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I gabbiani
non chiedono il permesso di volare.
Urlano, rubano, cadono, e poi risalgono.
Sprazzi d'azzurro di-versi da colorare.
Stanno al di là dei limiti
dove finisce il cemento
e comincia il mare,
con sussurrare di piccole onde.
Non hanno casa,
hanno vento.
Non hanno orari,
hanno marea.
Li vedi sopra i tetti di Milano
anche se il mare è lontano.
Perché i gabbiani seguono il rumore della vita,
non la cartina.
Bruciano di fame a mezzogiorno,
bruciano di freddo a gennaio,
eppure ridono.
Quel verso stridulo
è una risata che non si scusa.
Cadono nell’acqua,
si bagnano fino all’osso,
poi scuotono le ali
e tornano a guardare tutto dall’alto.
Non costruiscono.
Distruggono briciole.
Non promettono.
Restano finché c’è vento.
E quando il vento manca
scelgono di lottarci contro,
finché diventa portanza.
Mi ricordano noi
nei giorni in cui bruciamo
ma non affondiamo.
Nei giorni in cui non abbiamo risposte,
ma abbiamo ali.