25 novembre Una data come altre Uno dei trecentosessanta e passa giorni Che si rincorrono sul calendario
Un giorno rosso Ma non di comunismo Poco c’entra la politica Ancor meno la sinistra
Una pizza Capricciosa Sopra il volto di fragili mimose Ordinarla al commissariato è dura.
Unica via di scampo Da quelle catene coperte d’argento Così pesanti da portare Ma lucide dopo una passata
A togliere l’ossido bruno Affinché nessuno veda Il gemito nero Del singhiozzo represso
Quando per terra In un mare Di lacrime Denudate e usurpate
Dite di esserci finite Per pura casualità. Una buccia di banana Un gradino di troppo
Un cretino di troppo Che si arroga il diritto Di stringervi i polsi E di giocare con voi
Di trafiggere il vostro corpo “Ti prego, basta...” “Non riesco a respirare...” “Così mi fai male...”
“Son caduta dalle scale...” “Ho avuto un mancamento...” “Ho bevuto un po’ troppo...” “Nessuno mi crederà...”
E poi l’abisso gli occhi puntati addosso Quando la Sacra Ipocrisia Cala il propio velo
Sulla testa della gente Pende l’accusa Lanciata con clamore Sulla vostra testa
“Se l’è cercata” “Ma com’era vestita?” “Cosa si aspettava?” “Non doveva uscire sola”
“Non doveva bere!” “Dovrebbe solo starsene zitta!” “È stata troppo provocante” “È una poco di buono!”
E lacrime amare affogano in gola Mentre l’aguzzino sghignazza felice Legittimato a causa di una società infetta Malato come gli altri osserva e gioisce
La sua accusa è inesistente La vostra è troppo pesante È troppo insensata È troppo debilitante.
“Avrei dovuto capirlo da quando mi urlava contro... dal primo ceffone dopo la prima uscita quando avevo provato quella maglia attillata...”
“Avrei dovuto capirlo da quando quella volta mi disse di stare in silenzio quando altri maschi parlano e di non intromettermi
perché sono donna e non posso parlare con un uomo perché non è bello perché io sono sua”
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