pietra e la voce mi era
diventata stridente. Lo osservai per due ore stando in silenzio. Guardavo i suoi battiti sul monitor, poi mi accasciavo
con la fronte sulla sua mano, che baciavo continuamente. Erano le 13:00 all'incirca, quando entrò sua madre.
"Come stai, Misia?"
" Sto."
"Vai a mangiare qualcosa, sei da stamattina qui, hai un'aria pessima."
"Resta lei q..." Non mi diede neppure il tempo di finire la frase.
"Si, si, resto io, cara. Vai pure."
Sussurai nell'orecchio di Davide, mentre gli lasciavo la mano :"Io vado via per un po', torno presto però. E' meglio
per te che al mio ritorno tu sia ancora vivo, altrimenti ...."
Uscii dalla sala e mi sedetti sulle sedie nei corridoi immediatamente fuori la terapia intensiva. Non volevo allontanarmi
troppo. Volevo essere lì nel caso... Oddio. Nel caso morisse.
Amabile disamore - Capitolo 1 testo di Nurìa