A denti stretti suono il pianoforte.
Non siamo nati per le catene, né per marcire dentro luoghi che ci tengono al guinzaglio chiamandola sicurezza. Siamo fatti di carne, istinti e bestemmie mai pronunciate fino in fondo. Siamo nati per sentire il sangue pulsare contro le pareti del corpo, per affondare nel buio e bruciare senza lasciare istruzioni a chi verrà dopo.
La libertà, quella vera, non ha niente di rassicurante. È una puttana senza padrone, ti sorride mentre ti spoglia di ogni certezza e poi ti lascia solo, nudo davanti all’abisso. Nessun dio a cui appellarsi, soltanto il rumore dei tuoi passi e quella maledetta voglia di andare oltre ogni cosa, anche quando non esiste più un posto dove arrivare.
A un certo punto, il mondo smette di farti domande. Le convenzioni si sbriciolano, le promesse puzzano di cadavere e tutto quello che credevi indispensabile diventa solo spazzatura sul ciglio della strada. Rimane il nulla. Quel niente bastardo che ci precedeva e che, forse, ci aspetta ancora. Nel mezzo, una manciata di anni, qualche amore andato a puttane e l’illusione di essere stati forse qualcuno.
Eppure c’è una bellezza, in tutto questo, che fa paura. Una bellezza guasta, senza redenzione, che non chiede di essere capita e non si inginocchia davanti a nessuno. È il piacere osceno di sentirsi vivi senza dover dimostrare un cazzo. Di perdere la strada e non avere la minima intenzione di cercarla. Di guardare l’inferno negli occhi e scoprire che, per una volta, non sei tu quello che deve abbassare lo sguardo.
Me la immagino così, questa cazzo di libertà: una stanza impregnata di tabacco, il pavimento sporco, una bottiglia mezza vuota e un pianoforte che ha visto giorni migliori. Fuori, il mondo continua la sua farsa. Dentro, qualcuno pesta un accordo blues, lento e storto, come il cuore di un vecchio peccatore che non ha più niente da confessare.
E allora suoni. Non per essere ascoltato, non per salvarti. Suoni perché le dita sono ancora vive e il silenzio, certe notti, è una forma di morte troppo educata.
È lì che incontri l’infinito. Non in paradiso, quello non esiste. Lo incontri nel fondo di una nota, nell’ultimo bicchiere, in quel secondo maledetto in cui smetti di appartenere a tutto ciò che pretende di possederti.
Basta averlo sfiorato una volta per capire che non esiste alcuna salvezza garantita. L’inferno e l’infinito abitano la stessa cazzo di stanza. E tu, nel mezzo, con le mani sui tasti e il cuore ballerino, puoi soltanto scegliere se avere paura o suonare ancora.
Io, se permetti, scelgo il blues.
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