Se è nel buio che i nostri occhi fuggono, se solo allora le nostre palpebre divengono umide atmosfere, se é nel freddo che i nostri fiati si trasformano in numi, allora adesso ascoltatemi voi, mie muse, io attendo il vostro consiglio.
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Guardate là, insieme a me, dove certe leziose ombre prendono quella foggia strana, mentre sembrano ammaestrarsi vagamente attorno a pigre forme e a tutti i familiari oggetti d'ognigiorno.
Nessun bagliore osa dichiarare potestà su questo rimestio di vita e solo un selciato offre insperato un appiglio per la tranquillità degli occhi. Non c'è pietà altrimenti.
Correte svelte sui mie passi, perché ovunque è un luogo inamicale.
Osservate come lenti i frammenti di ghiaia diventano ventri per la nascita di grandi spazi e giacciono come ponti tra le ombre e un vago albeggiare del senso.
Vedete questo luogo tutt'attorno? Non sembra anche a voi una sorta di rimessa spirituale? Sinistra somma di anni e indizi sepolti in sguardi stranieri, modellata dalle dita di ogni creatura a vivere.
Stringetevi, fuggiamo al riparo dei fantasmi, qui si sente solo odore di niente.
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Sentite! Ascoltate venire da quaggiù grida lontane. Esse prendono in prestito i toni di un fanciullo e, come onde luminose, si frangono contro l'apatico.
Lo sentite? Sentite il formicolio delle vostre dita che già tremano? Sono le sue preghiere. Foggiate attorno all'oscuro scoglio il familiare, il noto, vi prego!
Toccatelo in ogni parte, perché egli ha bisogno di mura, fategliene dono, vi prego!
Contenetelo, crescetelo, proteggetelo, perché in questo luogo nulla gli apparterrà.
Costruiamo insieme un'alta torre che sfondi il vuoto celestiale.
Contorniamola di finestre cieche, che non possano offrire nessun indizio del loro protetto.
Un'alta torre in terra battuta al secco delle stelle, che abbia al centro di ogni stanza il tavolo da lavoro del padre.
Rifugio a quattro zampe che attenda il figlio.
Riconoscete la disattenzione su cui troppa polvere ormai s'è ammassata? Ricordate voi il colore dell'argilla al posto mio? Vi prego. Qui ormai, nulla mi appartiene.
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Altre risa di fanciullo spingono in avanti la marea di un mattino che si sta adagiando sul visibile, sì che la luce di un'alba vecchia riesce ad insinuarsi fin tra le gambe del tavolo. Trema il buio.
Ecco il bimbo che correndo da lontano si avvicina alla dimora. Calpestando lo sterrato e lo sterpo, graffia il gelo d'ogni stagione.
Ma giunge anche lui dalla fuga guardate! Tutti i tuoni delle belve lo vogliono.
Come fate a non capirlo? Come fate a non vederlo? Egli è qui.
Aprite!
Custodite il suo segreto mie compagne. Come feci anche io. Quando ancora credevo che qualcosa attendesse, quando l'alba era più di un colpo di fulmine che un attimo esiste, solo per portare via con sé ogni Aurora.
Egli ride ancora.
Che si chiuda ogni porta quindi. Che si lasci fuori il resto.
Appoggiate i palmi insieme a me, riposate, raccogliamo insieme tutto questo residuo, raduniamolo tutto in un mucchietto. Non trovate anche voi che nessun'altra tranquillità rimase tanto attesa?
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Eppure piove.
Piove sulla giovane idea e sul trascorso. Piove sul tiepido muschio e sulla roccia stanca. Scrivono i pianti le loro memorie e niente rimane più delle parole. Che un tempo lessi ma che da tempo nessuno è più solito udire.
Piove sui soli e sulle mani degli assetati. Piove sul tempo che trascorre, mentre brucia sia da destra che da sinistra, troppo veloce per rimanere.
Eppure piove.
Mentre giungono stormi lontani, bagnati, pesanti. Mesti maestri del volo planano su falci nere e tranciano le lacrime degli astri. Si schiantano al riparo della torre alta cercando riparo tra gli anfratti. Non sanno che il custodito attende solo e in ascolto delle promesse.
Ancora piove, a vostra volta ascoltate.
Scroscio pesante di ogni cielo si riversa su di noi. E d'acqua vorrei essere fatto per non esistere solo se contenuto. Mobile, vivo, sereno ausilio.
Dove siete fuggite mie muse?
Piove, lo sento ancora. Solo.
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Ti vedo ora, giovane familiare, nascosto sotto il tavolo, e non farti acqua. Non aver paura. Apri i pugni perché io veda. Lo ricordo, il giovane pulcino che al tiepido proteggi. Ricordo anche io come pigolava piano.
Tic tac tic tac tic tac.
Guarda tra le piume come il cuore ammaestrato ticchetta in 4 piccoli ingranaggi. Semivivo, fu costruito da un sapiente artigiano che la vita cercando di replicare, ha in realtà tristemente falsato.
Scatta per respirare, anche io come te lo volli aiutare.
Tic tac tic tac tic tac.
Guarda che belle le ali, plastiche, umane.
Osserva come si piegano al limite della resistenza. Sorpassa la forza d'Eolo, e piegale ancora di più come anche io feci. Senti le piccole giunture rompersi, gli stecchi dislocarsi, i tendini cedere.
Osservai quella finta vita estinguersi, come te anche io non seppi cosa significasse davvero.
Tic tac tic tac. Tac.
Solo silenzio. Tetra immobilità tra quattro assi di legno. Senti l'odore dell'argilla, l'odore del piovuto, l'odore della partenza. E tutti ricordano la stessa cosa. No? Chiudi gli occhi insieme a me o giovane, non temere oltre, taglia ogni cosa, perché in questo luogo nulla ti apparterrà.
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Preghiera alle Muse e al giovane testo di Pip.