Il sigillo dell’Amore che fu

scritto da Charlotte MacRose
Scritto Un anno fa • Pubblicato Un anno fa • Revisionato Un anno fa
0 0 0

Autore del testo

Immagine di Charlotte MacRose
Autore del testo Charlotte MacRose

Testo: Il sigillo dell’Amore che fu
di Charlotte MacRose

Era una sera d'autunno, e l'aria fredda che si insinuava nei vicoli della città vecchia sembrava portare con sé antichi sospiri dimenticati. La nebbia si aggrappava ai muri come un velo spettrale, e il passo di Marta, delicato sull'acciottolato umido, risuonava come un eco nella solitudine della notte. Le sue dita stringevano il cappotto di lana per difendersi dal freddo tagliente, ma c'era qualcosa di più profondo, un'inquietudine che non riusciva a scacciare, come se qualcosa, invisibile, la stesse osservando.

Girando l'angolo di un vicolo mal illuminato, un'insegna consumata dal tempo attirò la sua attenzione: Antichità d'Altri Tempi. La vetrina del piccolo negozio era soffocata dalla polvere, e il vetro, appannato dall'umidità, mostrava appena l'interno, intriso di ombre. Tuttavia, Marta sentì una strana attrazione verso quel luogo, come se una forza invisibile la spingesse ad entrare. Prese un respiro profondo, aprì la pesante porta di legno che cigolò sinistramente e varcò la soglia.

Dentro, l'atmosfera era soffocante. L'odore di cera e legno antico impregnava l'aria, e la luce fievole delle candele tremolava sulle superfici consunte, gettando ombre distorte sulle pareti. Il negozio sembrava un mausoleo, un cimitero di oggetti dimenticati che portavano il peso del tempo e di storie mai raccontate. Gli scaffali erano stracolmi di reliquie impolverate, vecchi orologi fermi da secoli, specchi anneriti e statuette la cui forma inquietante ricordava antiche divinità pagane.

Mentre Marta si muoveva tra i corridoi stretti, il cuore le batteva più forte. Gli oggetti sembravano osservarla, come se fossero vivi, intrappolati in un'eterna prigione. Poi lo vide: un anello. Era esposto in una teca di vetro screpolato, come un monile sacro. L'argento, annerito dal tempo, formava intricate volute che circondavano una pietra scura, profonda come l'abisso. Marta fu subito catturata da quel gioiello. Sembrava che la stesse chiamando, come un sussurro nel vento. La sua mano si mosse quasi involontariamente, e senza sapere nulla della sua storia, chiese di acquistarlo.

Quando l'anello toccò la sua pelle, un brivido le percorse il braccio, come se un'energia oscura si fosse risvegliata da un lungo sonno. Ma Marta non ci fece caso. Tornò a casa, ignara di ciò che aveva scatenato. Quella notte, i sogni iniziarono.

L'uomo apparve per la prima volta nei suoi sogni, avvolto nell'oscurità come una figura scolpita dalle ombre stesse. La sua voce era un eco lontano, intrisa di disperazione e desiderio. Ogni notte, il sogno si faceva più vivido, più reale. Lui chiamava il suo nome, e Marta si sentiva attirata in un abisso di sofferenza e passione. L'uomo era incredibilmente bello, ma il suo volto portava i segni di una tormentata esistenza, e i suoi occhi sembravano custodire il dolore di secoli perduti. Ogni volta che si svegliava, sentiva il peso di quel sogno, come se un frammento di lei fosse rimasto intrappolato con lui.

Le notti divennero sempre più lunghe e inquietanti. Il vento ululava fuori dalla sua finestra, e la luna piena gettava una luce fredda e spettrale nella sua stanza, rendendo l'oscurità più tangibile, quasi viva. Una notte, si svegliò di soprassalto, con il cuore che martellava nel petto. Non era più sola. L'ombra si era fatta carne. L'uomo dei suoi sogni era lì, in piedi davanti al suo letto. Il suo viso era pallido come il marmo, e gli occhi brillavano di una luce che non apparteneva a questo mondo.

Marta cercò di parlare, ma la sua voce sembrava soffocata dal terrore. "Chi sei?" sussurrò, sentendo la paura gelida attanagliarle la gola.

"Mi chiamo Alessandro," rispose lui, la sua voce profonda e malinconica sembrava provenire dalle viscere della terra. "Sono stato condannato a vagare tra la vita e la morte per secoli, aspettando il ritorno della mia amata. Questo anello...", indicò l'oggetto al suo dito, "...è il simbolo del nostro amore spezzato, e solo tu puoi liberarmi."

Il gelo della notte divenne improvvisamente più intenso, e Marta si sentì come se fosse intrappolata in un incubo. "Perché io?" domandò con un filo di voce, incapace di distogliere lo sguardo da quegli occhi tormentati.

"Perché tu sei la discendente della mia amata," spiegò Alessandro con tono grave. "Il nostro amore fu maledetto, distrutto dall'invidia e dall'odio. Ora, solo restituendomi l'anello puoi spezzare la maledizione. Ma se lo fai, dovrai rinunciare a me per sempre."

Il suono delle sue parole era un'eco oscura che rimbalzava nelle pareti della stanza. Marta sentiva il peso del destino gravare su di lei. C'era qualcosa di terribilmente sbagliato in tutto ciò, eppure, un legame indissolubile la tratteneva. Il suo cuore batteva, non per paura, ma per un amore che sembrava risalire da un tempo dimenticato.

"Sei pronta a fare questo sacrificio?" Alessandro si avvicinò, il suo sguardo intenso che la trapassava come un coltello. Marta sapeva che, se avesse rifiutato, sarebbe rimasta legata a quell'uomo e alla sua maledizione per l'eternità. Ma sapeva anche che, se avesse accettato, sarebbe stata condannata alla solitudine.

Il silenzio della notte era rotto solo dal battito del suo cuore. Con un respiro tremante, trovò il coraggio di rispondere. "Sì," disse, con una determinazione che nemmeno lei riusciva a spiegarsi. "Sono pronta."

Alessandro le prese la mano, e l'aria intorno a loro sembrò farsi densa, carica di un'energia oscura e antica. La stanza si riempì di un'ombra profonda, come se le pareti stessero chiudendosi su di loro. Marta sentì il suo cuore battere all'unisono con quello di Alessandro, il loro legame era ora indissolubile, forgiato da un amore che sfidava la morte stessa.

La luna, alta e silenziosa, illuminava la scena come un testimone immortale di un amore che, seppur maledetto, aveva trovato il suo compimento tra le ombre.

Il sigillo dell’Amore che fu testo di Charlotte MacRose
13