Juliette capitolo 25

scritto da Nigthafter
Scritto Ieri • Pubblicato 8 ore fa • Revisionato 8 ore fa
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Qualcuno non aveva ancora capito, altri sorridevano ammiccanti, quasi divertiti dalla scena. Io ero tra quelli che avevano compreso le intenzioni di René, e non avevo nulla di cui sorridere.
- Nota dell'autore Nigthafter

Testo: Juliette capitolo 25
di Nigthafter


Juliette capitolo 25

I compagni si guardavano tra loro.
Qualcuno non aveva ancora capito, altri sorridevano ammiccanti, quasi divertiti dalla scena.
Io ero tra quelli che avevano compreso le intenzioni di René, e non avevo nulla di cui sorridere.
Avevo le narici colme del lezzo di carne bruciata e di benzina.
Il voltastomaco saliva a ondate.
- Prendete un telo dal camion e avvolgete quello che resta di questa carogna. - ordinò secco. - Ce lo portiamo con noi.
Juliette era a terra, raccolta su se stessa.
Pallida, come se il sangue le fosse scappato tutto dal corpo.
Lo scialle nero le copriva le spalle e la testa, stringendola come un sudario. Non piangeva più. Le restava solo il respiro corto, ansante, e gli occhi ridotti a due fessure gonfie e rosse.
René la sollevò di peso, come fosse un sacco di bambagia.
La tenne un attimo sospesa, poi la posò in piedi.
Strattonò la donna conducendola verso la Mercedes del colonnello.
Lei comprese ciò che l'attendeva e gli tempestò il petto di pugni.
Ma nulla valeva quella resistenza, René gli rifilò un pugno violento alla mascella, era tramortita.
Non cadde al suolo perché lui la sorreggeva.
L’aveva colpita in pieno sulla bocca e sul naso.
Il sangue le scorreva sul mento, le inzuppava la sciarpa, le colava tra le dita quando tentò di portarsi una mano al volto.
- Avanti. Muoviti. La voce di Brume era bassa, quasi calma.
Gli urlai dietro, più forte di quanto avessi voluto:- Brume!
Non si voltò. - Non adesso, Tempête.
Feci un passo. - Che cazzo stai facendo?
Allora si fermò. Si girò soltanto a metà, abbastanza da farmi vedere un occhio solo.
- Non farmi ripetere.
La donna ansimava, il sangue le gocciolava ai piedi.
Nessuno degli altri si mosse.
- Basta - dissi, e la voce mi uscì più rotta di quanto sperassi.
Brume mi guardò di traverso, un mezzo sorriso quasi di scherno.
- Aspetta il tuo turno a parlare Tempête.
Mi guardai intorno. Cercai negli occhi dei compagni qualcosa: un cenno, un’ombra di rifiuto, anche solo un’esitazione.
Tutti abbassarono lo sguardo. Uno si grattò la barba, un altro spostò il peso da un piede all’altro. Nessuno alzò disse una parola.
Lo temevano più di quanto disapprovassero quello che stava per fare.
Restai fermo, le mani vuote, la gola stretta. Ero solo
Non potevo fare nulla.
Le gambe mi portarono via da sole.
Stavo male, la nausea mi saliva in gola insieme a un freddo improvviso.
Mi lasciai cadere su una roccia a pochi metri.
Avevo bisogno di aria, di spazio, di qualsiasi cosa che non fosse quello che stava succedendo dietro di me.
Cercai la sigaretta a tastoni. La mano tremava così forte che ci vollero tre fiammate prima di riuscire ad accenderla.
Il fumo caldo non bastò a coprire gli altri odori.
Ero entrato nella Resistenza per sparare ai tedeschi, per cacciarli dalla nostra terra. Non per questo.
Non per guardare mentre i nostri facevano alle donne quello che facevano loro.
La cosa andò avanti per più di due ore, uno alla volta la violentarono tutti.
Mi premetti le mani contro le orecchie con tutta la forza che avevo.
I lamenti filtravano lo stesso. Le invocazioni di lei. Le risa. Le porcherie che quegli uomini riuscivano a dire.

Poi scese il silenzio.
La cosa era finita. Restavo seduto sulla roccia, lo sguardo fisso sulla campagna davanti a me.
Il fumo della sesta sigaretta mi bruciava la gola.
- È il tuo turno, Tempête.
La voce di Brume arrivò calma alle mie spalle.
- Lasciami in pace.
- Non fare l’idiota. Alzati. L’abbiamo fatto tutti. Tocca anche a te.
Il tono era diventato ruvido e impaziente.
- Vaffanculo, Brume.
Mi voltai e lo guardai dritto negli occhi.
Lui scandì le parole, lento:– Se dico tutti, deve essere tutti. Nessuno si chiama fuori.
– Mi fai schifo. Sto per sputarti in faccia. Vattene.
Si guardò intorno, controllando che nessuno avesse sentito.
Poi estrasse la Luger P08 che aveva preso al colonnello tedesco e me la puntò in fronte.
- Alzati, Tempête.
- Puoi spararmi qui, davanti a tutti. A te piace ammazzare. Ne sei capace. Se devi farlo, fallo adesso. Perché se mi lasci vivo, un giorno sarò io a farlo a te.
Il suo sguardo si riempì di una rabbia gelida e ostile.

Continuava a puntarmi la Luger in fronte con la destra.
Con la sinistra afferrò le manopole del toggle e le tirò indietro.
Un clack metallico, secco, definitivo. Poi il silenzio. Ci fissammo.
Ero svuotato. Stavo per morire. La vita e la morte erano separate da un velo.
A volte bastava un sì o un no per varcare quella separazione.
Una brezza autunnale faceva cadere le ultime foglie dai rami spogli.
L’adrenalina bruciava nello stomaco, ma non abbassai lo sguardo.
Lo sfidavo a premere il grilletto.
Nei suoi occhi passarono la rabbia e l’orgoglio ferito dal mio diniego.
Una bestemmia a quel Dio che sentiva di essere.
Il silenzio tra noi dilatò il tempo, come arrestato nelle fissità dei nostri sguardi.
Poi distolse gli occhi e abbassò lentamente la pistola.
Ero ancora vivo. Tirai un respiro troppo lungo e mi prese la tosse.
- Sei un codardo. Una checca - disse a voce bassa. - Muoviti. Dobbiamo andarcene.
Si voltò verso il gruppo.
Avevo vinto.
E lui non me lo avrebbe mai perdonato.

Ma il disgusto non era ancora finito.
Trassero Juliette dalla Mercedes.
Era uno straccio. Sporca di sangue e di altro.
Una bambola spezzata, violata, quasi senza vita.
Brume non era ancora soddisfatto.
- Legate questa puttana al cadavere del suo amante. Avvolgeteli stretti nel telo. Ce li portiamo al villaggio.
Obbedirono senza una parola. Come automi.
Mentre la legavano, Juliette mormorò qualcosa, così debole che quasi non si sentì:
- Siate maledetti… voi e i vostri figli. Morirete tutti.
Nessuno le badò.
Quel fardello, un morto e una moribonda, fu caricato sul camion insieme agli altri corpi. Pensai, ingenuamente, che volesse solo mostrarli come trofei.
Mi sbagliavo.

Quando giungemmo in prossimità del villaggio, Brume fece arrestare il camion su uno dei sentieri che scendevano alla spiaggia.
Scendemmo. Ci radunò con un gesto secco.
- Dei particolari di oggi cucitevi la bocca. Il primo che apre bocca se la vede con me.
Il tono non ammetteva replica. Nessuno fiato.
Poi ordinò a Paul Gaillard, nome di battaglia Écume, di portare a riva la scialuppa del suo peschereccio.
- Gaillard… - mormorò Marcel. - Quel nome mi dice qualcosa.
Morvan tirò una boccata dalla sigaretta senza filtro e sputò verso il camino i pezzetti di tabacco rimastigli sulle labbra.
Sembrava invecchiato di dieci anni in pochi minuti.
- Era il padre di Émile. Quello annegato in mare e sepolto tre settimane fa. Qualche anno dopo la guerra è precipitato dalle falaises. Qualcuno dice che si sia buttato.
Fece una pausa lunga.
- Io me ne andai senza salutare nessuno. Solo dopo seppi cosa avevano fatto. Avevano riempito una rete di sassi, l’avevano legata al fagotto con Juliette e al cadavere del colonnello. Li avevano portati al largo, dove il mare è profondo, e li avevano gettati.
Brume aveva riso: - Ora sì che staranno insieme per sempre..
Marcel lo fissò. - Cristo… Juliette era ancora viva?
Morvan abbassò la voce a un bisbiglio.
- Temo di sì, monsieur. La guerra trasforma gli uomini in bestie.
Scosse la testa in una desolata costernazione.
- Dopo quello lasciai il gruppo. Andai a Parigi, mi unii alla Resistenza. De Gaulle aveva organizzato l’insurrezione. Combattemmo strada per strada e cacciammo i tedeschi.
- Non riuscivi più a stare con loro?
- Ero giovane. Idealista. Certi gesti appartenevano ai nazisti, non a noi. Quello che avevamo fatto era degno di loro. Loro erano abituati alla carne bruciata. Poi sapemmo in seguito dei lager. Io non volevo diventare come loro.
Marcel fissava il fuoco scoppiettante del camino, non parlò subito.
- E per tutti questi anni avete taciuto?
Morvan scrollò le spalle, stanco.
- Qualcuno ne parlò, ma restò un segreto del villaggio. Nessuno voleva che si sapesse. Sarebbe stata una macchia per tutti: per le famiglie, per la Resistenza, per l’intero paese. E in quegli anni, per cose del genere, c’era la galera. Io non me la sentivo di rovinare altre vite.
Per la follia di un solo uomo.

Marcel si alzò lentamente dalla sedia di legno scricchiolante.
Le gambe gli erano intorpidite dal freddo e dal peso di ciò che aveva appena ascoltato.
Il fuoco nel camino crepitava ancora, ma la sua luce sembrava più debole, come se anche le fiamme conoscessero la storia e se ne fossero affaticate.
Maël Morvan non si mosse.
Restò seduto, la cicca spenta tra le dita nodose, lo sguardo fisso sulle braci.
Solo quando Marcel si avvicinò alla porta il vecchio alzò la testa.
- Non tornare di notte - disse con voce rauca, quasi un avvertimento più che un consiglio. - - E non fermarti ad ascoltare, se senti qualcosa. Il vento qui porta voci che non dovrebbero essere ascoltate.
Marcel annuì in silenzio. Non trovò parole.
Afferrò solo il giaccone e lo indossò, lo sentì impregnato dall’odore acre del fumo di camino e del tabacco fumato che aleggiava in ogni angolo della casa.
La porta si aprì con un gemito.
Fuori era tardo pomeriggio, la luce già sfumava creando ombre livide tra le case.
La pioggia cadeva fitta, obliqua, spinta dal vento salmastro che veniva dal mare.
Le raffiche fischiavano tra abitazioni basse e strette vie; l’aria era densa, umida, e ogni goccia sembrava più fredda della precedente.
Marcel abbassò il cappuccio del field jacket e si avviò lungo il sentiero di pietre scivolose. Davanti a lui c’era solo il buio e la pioggia che frustava il viso.
In lontananza, il rumore continuo, cupo, delle onde che battevano contro le scogliere di Escalles-sur-Dunes.
Camminò più in fretta. Ora che sapeva, come avrebbe fatto a rendere giustizia a Juliette e a quel suo amore sbagliato?



(Continua)

Juliette capitolo 25 testo di Nigthafter
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