Contenuti per adulti
Questo testo contiene in toto o in parte contenuti per adulti ed è pertanto è riservato a lettori che accettano di leggerli.
Lo staff declina ogni responsabilità nei confronti di coloro che si potrebbero sentire offesi o la cui sensibilità potrebbe essere urtata.
Questa casa è stata acquistata per me dai miei genitori esattamente quindici anni or sono, e oramai è un pezzo della mia persona, pulsa e trasuda le mie inquietudini, riflette i miei silenzi, vibra delle mie contraddizioni. Mi restituisce una calma interiore che è lo specchio della mia solitudine attuale. Una condizione cercata, caparbiamente voluta, gelosamente conservata, o forse, alla fine subita per antica e rassegnata abitudine.
Le mura che la cingono le ho odiate e a lungo sentite non mie, prima che mi si vestissero definitivamente addosso, dentro, come una seconda pelle. Esse sono indissolubilmente legate ai tre uomini della mia vita.
Sono settanta metri quadrati al primo piano di un palazzetto d’impronta medioevale, situato alla fine del corso basso della città vecchia, due camere, una l’ho adattata a studio, un soggiorno ampio, una cucina abitabile, il bagno ampio e spazioso. Un piccolo terrazzo circondato dalle costruzioni limitrofe. Puoi vedere un ritaglio di cielo, ma nessuna prospettiva. Bastano a contenere i miei vestiti i miei libri la mia persona, sono il mio rifugio, io lo chiamo il posto e anche forse la mia cella di reclusione.
Tutto dentro queste mura spesse rimanda all’immagine di Alberto, Mauro, e di mio padre. Mi capita di frequente di sentire i loro differenti odori penetrarmi dentro, oppure avverto la voce dell’uno, colgo di sfuggita la sagoma stampata di un’ombra dell’altro. Riconosco in un oggetto insignificante un ricordo legato ad uno dei tre incastonato definitivamente nella mia memoria.
Il rumore improvviso di un’auto in strada basta ad evocare il ricordo di un arrivo che non ci sarà più. Eppure li aspetto, resto in loro attesa, senza ansia.
So che è illusorio, i due sono definitivamente esclusi dal mio presente, e dal mio futuro, papà se ne è andato cinque anni or sono.
Di tutti conservo fotografie sparse ai vari angoli della casa, e nei cassetti, ma nessuna con me accanto. Una è con Alberto e Mauro insieme, sorridono, al cineforum dove ci conoscemmo tutti, al circolo giovanile. Era una rassegna su Woodstock, da Jimi Hendrix fino a Lou Reed, e Patti Smith. Titolo: Dal 68 al punk, la ribellione giovanile non arretra. Mauro l’aveva organizzata, aveva quindici anni più di noi, che eravamo ancora ragazzini della terza liceo. Lui invece faceva politica a tempo pieno da qualche anno, dopo la laurea al DAMS.
Queste mura di pietra viva respirano i miei ricordi e mi proteggono dagli stridori del mondo, schermando i bagliori accecanti, attenuando il ritmo del fluire inarrestabile della mia vita. Qui il tempo giace come sospeso, sorretto dalle travi di legno annerito che restano a vista nell’intradosso dei solai, riflesso sulla pietra lucida di travertino bianco. Sono sola, fino a quando riuscirò ad accettare la mia condizione sono sicura di riuscire a sopravvivere.
Quando i miei genitori si decisero a comperare questa casa per fugare parte dell’angoscia che suscitava loro la mia irrequietezza e la mia ansia di ribellione mai sopita si rivolsero ad Alberto perché li consigliasse e li assistesse nelle trattative di acquisto, nelle operazioni di restauro e ristrutturazione, ma soprattutto affinché riuscisse a convincermi della inevitabilità di questa scelta. Di più, ad impormela. Almeno vorremmo lasciarle un tetto sicuro, gli dissero. Io ne fui inizialmente tenuta all’oscuro poiché i tre erano perfettamente coscienti che mi sarei opposta risolutamente.
Ne più mai avrei lasciato il vecchio appartamento in affitto in quello stabile cadente di Piazza della Verdura, freddo, disadorno, buio, oramai semiabitato, ma indissolubilmente mio, quella casa con i pavimenti a losanghe, le mura scrostate, il mio disordine interiore, dove forse mi sentii felice, e credetti e davvero amai Mauro con tutta me stessa per un tempo troppo breve, e prima, durante e dopo tenni Alberto tra le mie braccia, consolandolo, carezzandolo come un bambino, eleggendolo a mio fratello, per sempre.
Alberto pure mio padre se lo era scelto subito per il figlio maschio che non aveva avuto, e lo avrebbe voluto davvero a fianco della sua adorata figlia, per potersene andare finalmente rasserenato. Fu mio padre ad educare Alberto alla politica, a dargli il senso della disciplina, a forgiarne lo spirito. Ricordo che se lo portava in montagna ad arrampicare. Partivano con il suo vecchio fuoristrada che un tempo aveva usato a lavoro, sui cantieri, lungo gli alvei fluviali, quando ancora faceva il geologo. Il maestro e l’allievo parevano entrambi dimentichi di me.
E questo anche se Alberto era diventato una presenza costante attorno alla mia vita. Alberto, sempre lui sullo sfondo, nei discorsi di mio padre, e che fastidio, che insofferenza, quanta irritazione nell’averlo costantemente presente come uno zelante soldatino. Diligente ed affidabile, prevedibile, e noioso fin dall’inizio mi parve, e forse lo era davvero. E comunque si, alla fine capitolai, accettai la casa, firmai il rogito e preparai il trasloco tra le calde mura di adesso.
Il solerte ed affidabile Alberto, plasmato perfettamente dalla disciplina morale del mio vecchio genitore, educato alla fatica, al senso del dovere, e sempre con addosso cucito il suo imperativo categorico, il suo assolutismo, il fanatismo del lavoro prima di ogni altra cosa. Nella valigetta aveva con sè il compendio del pragmatismo coniugato con l’etica della responsabilità. Fu sempre lui che non esitò a precipitarsi in piena notte, partendo da 2.000 chilometri di distanza, quando i miei lo dovettero convocare d’urgenza perché io ero decisa a rifiutare quella proposta di assunzione e avevo già mandato la lettera di rinuncia irrevocabile al Presidente, a Mauro, a quel farabutto che non riuscivo a non amare più, a cancellare dalla mia anima, dalla mia mente, dal mio destino.
Quel posto voleva dire per tutti loro la mia stabilità, la mia sicurezza, il mio bene, per me semplicemente la fine dei sogni, delle utopie, della mia ricerca di una libertà senza confini. Era l’omologazione, la routine, il fallimento, la rinuncia, l’epilogo della giovinezza. Un posto sicuro, e una casa sicura, per un avvenire normalizzato, lobotomizzato, sedato. Mancava a questo punto un uomo al mio fianco, un figlio, due figli, enne figli, come la famigliola felice della pubblicità dei biscotti, ribattei sarcastica.
I miei poveri genitori erano disperati invece perché ai loro occhi quella prospettiva era il meglio che per la loro figlia potesse esserci, senza dubbio alcuno, un impiego di prim’ordine a tempo indeterminato, alla Provincia, negli uffici della presidenza. Oddio, a fianco di Mauro, quello che avevo amato e odiato, che ancora amavo ed odiavo, quello che mi aveva ferito, mi aveva messo all’angolo, fatto sentire vulnerabile, insicura, inferiore. Quello da cui avrei dovuto definitivamente allontanarmi per recuperare la mia autonomia, per avere la mia salvezza.
Stavano per arrendersi i miei quando riuscirono alfine a contattare Alberto, lo cercarono e trovarono lì dove era scappato rassegnato, lontano da me e dal mio rifiuto. Seppi che alla fine lui se ne era andando a lavorare a Bruxelles, aveva vinto un concorso europeo, certamente aiutato e consigliato proprio da Mauro, che lo aveva presentato a Ranieri, il capo delegazione.
Come facessero i miei genitori ad avere il suo numero, mi sono sempre domandata, irritata, gelosa, furente. E lui arrivò precipitandosi, senza esitazione, parti da Strasburgo, prese un aereo quella notte stessa, notte di streghe di fate e folate, di pioggia incessante. Mi si presentò all’uscio al primo albeggiare, alle quattro del mattino, fradicio di pioggia, con in faccia stampato quel suo sorriso insopportabile. Non volevo farlo entrare, ma poi ne ebbi pietà.
Gli preparai un bagno, gli scaldai un avanzo di pasta che avevo nel frigo, misi su Famous Blue Raincoat di Leonard Cohen che lui adorava e mi aveva regalato, e restai assorta a guardarlo mentre mangiava silenzioso. Gli sorrisi, sollevata, poi pensai che mi aveva sempre regalato quel che a lui piaceva, senza interrogarsi su me sui miei gusti, sulle mie voglie e quel sorriso mi si spense dentro.
Alla fine però aveva vinto la mia indulgenza e la rabbia primigenia si era liquefatta in commozione. Ci versammo da bere, lui volle fumare, gli passai una sigaretta umida della mia saliva. E maledissi me stessa perché non riuscivo ad amarlo, perché il corto circuito tra il mio cuore ed il mio cervello mi impediva di essere sua, mi faceva inevitabilmente recedere dall’idea che lui fosse mio. Mi spaventava l’abito del suo rigore, la geometria della sua precisione.
Gli avrei dovuto dare il mio ventre perché lo fecondasse con il figlio che non ho mai avuto. Sono convinta che avrebbe accettato senza esitazione, si sarebbe prestato con indomito senso del dovere a questa mia richiesta, come sempre, senza giudicare.
La mattina seguente eravamo alle nove nell’ufficio di Mauro il Presidente, e io non lo degnai di uno sguardo di una parola. Comunque la mia lettera di rinuncia fu cestinata definitivamente mentre i due uomini si scambiavano abbracci e pacche sulle spalle, ammiccamenti, e gesti d’intesa e poi presero a parlare dei loro fatti , di quello che a me non interessava più, della politica, di Roma, dei progetti di sviluppo del territorio. Sentii che Mauro proponeva ad Alberto di entrare a far parte del suo gabinetto, ma l’altro lascio cadere, e non capii perché. Mi lasciarono sola, decidendo per me del mio destino.
I due bastardi. Ed io sullo sfondo.
I due bastardi erano sempre stati amici fraterni tra loro, forse lo sono ancora, ma non mi importa più. Mauro era la guida, il protettore il mentore che segnava la strada mentre Alberto ne assecondava progetti e prospettive, e la loro era una inspiegabile simbiosi nonostante me, e il nostro intreccio perverso di sentimenti e passioni. Loro due sarebbero rimasti dannatamente amici e sodali e complici, contro me, oltre me, a prescindere dalla mia persona, dimenticata, derubricata a margine. Non riuscivo a sopportare questo affronto.
Quei due pensavo rassegnata, sono gli uomini che assieme a mio padre si sono impadroniti della mia vita, e hanno stabilito di mettere freno alla mia irrequietezza, ai miei sogni, alle mie utopie. Io che volevo solo brindare alla mia anarchia, alla fine ho subito da loro la più grande violenza che potessero praticare sulla mia persona. E non so neppure perché ho deciso di subirla senza lottare. Ma ero rassegnata, e vinta, la stanchezza ha avuto il sopravvento sulla volontà.
Iniziai il mio lavoro, la mia nuova esistenza senza entusiasmo, senza colore, senza gioia, prevedibile, piatta uniforme, triste come una falsopiano di arenaria, che ho percorso fino in fondo e mi ha portato al mio presente.
Al termine di quell’incontro mi soffermai a riflettere sulle strane dinamiche dell’animo umano, e ho in mente ancora i miei pensieri di allora pure se sono trascorsi inutili, informi anni di cemento.
Da una parte c’era uno mi aveva amato con tutto se stesso, o aveva creduto di amarmi, eppure io non ero riuscita a crederlo sincero, e l’avevo respinto, e un altro a cui mi ero avvinta io con tutte le mie forse e gli avevo concesso tutta me stessa, senza calcoli, consapevole che non sarebbe tornato niente, indietro. Come poi inevitabilmente è stato.
Quei due strani uomini che dicevano entrambi di amarmi e a modo loro forse erano anche sinceri, come il mio adorato padre che non c’è più.
Alberto ce lo avevo avuto dietro, appiccicato dal liceo, dove comparve chissà da dove, in terza classe, insistente noioso, tenero e dolcissimo ad un tempo. Mi si era dichiarato durante l’ora di disegno ed educazione artistica ingolfato di pulsioni represse farfugliando dolcissime frasi insensate sul suo ideale di donna che io sarei stata, divertendomi prima, poi decisamente spaventandomi. Quello strano ragazzo mi avrebbe certamente sequestrato la libertà, l’indipendenza e ne dovevo fuggire. Gli risi in faccia, poi mi pentii, e forse poi ne ebbi pena. Lui accettò l’elemosina di questo mio sentimento posticcio e ricacciò indietro da allora tutta la sua dignità, barattandola in cambio del permesso di avermi vicina. E lo fece per tutta la vita, fin quando decisi che non sarebbe più stato giusto continuare.
Quel ragazzo l’ho poi visto crescere, vincere la sua inadeguatezza, acquisire anno dopo anno quella stabilità emotiva che non aveva mai avuto, liberarsi dagli eccessi e dalle ingenuità che il suo spirito debole di un tempo gli imponevano. Diventò l’uomo che avrei potuto desiderare, ma respinsi ancora l’idea.
Mauro arrivò quando forse avrei potuto cedere all’insistenza del mio babbo che mi aveva implorato affinché io mi prendessi il suo figlioccio d’adozione e la sua offerta d’amore puro ed incondizionato. Stavo infatti per capitolare con la stessa convinzione e l’entusiasmo ragionieristico con cui anni dopo avrei firmato il contratto della casa, o la mia lettera di assunzione in Provincia. Avrei accondisceso per rassegnazione e sfinimento, certa che Alberto avrebbe incassato anche ques’umiliazione, pur di avermi con sè.
E invece la passione per Mauro esplose come una folgorazione, fu trasporto, fu entusiasmo, follia, gioia pura, fu godimento, mi sentii mai come prima d’allora grondante di emozioni a lungo trattenute e soffocate. Per lui dimenticai tutta me stessa, dimenticai la mia famiglia, lasciai Alberto nell’angolo e non mi accorsi che sanguinava.
La storia con Mauro al culmine del nostro rapporto durò poco, nel complesso, ebbe poi innumerevoli riprese e ricadute, sconfinò nello psicodramma, finì per esaurirsi di consunzione e di noia, sfumò definitivamente quando capii che non avrebbe mai lasciato sua moglie, scelto me, portato da me le sue cose. Mauro è stato nella mia nuova casa, e vi è tornato molte volte, fino a quando non gli ho detto che non avrei più voluto. Oggi evito di leggere ogni notizia che possa rimandarmi a lui.
In tutto questo tempo Alberto è sempre rimasto e c’è stato anche dopo con la sua valigetta colma di buon senso, di consigli, di ragionevole di senso pratico. Venne a salvarmi la vita quando la sbornia della mia storia con Mauro deflagrò e la moglie insorse, e poi andò come ho ricordato sopra.
Per anni Alberto ha continuato a presentarsi ad intervalli irregolar alla mia porta, preceduto da una telefonata, un messaggio, un email, è venuto in mio soccorso quando gli ho scritto, ogni volta che da una sfuimatura della mia voce ha intuito che avrei avuto bisogno di lui, è venuto a soffocare le sue lacrime quando era lui ad avere bisogno del mio soccorso. Non c’è stato tra noi mai un atto fisico che travalicasse il gesto di affetto di due fratelli.
Abbiamo pianto i nostri genitori, visto imbiancare le nostre chiome. Fino al giorno in cui ho chiesto anche a lui di non tornare più. Volevo stare sola, sono qui da cinque anni così.
Ogni tanto un suono un profumo, un’ombra impercettibile mi restituiscono l’impressione che lui, o Mauro, o mio padre siano qui vicino.