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Sta accadendo con naturalezza, gli occhi pur avendo la stessa apertura di palpebre come sempre, ricevono maggiore luce dall’esterno, maggiore definizione di tutti i dettagli. Non so cosa avvenga di preciso, ma pare che il tempo lo faccia accadere ad un certo punto, quasi a metà percorso. Credo che tutto ciò parti da dentro, da qualcosa che è nascosto e cova tra il dolore part-time del nervo sciatico e quel grumo di chissà cosa al centro dello stomaco. Ma forse questi sono solo i segnali tangibili di qualcosa di più profondo, di cui faccio fatica a rintracciarne le origini. Ho delle diapositive di domeniche identiche davanti a me, cambia solo il mio riflesso sul display, cambia la parte destra illuminata da un sole, che già più debole, non riscalda come qualche ora fa. Me ne accorgo nel momento in cui noto che la chiazza di barba bianca si è espansa ancora di più e non ne provo dispiacere, ma consapevolezza, di un’età che prima o poi arriva per tutti, salvo imprevisti. I miei passi non sono ancora incerti in questi pezzetti di civiltà che rimangono ancora in piedi, sono decisi e anche la postura si mantiene ben salda a terra, ma cambia il mio sguardo, è cambiato già da un pezzo direi, anche se percorrendo sempre quelle poche strade, devo pur in qualche modo far lavorare l’immaginazione.
Tecnicamente però è cambiato qualcosa, non c’entra qualche chimica del corpo, ma più che altro in modo semplice non si può più far finta di niente. Vagando, perché in qualche modo il mio è un vagare per ricordare ancora alcuni movimenti al corpo, mi accorgo che tecnicamente sta avvenendo tutto ciò di cui le statistiche parlano da anni e di cui ciclicamente e periodicamente ne leggo. Mi basta andare nel mio vagare e vedere che girando leggermente la testa verso sinistra, vedo ancora quella vecchia imposta con la vetrocamera rotta e un cartone o compensato che sia, che cerca di coprire alla meglio quel vuoto, lavori in corso dice il cartello, ma in corso da quanto tempo? Decenni ormai. Credo, continuando, di non essermi mai accorto sulla destra di quella finestra con l’anta interna ancora leggermente aperta e una tenda ormai ingiallita e sdrucita. Mi chiedo scioccamente perché quella leggera apertura di anta, forse un filo di luce ad una determinata ora del pomeriggio, può schiarire tutto quel buio interno, può forse far danzare piccoli granelli di polvere o forse può evocare tutte quelle vite che hanno vissuto quella camera? Rimarrà una domanda stupida e sciocca della durata di pochi minuti, tecnicamente è solo un’altra abitazione disabitata da circa quarant’anni più o meno. Continuo il mio vagare e dolci note continuano a scorrere nei miei padiglioni auricolari, in alcuni casi le piccole in-ear fungono da protezione ed espansione dell’ambiente circostante, rimangono lo strumento più discreto per evocare sensazioni ed emozioni al nostro interno. Una deviazione, voluta, mi porta a salire e farmi cadere lo sguardo in quelle chiazze di erbacce ai lati delle stradine, segnate ormai da anni da piccoli rifacimenti per lavori di tubatura e credo anche per un restyling mai effettivamente completato. Un uomo solitario, scrolla il suo dispositivo, mi borbotta qualcosa dopo un saluto gentile, ci ricordiamo a vicenda di come il declino sia sotto i nostri piedi, tra quelle erbacce, le imposte chiuse e quella casa appena ristrutturata in mezzo a tante altre case abbandonate come minimo da mezzo secolo. Non c’è tempo per chiarire la faccenda, anche perché non c’è motivo di farlo, semmai possiamo concludere il discorso dicendo che tecnicamente è ciò che sta avvenendo da decenni per una serie di motivi storici che attanagliano queste latitudini da tempo immemore. Ancora più su ritrovo le solite sacche di resistenza di civiltà, ma ben distanziate tra loro, ognuno con la sua solitudine, ognuno con la sua disgrazia da coltivare per bene tra le fessure di quei muri che non ricevono più il riverbero di qualche bambino che strilla o che semplicemente sta giocando, oppure di qualche anziana signora che chiama la sua dirimpettaia. In quei momenti, in quel punto del mio vagare è come se fossi in apnea, come se ogni mio passo potesse rovinare ulteriormente quei luoghi messi in stand-by e allora mi fermo, scruto, alzo lo sguardo per vedere in fondo e in alto una delle cime della grande montagna, provo ad imprimere sul mio dispositivo questa visione, non lascia scampo, quel silenzio può essere anche più devastante di un colpo improvviso di rullante nella quiete più assoluta. Percorro altre sacche di civiltà, ma sono mute, nessun segnale di vita, ma solo facciate ben proposte per eventuali ripopolamenti digitali. Una narrazione quest’ultima che aveva trovato spazio in qualche articolo sparso in rete, ogni tanto riaffiora, ma viene subito dimenticata. Si usa anche come riempitivo per argomentare, per produrre righe, ma è già un ricordo sbiadito in mezzo ad un’epidemia di qualche tempo fa. Avrei finito il mio percorso, se non fosse per il fatto che lo sguardo è andato a posarsi su una finestra chiusa da tempo, con una tenda leggermente alzata al suo interno, forse un ultimo sguardo al rione prima della partenza? O forse è stato solo il forte vento di una notte a spostarla? Mi piace pensare più alla prima versione, cercando sempre di evocare un passato ricco di presenze.
Tecnicamente è accaduto e sta accadendo quello di cui si parla da decenni, solo che questa volta si è palesato a me in maniera prepotente. Sarà stata una richiesta interiore di lucidità e chiarezza forse, oppure un segnale così chiaro di perdita del prezioso tempo, che non fa altro che accentuare tutto questo “sfasciume.”